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COME FU APPROVATO UN PIANO REGOLATORE

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MEMORIA MAGISTRA VITAE - III
Riordinando archivi e carte, la memoria rivive. Riproviamo perciò a trasmettere un po’ di storia documentata. Sempre utile quando il passato – più o meno lontano – scolorisce e finisce soggetto a troppe, sfacciate strumentalizzazioni.

 COME FU APPROVATO UN PIANO REGOLATORE

DIVENUTO POI TRAPPOLA

Era l’undici gennaio 1985. Di lì a poco si sarebbe votato per il rinnovo del Consiglio comunale di Giovinazzo. E l’Amministrazione a guida DC ambiva ad un terzo mandato. Quale passaporto migliore dell’approvazione di un Piano regolatore generale dopo che le scelte del Piano di fabbricazione varato nel 1971 erano ormai divenute inattuali?

In realtà, il percorso era iniziato da molto tempo, fin dal 1976, e aveva cominciato a produrre passi concreti a partire dal 1979-80, ovvero dalle deliberazioni con cui il Consiglio comunale aveva varato le cosiddette “sopra-elevazioni” in zona B e definito i criteri di sviluppo e sanatoria per le aree della zona costiera interessate dai fenomeni di abusivismo edilizio. Adesso si trattava di concludere quella marcia.

La seduta dell’11 gennaio iniziava dall’audizione dei tecnici incaricati. Tra varie precisazioni si delineava il quadro di assieme in cui veniva a calarsi la proposta specifica di piano regolatore: la crisi delle AFP, la fine della Cassa per il Mezzogiorno, la delineazione del primo Progetto di Area metropolitana di Bari.

Un primo punto di discussione riguardò la generale parametrazione del piano a 25 mila abitanti per il 1999. Vivace fu allora la discussione tra gli esponenti del PCI e i tecnici. Di fatto, oltre alla sottolineatura di alcuni errori tecnici nelle formule adoperate, emerse che in realtà per quel parametro erano stati adoperati tutta una serie di riferimenti di sviluppo generale ormai mutati, non più attuali. Alla fine i tecnici ebbero buon gioco contro un PCI rimasto isolato nella indicazione di quel dato irreale di 25 mila abitanti che poi avrebbe determinato, a cascata, tutta una serie di incidenze settoriali.

Un secondo punto di discussione si accese sulla destinazione delle aree AFP. Dopo aver ricordato che una prima bozza di piano aveva ipotizzato la delocalizzazione completa delle AFP nella zona ASI e la destinazione dell’area dismessa a terziario direzionale (ipotesi già rigettata da tutte le forze politiche), l’attenzione si appuntò sulla tipizzazione dell’area come «industria e/o servizi all’industria». Da parte del Pci la questione fu posta come pregiudiziale all’intera discussione, nel senso che in quella tipizzazione si scorgeva il pericolo futuro di una trasformazione surrettizia, di una possibile speculazione che portasse alla scomparsa dell’industria e alla libera interpretazione del termine ‘servizi’. Dopo accesa e lunga discussione, i tecnici concordarono sulla proposta avanzata dal PCI di riformulare il tutto come «industria e servizio all’industria ivi allocata». La DC volle chiarire che riteneva opportuna tale correzione per evitare malintesi e a chiarimento di una posizione da sempre sostenuta.

Altre discussioni particolari riguardarono le dimensioni complessive dell’intervento nei vari settori e la sua conformazione generale, con la definizione dell’area destinata al terziario direzionale e al porto turistico.

Passando alle varie dichiarazioni di voto il PCI – sia pure soddisfatto per aver spazzato via i pericoli immediati nascosti dall’ambiguità della destinazione originariamente assegnata alle aree AFP - accompagnò il suo voto decisamente contrario al progetto di PRG con una serie di motivazioni. Il piano negava il carattere storicamente industriale assunto da Giovinazzo, accerchiando l’area AFP con tutta una serie di tipizzazioni di area che avrebbero un domani creato problemi: a Nord direzionale e porto turistico, a Nord-Est aree turistico-residenziali, a Sud area di sviluppo intensivo residenziale e collocando invece lontano, verso Molfetta, aree artigianali. Con queste scelte generali si tracciava un futuro in cui le AFP erano condannate comunque ad andar via. Altro lo sviluppo possibile se si fosse collocato attorno alle AFP verso l’asse BARI-Modugno-Bitonto tutto l’intervento artigianale o di artigianato produttivo, a dialogo e con una integrazione più stretta con l’area industriale esistente e utilizzato altrove, verso Ovest lo spazio per le residenze. Una seconda contrarietà del PCI al progetto di Piano regolatore derivava dalle scelte relative al turismo. Di fatto si trattava di soluzioni che andavano a razionalizzare del tutto gli interventi speculativi e le illegalità perpetrate per tutto un recente passato sulla Costa, esaurendo tutte le cubature possibili per quei territori e completando il tutto con un improbabile Porto turistico. Terza questione il sovradimensionamento generale dell’intervento.

Considerazioni quasi analoghe venivano svolte dal PSI: impossibile resistere con una area industriale al centro del paese, assurdo rinviare al domani gli interventi di risanamento richiesti dalle illegalità perpetrate per anni sulla costa, tutta la previsione edilizia era di fatto sovradimensionata. Vi sarebbero stati problemi in futuro.

Tra perplessità per alcuni aspetti, quali ad esempio la collocazione della zona artigiana e la mancanza di verde, e il consenso per la difesa dell’area AFP, il MSI sceglieva l’astensione.

LA DC, con vari interventi di consiglieri e amministratori, dichiarava la sua piena soddisfazione per aver portato in porto una conquista storica che nei paesi viciniori appariva spesso impresa difficilissima. Un’impresa che coronava il lavoro avviato con le cosiddette sopra-elevazioni e che – in un momento difficilissimo quale quello determinato dalla crisi delle AFP – poteva avviare sviluppo alternativo nel settore turistico e edile.

Quel piano sarebbe passato poi per varie vicende e variazioni, determinate in primo luogo dalle decisioni regionali, in particolare sulle destinazioni turistiche, di fatto tutte azzerate in attesa delle nuove normative regionali. Altri aggiornamenti sarebbero stati imposti a distanza di tempo dalla necessità di adeguarsi alle evidenze della pianificazione idrogeologica.

Su iniziativa poi da parte di un cittadino che era stato tra i ricorrenti critici delle soluzioni previste per la costa, tutto quel complesso di decisioni urbanistiche finì quasi immediatamente in una indagine della magistratura contro gli amministratori dell’epoca, chiusa poi con un non luogo a procedere per insussistenza dei fatti. Le indagini svolte all’epoca e le analisi allora prodotte dai periti incaricati dalle parti o dagli inquirenti fecero però luce in particolare sulle tribolazioni della costa, sugli abusi perpetrati in passato e sulle scelte compiute nel merito dalla strumentazione urbanistica.

In particolare, fu accertato un sovradimensionamento del settore nella normativa adottata e fu documentata la preesistenza al piano di «oltre 40 costruzioni e/o complessi residenziali realizzati irregolarmente e/o illegittimamente e/o abusivamente». Dopo vari cambi di amministrazione, dovute a mutamenti determinati dalle elezioni a ridosso del 1975, le autorità regionali avevano chiesto adeguata sanzione senza che vi si potesse porre rimedio per l’impossibilità tecnica a poter procedere con demolizione, visto il diniego di qualsiasi impresa interpellata, o per  successiva prescrizione o condono.

L’attuazione di quel piano regolatore è ancora sostanzialmente bloccata a quei giorni lontani.

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COME A GIOVINAZZO ATTERRO’ LA DISCARICA

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MEMORIA MAGISTRA VITAE - II
Riordinando archivi e carte, la memoria rivive. Riproviamo perciò a trasmettere un po’ di storia documentata. Sempre utile quando il passato – più o meno lontano – scolorisce e finisce soggetto a troppe, sfacciate strumentalizzazioni.

COME A GIOVINAZZO ATTERRO’ LA DISCARICA
La discarica di San Pietro Pago. Un tema sempre scottante su cui esistono miriadi di favole e grande oscurità. Pochi quelli che possono e vogliono raccontare la storia reale o che ne parlano con cognizione di causa.
Intanto, come e perché tutto ebbe inizio? Vedremo che Giovinazzo poteva tranquillamente rimanere estranea al ciclo della gestione rifiuti via discarica. E invece qualcuno, con la complicità di molti, volle strenuamente un sito a San Pietro Pago che da tempo tutti piangiamo.
Ma conviene andare con ordine.

“Premessa”
Era d’estate. Anno 1986. Giunsero al Comune due richieste di autorizzazione all’esercizio di discariche di rifiuti urbani da parte di due distinte società: SEP e Ecoambiente.
Tra giugno ed ottobre di quell’anno i due progetti ricevono pareri favorevoli da parte dell’allora “USL/BA6”, competente ai fini sanitari per il territorio Molfetta-Giovinazzo, e dalla Giunta regionale del tempo (fatte salve le prescrizioni viarie e urbanistiche per la vicinanza ad altra discarica). A fine ottobre però giunge il parere negativo della Commissione edilizia comunale: interventi sproporzionati rispetto al territorio.
Il bello (si fa per dire) arriva qualche tempo dopo, con il 1988. Un anno tempestoso per le vicende comunali, sigillato infine da una rinnovata amministrazione a guida democristiana (con sindaco e vice-sindaco entrambi DC) allargata ad un paio di consiglieri transfughi da altri gruppi.

“I fatti”
L’11 luglio 1988 la Regione spedisce a tutti i Comuni la bozza di Piano regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi. Attenzione: in quel piano Giovinazzo non è indicata come sede di discarica e viene escluso che possano essere scelte località diverse da quelle lì individuate. I rifiuti di Giovinazzo sono destinati alla discarica di Bitonto e poi eventualmente a Bitetto. Qualche tempo dopo si aprirà un giallo. Quando arriva materialmente quella bozza presso il Comune di Giovinazzo? Il 26 luglio 1988 o l’ 8 agosto (una differenza divenuta poi fondamentale)?
Fatto sta che la cronaca ora inizia a galoppare. Il 15 luglio 1988 la Commissione edilizia cambia parere. Adesso, su proposta dell’assessore al ramo, vice-sindaco, dà parere positivo, ma al solo progetto SEP in località San Pietro Pago. Perché solo quel progetto e non l’altro? Perché dell’altro si perdono le tracce? Mistero.
Qualche giorno dopo, il 27 luglio (attenzione: il giorno dopo il reale arrivo a Giovinazzo del Piano regionale, come appurerà la magistratura), il Consiglio comunale è chiamato a esprimersi sulla «individuazione della contrada di “San Pietro Pago” a zona di discarica. Chi sa – ovvero chi ha già diretto i lavori della Commissione edilizia comunale e gestito il suo voltafaccia, chi ha già letto (come vedremo) il Piano della Regione – non dice nulla al Consiglio. Si dice che si tratta della semplice individuazione di una possibile area. E ai partiti di opposizione che protestano ricordando che su quell’area sono già stati presentanti due progetti non viene detto nulla: non viene detto che la Commissione edilizia ha già espresso parere positivo sul solo progetto della SEP. Sindaco e vice-sindaco, in particolare, ironizzano sulle preoccupazioni delle opposizioni, sui loro timori per un’area già intasata di discariche (vicina è quella di Bitonto). Sindaco e vice-sindaco non fanno alcuna parola del Piano regionale e dell’assenza in quelle carte di qualsiasi indicazione che riguardi Giovinazzo. Tutto si conclude con DC e transfuga favorevoli, PCI, PSI e PSDI contrari, MSI astenuto.
Passano pochi giorni e il 1° agosto il vice-sindaco rilascia la concessione edilizia n. 161 alla SEP.
Due mesi dopo, il 5 ottobre, nuovo Consiglio comunale, riunito per esprimere finalmente il proprio parere sul «Piano regionale Rifiuti Solidi Urbani». Anche in questa occasione vengono taciuti particolari fondamentali: quando il piano regionale è arrivato al Comune; rilascio alla sola SEP di concessione edilizia ecc. Alla fine di una lunghissima discussione, in cui vengono respinte tutte le argomentazioni delle opposizioni, la maggioranza (la DC e un consigliere ex PRI-ex PSDI) si esprime contro il piano regionale (che non prevedeva alcuna discarica a Giovinazzo) con la specifica motivazione che la maggioranza ha «già ubicato la Contrada di San Pietro Pago a discarica». Votazione finale identica nella sostanza a quella del precedente Consiglio comunale.
Il 21 novembre, con una discutibile interpretazione della legislazione esistente, la delibera di Consiglio comunale del 27 luglio – sulla individuazione di San Pietro Pago come zona di discarica – viene pubblicata come variante al Piano Regolatore Generale, priva di qualsiasi documentazione. Seguono altri, numerosi atti amministrativi, tutti a senso unico: facilitare il percorso di realizzazione della discarica da parte della SEP (si scopre, tra l’altro, che la originaria autorizzazione regionale – n. 7858 del 4 ottobre 1986 – permette anche un «impianto di incenerimento di rifiuti speciali ospedalieri»)

“Epilogo”
A fronte di questo straordinario accumulo di fatti poco chiari ma univoci, 13 consiglieri dell’opposizione (PCI-PSI-PSDI) inviano un dettagliato esposto ai Presidenti di Regione e Provincia e alla magistratura.
Dopo svariati altri esposti a completamento del primo, sottoscritti e inviati man mano che si venivano chiarendo fatti taciuti e emergevano altri particolari, si avvia presso il Tribunale di Bari un procedimento penale a carico di alcuni amministratori del Comune di Giovinazzo (sindaco e vice-sindaco) e di amministratori della SEP. Il processo ha un andamento parecchio tormentato (con andate e ritorni tra varie Corti e la Cassazione). Si conclude definitivamente solo nel marzo 2000, con la prescrizione per alcuni reati e con una sentenza di assoluzione per gli amministratori dell’epoca, essendo insufficiente la prova circa la responsabilità personale e non ritenendo reato l’aver taciuto – pur sapendo - al Consiglio del Piano regionale. Quanto ai fatti accaduti, la sentenza dichiara definitivamente che è stato falsificato il protocollo comunale - apponendo ad una copia la falsa data dell’8 agosto 1988 come data di ricezione del Piano regionale dei rifiuti – e che si è omesso di informare il Consiglio comunale del contenuto di quel piano, in cui non era individuata alcuna zona del territorio di Giovinazzo. Si provvede comunque a dichiarare la falsità della nota della Regione Puglia protocollata 8 agosto.
Nel frattempo, grazie agli atti amministrativi comunque compiuti, la SEP si vede autorizzata dalla Provincia all’esercizio della discarica, definendo nel giugno 1990 i rapporti con il Comune di Giovinazzo allora retto da Commissario prefettizio.
Iniziò allora una storia travagliata, patita da gran parte di Giovinazzo. Un fatto è certo: quella discarica non atterrò a Giovinazzo portata dai marziani. Ebbe padri e oppositori ben individuati. Precisi, distinti e decisi.
Poi cominciarono le nebbie, le strumentalizzazioni e le chiacchiere in cui si confusero date, responsabilità e medaglie.
Durano ancora oggi.

(III puntata: COME FU APPROVATO UN PIANO REGOLATORE)

 

 

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QUANDO SI CADE VITTIMA DELLE PROPRIE MACCHINAZIONI

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MEMORIA MAGISTRA VITAE - I

Riordinando archivi e carte, la memoria rivive. Riproviamo perciò a trasmettere un po’ di storia documentata. Sempre utile quando il passato – più o meno lontano – scolorisce e finisce soggetto a troppe, sfacciate strumentalizzazioni.

QUANDO SI CADE VITTIMA DELLE PROPRIE MACCHINAZIONI
(a proposito di campagne elettorali)

Girando per Giovinazzo - nel quadrilatero tra via Marconi, via De Gasperi, via Agostino Gioia e via Giovannello Sasso – si possono notare agli angoli di molte strade, sulle parti sopravvissute in pietra viva, delle macchie rosse, più o meno decifrabili. Alcune – ad esempio, quella posta in via Marconi poco più sopra e dal lato opposto dell’Ufficio postale – sono più visibili e leggibili: c’è l’immagine di una «colomba» e la scritta «VOTATE». In altre, accanto ai contorni del volatile, appare la scritta «RINASCITA».
Prima che scompaiano del tutto, sarebbe utile preservarle e conservarle. Raccontano una storia esemplare, soprattutto simpatica nella sua asprezza: un racconto che nella sezione del PCI i vecchi amavano passare ai più giovani – come me e altri – a mo’ di testimone di vicende locali, più o meno gloriose e istruttive.
Risalgono al 1952 e alle elezioni amministrative di allora. Era il momento più buio della guerra fredda. Ultimi mesi della sindacatura di Vitantonio Lozupone. Il PCI si presentava con il simbolo disegnato da Picasso – la «Colomba della Pace» - e il richiamo al movimento di «Rinascita del Mezzogiorno». E perciò i militanti andavano per le strade affiggendo manifesti e stampando con vernice e appositi tamponi, agli angoli dei palazzi, quei simboli con l’invito «VOTATE».
Ormai alla fine della campagna elettorale, una sera sul tardi giunge in sezione una ‘soffiata’: «attenti Lozupone e i suoi hanno mobilitato … (noto pittore cittadino di cui si ammirano ancor oggi tante icone religiose in vari coorti e strade) per scrivere «NON» prima della scritta «VOTATE», in modo da capovolgere l’invito».
Allarme, riunione immediata di segreteria e militanti per decidere cosa fare. Durante la discussione qualcuno, guardandosi attorno, si accorge che S., militante noto per i suoi ‘bollori’, è scomparso. L’allarme diventa ancora più rovente: si immagina il peggio, nel caso S. raggiunga da solo il pittore. Non si può perdere un attimo: tutti per strada!!!
Fortunatamente, un gruppo di militanti raggiunge i due proprio al momento dell’incontro fatale dalle parti di via De Gasperi. Ci vuole molta persuasione, ma torna la calma e viene raggiunto un accordo diplomatico.
Per l’artista non ci saranno conseguenze. Ci si accorda però per una continuazione dell’«incarico professionale». Dovrà cancellare i «NON» già realizzati e continuare il lavoro, in verità non completato dai comunisti nelle notti precedenti. E così si continua per buona parte della notte.
Di primissimo mattino poi la beffa finale. Si dà appuntamento a un bel po’ di dirigenti e iscritti dietro un angolo affacciato su Piazza Sant’Agostino. È noto che il sindaco Lozupone ama partecipare alla prima Santa Messa. Lo si attende all’uscita. Prevedibilmente il Sindaco, uscito da Chiesa, vorrà guardare il risultato della ‘sorpresa’ ordita a danno del PCI.
Puntualmente il Sindaco esce dalla Chiesa e comincia a girovagare per le strade vicine. Somma la meraviglia e soprattutto lo scorno tra i lazzi rumorosissimi dei militanti comunisti usciti dall’ombra al suo seguito.
A distanza di decenni, l’episodio è stato raccontato in grande allegrezza ai figlioli dell’allora sindaco Lozupone, alla presentazione del libro che ne ricostruisce l’appassionante biografia: Francesco Altamura, «Vitantonio Lozupone. Il governo democristiano di una periferia del Mezzogiorno», Mario Adda editore, 2014.
I fatti sono descritti anche sommariamente in Antonella Pugliese, «Le ferriere tra gli ulivi. Storia delle Acciaierie e Ferriere Pugliesi di Giovinazzo», Bruno Mondadori editore, 2014, pp. 154-155.

(prossima puntata: COME A GIOVINAZZO ATTERRO’ LA DISCARICA)

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Politica e antipolitica

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POLITICA E ANTIPOLITICA

Quando le parole divorziano dai fatti

e distruggono vita e partecipazione

 

Da tempo in Italia – ennesima culla di un morbo che flagella ora tutta Europa - è imperativa l'invettiva contro i partiti e la cosiddetta partitocrazia. Si è iniziato con "Mani pulite" e dalle "mele marce" iniziali il mirino via via si è spostato sempre più in alto. Nel tritacarne - grazie anche all'appassionato e partecipe suicidio di partiti e politici della Seconda Repubblica - è finito il contenitore generale, la politica e i partiti, in rottamazione concreta della Costituzione e del suo art. 49: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Inaspettati e su sponde spesso apparentemente contrapposte i carnefici reali.

Il tutto a dispetto di una cronaca che – smentendo ogni colpevole e strumentale sottovalutazione - continua a porci sotto gli occhi i guasti di una società immarcescita da una crisi lunga decenni: criminalità endemica e diffusa, corruzione sportiva, finanziaria, amministrativa, affarismo e particolarismo dilaganti ecc.. Il tutto accompagnato da inni smodati alla cosiddetta "società civile", termine buono a tutte le occasioni e latitudini.

Il bello è che, adottando materialisticamente proprio il metro dei cantori dell'antipolitica, il  tasso di professionalismo politico – quanti vivono di sola politica - oggi è più alto che mai proprio nei loro ranghi, a tutti i livelli, grazie anche alla lunga crisi dell'occupazione giovanile e alle inarrestabili fortune del precariato. Basta compiere una banale disamina dei curricula professionali nelle formazioni che vanno per la maggiore, ad esempio il M5S, o delle sigle e formazioni civiche, dei movimenti nati e diffusi un po' ovunque. In genere si tratta di personaggi che non hanno quasi mai esperienze di lavoro nella vita civile e che soprattutto oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, vivono grazie al loro incarico politico o istituzionale. Il tutto condito dal rosario giornaliero di invettive contro la partitocrazia vampira del sangue di chi vive di lavoro.

La denuncia continua del divorzio tra politica e vita è divenuta da tempo professione.

Il peggio però è che sta distruggendo proprio la politica come sale della vita, impegno, partecipazione tra diversi alla ricerca del bene comune, a beneficio di una comunicazione spesso impazzita dietro mode e soprattutto individualismo dilagante. E intanto le diseguaglianze reali crescono nella società fino a farsi intollerabili e a rendere di fatto improponibili, disfunzionali le reti tradizionali come anche quelle più nuove. Insomma, fino a minare in radice proprio il legame sociale, lo stare in società.

Non è un caso che di fatto nessuno degli esperimenti movimentistici, civici o comunitari degli ultimi anni, o anche decenni, è andato oltre la breve stagione, il piccolo luogo di nascita o il culto effimero di un qualche Cesare strapaesano. E che a soffrirne – non solo in Italia – sia proprio la ricerca di forme nuove di impegno politico e sociale adeguate al protagonismo diffuso di nuovo millennio.

Alla fine prospera un rancore diffuso amplificato da fratture sociali ed economiche e dall’invettiva quotidiana di network mediatici governati da mani forti. Basta vedere come gli scambi molecolari sui social network si alimentano  di bufale e invettive lanciate su schermi e testate dai figuri  più vari.

La  destra antica e nuova se ne nutre e ingrassa.

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Quando il conflitto dilaga e perverte

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Quando il conflitto dilaga e perverte

Da tempo - per l’Italia da decenni - la dinamica civile, ovvero politica, sociale, persino ideale, non è più disciplinata, incalanata, regolata dal sistema politico. Il movimento “5 stelle” ne è conferma clamorosa. Ovunque in Europa la crisi è simile. E persino negli USA il fenomeno Trump si spiega così: siamo fuori dai binari tradizionali.
A livello micro ve ne è una prova eclatante nella diffusa conflittualità che spesso, dietro il fenomeno delle liste civiche, alligna dovunque ed esplode per le cause e i motivi più disparati. La vita di paese ne dà prove eclatanti. Tanto esemplari quanto capillari. Da qualche tempo, nei vari comuni del circondario – ma se si indaga su Internet se ne trova conferme ovunque, in particolare nel Mezzogiorno - sagre e feste patronali sono divenute occasione per liti furibonde che vedono impegnati i gruppi dirigenti cittadini spesso al massimo livello. Si tratti di cortei storici o carri trionfali, spesso con consuetudini e riti centenari. Non vengono risparmiati. Anzi divengono bersaglio prediletto di scorribande politiche e conflitti di gruppi dirigenti, di guerre tra fazioni, in cui si ritorna credenti contro miscredenti, verdi contro gialli, sopra e sotto. Orfane dei tradizionali terreni di confronto politico, le camarille locali più varie non trovano di meglio, per attaccare avversari o provare a guadagnare terreno, conquistare postazioni, che invadere sfere un tempo considerate fuori della mischia e lasciate indenni. Il più delle volte con motivazioni e toni, assai strampalati e selvaggi. E così si alimentano petizioni, si formano liste, si favoleggia di mondi e conflitti inesistenti.
E’ la prova evidente, concretamente palpabile, di quanto sottolineato da molteplici analisti del pensiero politico contemporaneo: il postmoderno si ammanta di colori, tematiche e toni medievali. Si torna a dividersi tra guelfi e ghibellini. Il locale si rivela ancor più conflittuale e selvaggio del globale.
Di questo passo incombe quella “guerra civile”, ovvero quel conflitto senza quartiere e requie che la modernità prima e la democrazia poi avevano provato a disciplinare. Quella guerra civile, quella discordia, quel conflitto tra fazioni locali, o “stasis”, come lo chiamavano gli antichi, in cui, come ammoniva Tucidide, «cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti» e istituzioni o organizzazioni un tempo condivise diventano incapaci a trattenere e significare ancora una storia comune. Col risultato infine che vince, prevale definitivamente – grazie all’«uso specioso della parola», fondamentale nella nostra era della comunicazione - lo spirito di parte, di fazioni che «a parole servivano lo Stato, in realtà lo consideravano alla stregua del premio di una gara».

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LACRIMONI SENZA STORIA

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LACRIMONI SENZA STORIA

Che mondo strano quello che si rivela in un qualsiasi paesino d'Italia o del mondo all'indomani di una sconfitta della nazionale di calcio. O meglio fin troppo limpido e trasparente. L'universo dell'informazione ufficiale fa il pieno naturalmente delle solite cose. Tuttologi che sproloquiano su Conte, la formazione e magari l'arbitraggio. E così è avanti a ogni bar o circolo o ritrovo. Quelli della vita vera in comune.

Muto e silente, assente del tutto, quel mondo variegato che in un piccolo paese - a rimorchio dei social network - è solito animare il dibattito (?) con la pubblicazione sui vari siti cittadini di note e veline le più varie. Su tutto e anche sul calcio o meglio sul tifo pagine intere, traboccanti di foto e aggettivi. Su esplosioni (non solo di gioia) e caroselli (a volte, vandalici) della tifoseria scatenata.

Ieri sera tornando a casa ho incrociato qualche bambino o ragazzetto, a rimorchio dei genitori, con bandiera ripiegata in spalla e lacrimoni mal dissimulati. Nessuno che si sia preso la briga di immortalarli e raccontarli all'indomani come meritavano. La sconfitta non esiste per questo mondo. Il loro racconto è solo per i vincenti, per chi magari approda di straforo alla trasmissione di successo. Il giorno dopo, quando in genere scompare dal video, nulla. 

Tutto per chi appare. Per gli invisibili, i perdenti, quel bambino coi lucciconi, niente.

Non è un bel racconto della vita. Quella vera

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Comunicare e tradurre

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Comunicare e tradurre

 

Impazza la discussione all'indomani delle elezioni amministrative e del referendum inglese. E le varie tesi vengono brandite come clave sulle teste altrui. Non a caso negli USA, sul Washington Post (tradotto in Italia da Il Post) analizzando il successo di Trump, viene rilanciata una vecchia tesi sulla democrazia e sul pericolo di lasciarla in mano agli ignoranti. Nulla di nuovo sotto il sole: se ne discute da sempre, già nella "Costituzione degli Ateniesi". 

A renderla ancora più drammatica oggi è il nostro essere esposti quotidianamente al mondo e immersi in una discussione invasiva, diretta e permanente che fa giustizia in radice di ogni forma di comunicazione e traduzione. Un tempo assorbivamo il mondo intanto con il filtro di una vita condivisa con altri in fabbrica o a scuola, nel quartiere, col partito, il sindacato. Lì assieme agli altri traducevamo quello che non capivamo subito. Ora reagiamo di viscere immersi nella solitudine liquida del web.

Non possiamo pensare di resuscitare il vecchio mondo. Nessuno è capace di rimettere nel tubetto il dentifricio schizzato fuori. Possiamo e dobbiamo creare nuovi luoghi e forme di condivisione e traduzione. Una sfida cui in molti finora si sono sottratti o che è stata accettata solo a parole

 

Devono votare anche gli ignoranti?

di David Harsanyi - The Washington Post

Un giornalista americano propone un esame di educazione civica per gli elettori, perché una democrazia non informata è "il preludio a una farsa o a una tragedia"

 

Il Washington Post ha ospitato questa proposta – raro caso in cui la abusata definizione di “provocazione” ha davvero senso – di David Harsanyi, condirettore della rivista online The Federalist e autore di frequenti posizioni originali, con attenzioni particolari alla crisi dei sistemi democratici. Il suo articolo ha ricevuto molte reazioni di protesta dai lettori, ma tratta un tema che è diventato molto presente nei paesi occidentali negli ultimi anni, quello del calo di corrispondenza tra i principi democratici e la qualità dei governi eletti.

Mai come oggi tantissime persone assai poco informate prendono decisioni che hanno ripercussioni su tutti quanti. Basta studiare la pochezza dell’attuale campagna presidenziale americana per capire come il problema più urgente nella politica degli Stati Uniti non sia l’influenza delle grandi aziende, dei sindacati, dei media e nemmeno quella dei soldi. Il problema principale siete voi, gli elettori americani. Eliminando i milioni di elettori irresponsabili che non si prendono il disturbo di imparare i meccanismi più basilari della Costituzione, o le proposte e la storia del loro candidato preferito, forse potremmo riuscire ad attenuare le conseguenze della sconsideratezza del loro voto.

Non dico che dovremmo erigere delle barriere fisiche per limitare l’accesso al voto. Continuiamo pure a costruire seggi, ad assumere altre persone per lavorarci, a facilitare il processo di registrazione, a spedire più schede elettorali ai cittadini anziani e a produrre più annunci pubblicitari per incoraggiare il voto e a implorare i giovani apatici di adempiere al loro dovere civico. Allo stesso tempo, però, ricordiamoci che andare a votare per il candidato che ha fatto gli spot elettorali che ci sono piaciuti di più è uno dei compiti più sopravvalutati in una democrazia. Se non avete idea di cosa stia succedendo, anche sottrarre noialtri alla vostra ignoranza è un dovere civico. Purtroppo non ci possiamo fidare di voi. Se il voto è un rito consacrato della democrazia, come spesso sostengono i progressisti, è giusto che la società abbia delle pretese minime su chi vi partecipa; e se la cittadinanza è un valore sacro, come sostengono i conservatori, allora si può pretendere da un potenziale elettore lo stesso livello di informazione di un potenziale cittadino. Introduciamo un test per gli elettori: l’esame di educazione civica usato per ottenere la cittadinanza andrebbe benissimo. Quanti dei rumorosi sostenitori dei due principali candidati alle presidenziali americane supererebbero l’esame? Questi sono alcuni dei quesiti dell’esame di cittadinanza, che si dividono tra facili e facili in modo imbarazzante:

Se il presidente e il vice presidente non possono più rimanere in carica, chi diventa presidente?

Cita tre dei tredici stati originari degli Stati Uniti

Cita un diritto o una libertà sancita dal Primo Emendamento.

Cos’è la libertà di culto?

Sono moderatamente fiducioso del fatto che almeno la maggioranza dell’elettorato sarebbe in grado di superare il test, anche se non potrei dire altrettanto della maggioranza dei candidati alla presidenza. Di sicuro, dovrebbe essere un gioco da ragazzi per quei cittadini che sono così coinvolti nella campagna elettorale dai tappezzare le loro auto di adesivi e partecipare ai comizi dei loro candidati preferiti.

Ma forse sono troppo ottimista. Quando qualche anno fa Newsweek aveva chiesto a mille elettori americani di fare l’esame per la cittadinanza, circa il 30 per cento non era stato in grado di dire chi fosse il vicepresidente degli Stati Uniti; oltre il 60 per cento non conosceva la durata del mandato di un senatore; il 43 per cento non sapeva che i primi dieci emendamenti della Costituzione americana sono conosciuti come la Dichiarazione dei Diritti; solo il 30 per cento sapeva che la Costituzione è la legge suprema degli Stati Uniti. Grazie a un altro studio, condotto dall’Annenberg Public Policy Center, abbiamo scoperto che solo il 36 per cento del campione intervistato è stato capace di citare tutti e tre i poteri del governo americano. Queste sono le persone che eleggono chi definisce la struttura fondamentale dell’ordinamento giudiziario degli Stati Uniti, e spesso le nostre vite.

A dirla tutta l’elettorato probabilmente non è meno ignorante oggi di quanto lo fosse 50 o 100 anni fa. La differenza è che oggi il nostro accesso alle informazioni è illimitato. Come scrisse James Madison, il quarto presidente della storia degli Stati Uniti: «Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe». Informarsi sulle caratteristiche fondamentali della nostra repubblica e sulle posizioni dei candidati, poi, è una questione di qualche secondo, letteralmente. Se rinunciate al potere dell’informazione non siete nella posizione di poter dire al resto di noi come vivere le nostre vite. Non votate.

Alcuni di voi mi accuseranno di fare dell’ottuso elitismo: ma è il contrario. A differenza delle molte persone che dipendono dagli elettori ignoranti per esercitare e salvaguardare il proprio potere, mi rifiuto di credere che la classe lavoratrice o i cittadini meno abbienti siano meno capaci di capire il significato della Costituzione o i tratti principali del sistema di governo rispetto allo sprezzante un per cento della popolazione. Ne sono convinto nonostante la scuola pubblica spesso non sia in grado di insegnare agli studenti le basi dell’educazione civica: è ancora una nostra responsabilità, come elettori.

Ovviamente non dobbiamo dimenticarci di brutte storie come le tasse elettorali e gli altri metodi discriminatori usati dagli americani per negare ai cittadini neri il diritto di voto. Qualsiasi tentativo di migliorare la qualità dell’elettorato dovrebbe fare in modo che il voto venga inibito alle persone ignoranti di ogni etnia, credo, genere, orientamento sessuale e contesto socioeconomico. Per il bene delle nostre istituzioni democratiche.

© 2016 – The Washington Post



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CARNEFICI INCONSAPEVOLI, MA VOLENTEROSI

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CARNEFICI INCONSAPEVOLI, MA VOLENTEROSI

Matteo Renzi è sicuramente un volenteroso allievo della Trilateral Commission: una organizzazione nient’affatto segreta, appena ospitata a Roma per uno dei suoi meeting annuali. Le sue ricette sono ampiamente pubblicizzate e il loro successo globale testimonia la sapienza con cui essa amministra e promuove il suo particolare soft-power: una traduzione postmoderna della gramsciana ‘egemonia’.
Le parole d’ordine renziane attingono direttamente al cuore dell’insegnamento trilateralista: la democrazia soffre di sovraccarico di domande, scaricate sulle assemblee elettive da movimenti, lobbies e dalla doppia crisi del sistema economico e del welfare. A lungo andare si alimenta paralisi e delegittimazione, amplificate dal degrado decennale della politica. Se ne esce con una profonda semplificazione, mirata a dare centralità a esecutivi e tecnocrazie raccordati a livello europeo. 
Rispetto a questo disegno, giunto a riscrivere Costituzione e legge elettorale, ormai pronte per un nuovo referendum, buona parte del fronte referendario assemblato il 17 aprile rischia di rimanere subalterna, quando non complice, più o meno inconsapevole, più o meno volenterosa. In primo luogo, in virtù di una concezione della politica ridotta a taglio del nodo gordiano: un bel sì e no a transizioni epocali quali quelle di un nuovo modo di vivere, consumare, produrre. Il tutto poi scaricato dai fronti più disparati contro Renzi, demoniaca incarnazione dei mali peggiori del Belpaese. Di quanti spin-doctor avrebbe avuto bisogno il premier per ottenere un risultato analogo, per esser vissuto dalla Nazione tutta, prima ancora di una malaugurata incoronazione referendaria, come leader, uomo solo al comando?
Il tutto, infine, in nome di un incerto e vago regionalismo, odierna terra di conquista dei peggiori demagoghi e bersaglio di una profonda e diffusa sfiducia. Tanto più ampia e radicale, perchè frutto del fallimento verticale di quel federalismo fino a ieri invocato come panacea di tutti i mali.
Nella volata al prossimo referendum rischiano di essere molti e diffusi i carnefici inconsapevoli - ma volenterosi, appassionati e zelanti – della democrazia italiana.

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Attenti alle fascine accumulate. Rischiano di infuocarsi altrove

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Attenti alle fascine accumulate. Rischiano di infuocarsi altrove

Sono andato a votare SI con la mia testa. E perciò  - nonostante un quesito mal posto e peggio maneggiato - seguendo quello che penso in generale sull’impegno civico e politico, sul futuro di questo mondo e di questo paese: più puliti, liberi, partecipati.

Sobbalzo però, ora all’indomani del voto. Soprattutto, di fronte alle considerazioni di chi vede in quel 31% di votanti la formazione di un blocco sociale e politico tutto spendibile per future battaglie referendarie. Intanto, per quella autunnale nel referendum confermativo sulla riforma costituzionale. 

Tra quei votanti e a sospingerli ci sono state e ci sono forze assai disparate, spesso collocate su opposte trincee.  Per intenderci, chi vuole accoglienza immediata per gli immigrati e chi vuole sparargli subito addosso, magari in mare. Nè a far da collante può esserci l’antirenzismo declinato nelle salse più varie. Anche da chi, finora, si è distinto sempre e dovunque, novello Attila, per una pratica del potere che fa terra bruciata di ogni luogo frequentato e d’ogni sua istituzione o istanza. In quel fronte referendario che ha deposto la scheda nell’urna ci sono anche tanti che, dalle sponde più disparate, alimentano una pratica della democrazia breve, corta, tutta decisione. Critica o nemica, magari, della mediazione politica, di ogni pratica politica alimentata dal metabolismo sociale, culturale, da partecipazione e impegno quotidiani, dalla vita.

Attenzione. Nell’illusione di aver apprestato le fascine per un grande fuoco referendario in difesa della Costituzione - sostanzialmente antirenziano - si corre il rischio di bruciarsi non solamente le mani. Se si continua sull’onda fin qui mal cavalcata, si può scoprire all’improvviso di trovare gran parte delle truppe ammassate - e intanto molti loro condottieri - attorno ad un altro falò, gia tutto apprestato da chi proclama che è troppo tempo che in questo paese non si decide, che semplificare, cancellare un po’ di casta, costringerla al bianco e nero del governo o dell’opposizione non può che farci bene. Insomma, che è l’ora di cambiare.

Attenzione agli umori reali del 31% che ha votato. E naturalmente anche ai silenzi eloquenti dell’altro 69%.

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Di regioni, nazioni e nuovi principati

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“Di regioni, nazioni e nuovi principati”

Bari 19 dicembre 2014

Intervento al convegno su

Stati, regioni e nazioni nell’Unione Europea”

 

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»[1].

Ossessivi questi versi rimbombano in testa mentre qui, tra noi, si distendono e accavallano i racconti dei tumulti che da qualche tempo colorano l’Europa, ne macchiano e agitano cuore e angoli remoti.  E il rimbombo diviene ancor più assordante a fronte della constatazione che ormai, in tanti dei casi qui sottoposti alla nostra attenzione, la realtà ha ragione anche della fantasia più sfrenata.

In queste pagine, grazie ad una messe di analisi che difficilmente trovano audience nel nostro paese o nei circoli dell’europeismo più blasonato, ci siamo avventurati per le geometrie non euclidee del post-statuale, in quelle volute in cui popoli e élites provano a riconquistare sovranità, riconfigurando, accavallando in forme inedite regioni, nazioni e unioni sovranazionali. Il più delle volte si è costretti a stringere le pupille, nel tentativo di aguzzare la vista, provare a distinguere nella marea di soggetti che sembrano farsi avanti, affollarsi, fin quasi a sommergerci. La prima impressione è quella di una moltiplicazione di nuove figure costituenti, di un far massa che preme e rompe le vecchie mura, i recinti tradizionali.

In realtà, ad uno sguardo più attento, ad una valutazione più distaccata e alta non sfugge come questi movimenti improvvisi e disordinati siano spesso il prodotto di una scena che in realtà si rattrappisce, a somiglianza della famosa scatola sperimentale che stringe le sue pareti su topolini costretti a subire una progressiva restrizione dello spazio vitale e lanciati perciò per rincorse e scontri sempre più parossistici. All’occhio dell’osservatore più disincantato non sfuggirà il quadro di insieme: un deserto sempre più ampio avanza e si allarga a contornare queste oasi affollate. Così come all’orecchio più allenato non sfugge il progressivo arrochirsi delle voci che di lì si levano, la loro costante, inevitabile mutazione in grida disperate. Eccola la nota dominante: l’accavallarsi di voci, spesso cacofonico e convulso, ma sempre vario e mutevole, ha da tempo lasciato spazio ad un urlo monocorde, ad una politica rattrappita attorno ad un diffuso, lacerante rancore sociale.

Altri osservatori, altri critici, dotati magari di sonde più acute e smaliziate, vorranno o potranno scorgere nei mutamenti sempre più rapidi della scena sociale e politica europea le mosse convulse di un ceto politico onnivoro, attento alla manutenzione di regole e ambienti funzionali soprattutto alla manutenzione e alla perpetuazione nel XXI secolo della «clase discutidora» eternata un tempo da Donoso Cortés. Sotto questo profilo analitico, appare quanto mai istruttivo il laboratorio italiano. Come sempre, il Belpaese ha rivelato proprietà e capacità anticipatrici rispetto al Vecchio Continente e ad ogni sua realtà nazionale. È sulle nostre rive che i comandamenti della nuova Unione europea – quella congerie di direttive e regolazioni riassunta sotto il termine onnicomprensivo ‘austerità’ - hanno saputo produrre mutamenti rapidissimi quanto radicali del sistema politico. Sotto quella sferza, prima che in qualsiasi altro paese europeo, la nostra giovane Repubblica si è avventurata per una precoce quanto precaria e ininterrotta metamorfosi dei propri assetti istituzionali e politici. Come dimenticare che in meno di un ventennio abbiamo già accumulato più o meno infruttuosamente tre tentativi di riforma costituzionale: in primis, la precaria e avventurosa riforma del Titolo V della Costituzione e dei rapporti tra Stato centrale e Regioni, promossa e imposta dal centro-sinistra; successivamente quella ancor più radicale, per il suo impatto istituzionale, voluta dal centro-destra e definitivamente bocciata dagli Italiani con il referendum del giugno 2006; infine quella del 2012 sul pareggio di bilancio, in omaggio ai dettami europei di politica economica e monetaria. Come non sottolineare soprattutto come questi complessivi mutamenti, accumulati nell’ultimo ventennio, non abbiano affatto prodotto stabilità. Tutt’altro: sono oggi tutti materia incandescente di un confronto politico e istituzionale che sta impegnando severamente, e per alcuni aspetti corrodendo, le residue energie politiche e istituzionali di un paese giunto a livelli di sfiducia e astensionismo politico finora impensabili. 

Da tempo e da più parti, con l’impiego delle chiavi interpretative più varie, si insiste per provare ad orizzontarsi e inquadrare queste convulsioni, sulla corsa a ricollocarsi nel mondo indotta dallo spaesamento prodotto dai processi di globalizzazione. Le coordinate geografiche abituali non bastano più a ridar nome alle cose e ai processi, a recuperare ed esercitare soggettività, identità. Né soccorrono le vecchie appartenenze: troppi vessilli ammainati frettolosamente o improvvidamente agitati. Vi è bisogno di una nuova più puntuale ricognizione del terreno. Né si può cedere alla tentazione semplicistica, oggi fin troppo abusata, di ricorrere alla strumentazione più semplice per provare – magari illudendosi - a ridare una parvenza d’ordine al tumulto che ci contorna. Il palmo della mano, la falcata del passo, il colore della pelle o del nostro credo non ci aiutano più, nemmeno in quel ‘locale’, ossessivamente praticato ma oggi irrimediabilmente dilatato e screziato da un mondo divenuto vita quotidiana.

Servirà allora un ricorso più sorvegliato alla categoria di globalizzazione per evitare di limitarsi alla semplice evocazione di un ‘nonluogo’[2]. Intanto per ricollocarsi in un tempo preciso, non prefato più da un indistinto ‘post’ buono a tutti gli usi: sia esso post-moderno, post-novecentesco o, più generalmente, post-89. La caduta del Muro ha davvero fatto epoca e come tale ha bisogno ormai d’esser distanziata così come l’illusione allora fatale che la storia fosse finita. Di lì è iniziato piuttosto un nuovo galoppo da cui siamo ancora strattonati disordinatamente. E perciò abbiamo ancor più bisogno di partire nell’epoca nostra, sezionare, per orizzontarci. E provare così a riconoscere il tempo nuovo in cui siamo stati scagliati dall’11 settembre e dalla successiva guerra al terrorismo allora proclamata con tanto di corollari sulla «esportazione della democrazia». Per provare magari a contornare il fallimento dell’unilateralismo USA, la rovinosa crisi dell’egemonia a stelle e strisce causata da quegli atti e i nuovi attori e processi attivati da quelle scelte. Per questa via, magari, riusciremo a collocarci meglio sulla mappa del mondo di Terzo Millennio da tempo avviato ad una radicale rivisitazione dei rapporti di forza, non più segnati dal dominio unilaterale sul globo imposto per oltre tre secoli dall’Occidente capitalistico.

Con l’aiuto di queste ultime prospezioni analitiche potremo magari illimpidire lo sguardo su alcune delle pagine più discusse della presidenza Obama e su qualcuno dei mutamenti che stanno scuotendo il terreno su cui poggiano i nostri piedi. Su tre di essi converrà, in particolare, appuntare l’attenzione: un riequilibrio complessivo sta intervenendo nel metabolismo di un globo unificato dall’Europa conquistatrice ma ora rimodellato dal ritorno sulla scena dell’Asia e dei suoi giganti; gli USA non dipendono più dal petrolio come per il passato, quel passato che portava Franklin Delano Roosevelt, di ritorno da Yalta, all’incontro fatale con i Saud o il Presidente Carter a proclamare nel 1980 il Golfo Persico zona di «vitale interesse per gli USA»[3]; più che mai oggi il mondo non è più abitato in forma esclusiva ed omogenea dallo Stato-nazione e dai suoi multipli o sottoinsiemi. Il globo come cipolla rivela ad ispezioni accurate varie stratificazioni. Il suo metabolismo denuncia reti e flussi sempre più intricati. Prima ancora degli studi pioneristici di Saskia Sassen sulla città globale e sulle sue reti[4], la fantascienza e la letteratura cyberpunk ci avevano introdotto al mondo ridisegnato attorno allo Sprawl[5], la città diffusa ridisegnata dalle reti e dai flussi di merci e comunicazioni che stringono il globo. Già nel 2007 le Nazioni unite segnalavano il sorpasso della popolazione rurale da parte di quella urbana, divenuta nel 2014 il 53% del totale. Accostando la lente a questa mutazione, si può scoprire che le cosiddette ‘megacittà” con oltre 10 milioni di abitanti - appena 2 nel 1950 - sono cresciute a 10 nel 1990 e 28 nel 2014; le 21 città che nel 1990 vantavano tra i 5 e i 10 milioni di abitanti sono raddoppiate a 43 nel 2014, mentre le ‘piccole’ città collocate tra 1 e 5 milioni di abitanti sono passate da 239 a 415. Sulle coste cinesi tra il 2007 e il 2010 tre città – una per anno – hanno raggiunto lo status di megacittà con oltre 10 milioni di abitanti[6].

Di fronte a questi sviluppi è quanto mai illusorio e fuorviante ostinarsi nel disegnare la parabola complessiva del neoliberalismo, egemone indubbio del nostro tempo, come una resa – più o meno ordinata - o, peggio, una rotta - magari rovinosa - della politica rispetto al mercato e al suo potere sovraordinante. Converrà ancor oggi mettere a frutto la lezione, la strumentazione analitica che in un’altra età Antonio Gramsci proponeva per la comprensione del capitalismo novecentesco e degli immensi processi di socializza­zio­ne  attivati dalla deflagrazione del primo conflitto mondiale e dalla Grande Crisi. Egli allora sottolineava che «anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il programma dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso»[7]. Nella costanza di questa lezione, immutata rispetto ai vari ‘neo’ che hanno provato a complicarla, i mutamenti che si sono prodotti hanno solo confermato le intuizioni allora messe a frutto sulla distinzione solo metodica, affatto organica, da osservare rispetto alle categorie di Stato e società civile. Colpisce piuttosto l’unicità di accenti con cui – rispetto a Gramsci ma a distanza di tempo e da ben altre sponde culturali e politiche – un pensatore come Michel Foucault ha indirizzato la sua ricerca su neoliberismo e biopolitica: «nel regime del liberalismo la libertà non è un dato, un ambito già costituito che si tratterebbe semplicemente di rispettare; se lo è, lo è solo parzialmente, regionalmente, in questo o quell’ambito particolare ecc. La libertà è qualcosa che si fabbrica in ogni istante. Il liberalismo, pertanto, non è di per sé accettazione della libertà, ma è ciò che si propone di fabbricare la libertà in ogni istante, suscitarla e produrla, con ovviamente [tutto l’insieme] di costrizioni, di problemi di costo che questa fabbricazione comporta»[8].

Sarebbe davvero illusorio nel mondo di terzo millennio provare a rintracciare l’equivalente binomio di società civile e Stato, uno Stato mondiale che sia forma della società civile globale. Questa rimane ‘informale’. Non conosce governo globale, mentre concretamente derubrica Stati e governi a maglie e nodi particolari della propria rete. Si dibatterà a lungo se questa assenza o carenza sia un segnale di imperfezione e incompiutezza o forma di una politica che nel multinazionale o globale è più o meno destinata o condannata a complicarsi, ad abbandonare  la geometria piana euclidea della statualità, per avventurarsi su costruzioni multilivello, post-moderne o neomedievali che siano. Il globo occupato dallo Sprawl ha abbandonato da tempo le geometrie piane dell’ordine di Westphalia, abitato dall’onnipotenza di Stato e politica e dalle loro ordinate movenze. Il governo – ovvero la configurazione eminentemente istituzionale della sovranità - sempre più ha dovuto cedere spazio alla governance, ovvero a quella «struttura di regole, istituzioni e pratiche che – secondo i rapporti sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite[9] -  stabiliscono limiti sui comportamenti di individui, organizzazioni e società e che sovraintendono all’evoluzione della società, dell’economia e dell’ambiente». Oggi le maglie e i flussi transnazionali, le commistioni di pubblico e privato, il fitto reticolo di istituzioni sovranazionali hanno trasformato la sovranità nell’esercizio di un potere condiviso da molti, spesso esercitato a più livelli, attraverso meccanismi di controllo e di indirizzo o tramite procedure negoziali, crescentemente segnato dal protagonismo su scala regionale – ovvero continentale – di uno o più attori, e progressivamente influenzato da soggetti transnazionali o da una grande varietà di gruppi di pressione e di organizzazioni non governative. Entro questa nuova geometria dei poteri, immersa nelle dinamiche che muovono queste reti, la vita di ognuno è costretta a misurarsi con l’invadenza sempre più quotidiana e stringente del mondo, col fatto che ai «rapporti interni di uno Stato-nazione si intrecciano i rapporti internazionali, creando nuove combinazioni originali e storicamente concrete», col fatto magari che «una ideologia, nata in un paese piú sviluppato, si diffonde in paesi meno sviluppati, incidendo nel gioco locale delle combinazioni». Bisogna allora saper fare i conti fino in fondo con il mondo attuale e le sue dinamiche e complicazioni. Da tempo la scena mondiale ha smesso di assomigliare, per dirla con John W. Burton[10], ad un liscio bigliardo su cui, come palle, corrono solo gli Stati, cozzando e interagendo reciprocamente secondo precise e predeterminate traiettorie, nella assoluta impenetrabilità dei corpi postulata dalla fisica e dalla diplomazia classiche. Ora il bigliardo della globalizzazione è diventato molto più affollato e complicato e non contempla più la legge sovrana per cui due corpi solidi non possono occupare contemporaneamente la medesima porzione dello spazio. Lo Stato non ha più a proteggerlo e schermarlo la vecchia corazza: adesso politica interna e politica estera comunicano e si intrecciano. Il metabolismo della comunità non rimane più sigillato entro i confini nazionali.  Né la statualità nazionale ha saputo conservarsi come organizzatrice unica della vita civile a livello sovranazionale. Una miriade di altri soggetti – economici, civili, religiosi quando non criminali - adesso influisce, spinge o frena. Si moltiplicano pressioni e interazioni che rendono sempre più improbabili e improponibili cadute e assalti repentini.

L’uomo di terzo millennio vive – soffre - da tempo un nuovo “Ellenismo”. Come ha notato Marco d’Eramo, già in un’altra età dopo Alessandro il Macedone, «il mondo mediterraneo apparve improvvisamente troppo grande per gli strumenti tecnici della democrazia di quell’epoca, troppo sterminato per essere amministrato dai meccanismi della polis … L’individuo fu confrontato a una economia-mondo, a una organizzazione sociale e politica che non era più alla sua misura. Non era più credibile l’orgoglio del sofista Protagora: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per quel che sono e di quelle che non sono per quel che sono”. Tutto si fece smisurato: le vite dei singoli diventavano percorsi caotici all’interno di un “mondo complesso”»[11]. Ai giorni nostri questo spaesamento ha ormai assunto tratti patologici, volta a volta e nei più diversi contesti mutato in agorafobia, paura dei grandi spazi, o subìto come minaccia, pericolo. Il cartiglio «Hic sunt leones» ora spunta ad ogni pie’ sospinto. Il mondo ci si rivela privo d’ogni metro o compasso: senza più «né cosmospolis»[12]. La ricerca di vie di fuga, approdi sicuri, e anche di isolamento, recinti, muri protettivi, si fa sempre più spasmodica. A mano a mano che l’urto delle comunicazioni realizza quel miracolo già intravisto da Marx, «l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo»[13], siamo trascinati, confusi in una «modernità come incessante, sempre più turbinoso, vortice dei corpi e delle merci, oltre che delle parole e delle immagini»[14].

Come è stato efficacemente sottolineato, «tutte le identità collettive sono rimescolate dal faccia a faccia brutale dell’individuo e del pianeta: per riprendere il titolo di un libro, razza, classe e nazione sono sempre state identità ambigue»[15]. Lungi dall’appiattirsi sotto la livella della globalizzazione, il rullo compressore dell’americanizzazione, l’identità diviene proprio a contatto con quei solventi una ricerca incessante, rovello quotidiano, tizzone ardente. Essa però si rivela anche nella sua evidente storicità un costrutto, un artifizio: «al meglio, una costruzione culturale, una costruzione politica o ideologica, ovvero una costruzione storica»[16]. Sezionata dalla lente dell’analista rivela la sua dimensione processuale, duale: «l’identità di ogni organismo, individuale o collettivo, è fatta di una negoziazione perpetua tra continuità e mutamento (tra fedeltà e innovazione), e tra se stesso e il suo ambiente, tra l’interno e l’esterno, tra il sé e gli altri. Nel loro caso, questa doppia negoziazione tra il tempo e lo spazio è essa stessa moltiplicata»[17].

Il tema, non nuovo, ha conosciuto nel tempo analisi approfondite che ci hanno rivelato segreti e pulsioni dei meccanismi che nel tempo hanno presieduto all’«invenzione della tradizione» o alla promozione delle «comunità immaginate»[18]. A sospingere da sempre questo motore di innovazione politica sta – in particolare nella tradizione occidentale, fin dalla creazione della polis[19] – quell’attore individuato come immaginazione costituente: «una facoltà, ma nel senso kantiano del termine; è trascendentale, costituisce il nostro mondo invece di esserne il lievito o il demone. Soltanto … questo trascendentale è storico, perché le culture si susseguono e non si assomigliano. Gli uomini non trovano la verità: essi la costruiscono come costruiscono la loro storia, ambedue secondo la loro utilità»[20]. Ai nostri giorni - più che in ogni altra epoca, in omaggio proprio allo straordinario potere di manipolazione e artificializzazione del globo che l’umanità rivela ogni giorno - «questa verità è figlia dell’immaginazione. L’autenticità delle nostre credenze non si misura a seconda della verità del loro contenuto … siamo noi a costruire le nostre verità e non è ‘la’ realtà che ci porta a credere. Poiché essa è figlia dell’immaginazione costituente della nostra tribù»[21].

Nella polis del V secolo Clistene con la sua riforma – con la sua particolarissima immaginazione costituente - seppe trasformare le tribù in popolo, in comunità politica. Da allora quel miracolo, quell’artifizio si è perpetuato più volte innovando ogni volta nel composto, nella miscela irripetibile di ogni patto politico, poi sedimentata – nei tempi a noi più vicini – in patti e carte costituzionali: un giuramento per il futuro di una comunità, i suoi propositi, i suoi programmi per il mondo a venire. Oggi, nel mondo, nell’Europa di Terzo Millennio, assistiamo – come qui del resto è ampiamente documentato – ad una moltiplicazione di soggetti e piani costituenti. Perché questa esplosione? E soprattutto in che rapporto essa sta – se c’è rapporto – con la mutazione d’ambiente e intima che avviene in e attorno a quel motore costituente? Cosa accade all’immaginazione, quando il suo tempo non scorre e si innalza più sicuro innanzi, ma si incurva, quando gli orizzonti si oscurano? Anzi, quando il futuro più che farsi incerto assume sempre più le fattezze dell’incubo, quando si disegna peggiore per gli eredi di quello ereditato dai nostri progenitori.

A far da discrimine nel mutamento dei tempi e da contorno alle eccitazioni dei nuovi costituenti c’è l’avvento, la massiccia, inarrestabile marcia del vuoto. Là dove prima vi erano strade e piazze colme di popolo, ora dominano rarefazione e abbandono. Sezioni e urne elettorali un tempo piene sono sempre più disdegnate da iscritti e elettori in libera uscita. Paradossale la tendenza rivelata dai più recenti trend elettorali nel Belpaese: l’«inedita topografia dell’astensionismo», la sua «rivoluzione geografica». La partecipazione al voto sul territorio nazionale ormai rovescia in forme spesso clamorose la graduatoria che eravamo abituati a rilevare, con un Nord con le sue virtuose, altissime percentuali di votanti, di contro a Mezzogiorno e Isole, abituali fanalini di coda. Adesso «sono proprio le aree del Nord, e con esse le regioni rosse, quelle in cui con maggiore evidenza gli argini si sono rotti, e si sono verificate le più massicce ‘fuoriuscite’ di elettori»[22]. Più in generale, in tutta Europa il comportamento elettorale rivela che è in profondo rimescolamento quella genealogia della azione collettiva e della politica individuata da Albert Hirschman ormai quasi mezzo secolo fa[23]. A farla da padrone ai giorni nostri, a convincere i più, la maggioranza spesso, è proprio la defezione, l’exit, l’abbandono del terreno di gioco: l’astensione. Di contro, lealtà e protesta divengono prerogativa di minoranze massicce le une contro le altre ferocemente armate, tenute assieme e sospinte – spesso in ibride combinazioni - dalle nuove miscele di leaderismo e populismo.

Fatichiamo a comprendere questi nuovi sommovimenti. Le nostre vedute sono ancora tutte traboccanti di quella ribellione delle masse che ha dato colore e spessore ad un’età, cosicché fatichiamo a cogliere il cambio di stagione intervenuto alla svolta di secolo con la rivolta delle élites[24]. Ma è con questi drammatici cambi di passo, con le divaricazioni sottostanti che bisogna fare i conti se si vuole riagguantare il bandolo della matassa, ricominciare a tessere tela. Intanto mettendo sotto la lente dell’osservazione le diseguaglianze, fonte primaria dello scasso di politica e democrazia.

Credit Suisse e, sulle sue piste, Oxfam International hanno evidenziato il picco toccato dalle diseguaglianza globali: a fine 2014 l’1% più ricco dell’umanità controlla ormai  quasi la metà, per la precisione il 48%, della ricchezza globale[25]. A ridosso di questa divaricazione planetaria, una immensa bibliografia prova da tempo a misurare ed apprezzare, per ogni angolo del mondo, repliche e inflessioni particolari di questa ferrea, quasi inarrestabile deriva[26]. Di fatto non c’è paese al mondo che abbia saputo o voluto contrastarla, semmai emergono casi particolari – ad esempio, per l’Italia – in cui assieme all’ampliarsi delle diseguaglianze è andato di pari passo un innalzamento straordinario dei livelli di povertà, il più ampio tra tutti i paesi dell’UE nel primo decennio del secolo, con conseguenze devastanti in termini di disagio  sociale e mutamento dello spirito pubblico[27].

Anche in  questo caso un pensiero che viene da lontano può far da bussola. In questo caso è Aristotele con il suo ammonimento sulle origini stesse della stasis, della guerra civile come dissoluzione della polis: «la ribellione nasce ovunque dalla diseguaglianza». Con impareggiabile maestria il suo scalpello mostrava già come nel mondo antico un irriducibile contrasto opponesse i pochi, oligoi, i migliori, beltistoi, i ben nati, gennaioi, la gente per bene, chrestoi, ai molti, polloi, gli inferiori, cheirones, il popolino, ochlos, la canaglia, poneroi. Il punto è che a rendere inarrestabile il conflitto non era solo la dinamica sociale. A pesare in maniera decisiva – egli statuiva – era «la ricerca di eguaglianza» attivata dall’integrale sottomissione della polis e dei suoi equilibri alla volontà degli uomini che la popolano e che la animano, alla loro capacità di imporre o di accordarsi attorno a regole e leggi: l’isonomia, l’uguaglianza di fronte alla legge[28]. Già allora si individuava un solco incolmabile tra democrazia e ricchezza dei pochi. Il XXI secolo ora fa emergere nuovi aristoi, forti non solo di immense, abituali ricchezze ma di un inedito controllo sulla natura e sul globo. La tentazione allora diviene fortissima per provare a tradurre diseguaglianze e gerarchie generate dalla globalizzazione neoliberista in una nuova oligarchia. Fatto sta che sono proprio scienza e comunicazione, le potenze unificatrici del globo, a rendere oltre misura intollerabili le divisioni del mondo odierno e a rinverdire drammaticamente l’ammonimento di Aristotele. Contrariamente ai tanti miti propalati dalle più diffuse e fortunate utopie tecnocratiche, la tecnologia non acqueta il mondo. Non lo addormenta né smussa asperità o contrasti. All’indomani del II conflitto mondiale, quando si apriva una nuova pagina della nostra storia, Arnold Toynbee annotava con straordinaria lungimiranza che «mentre prima, la ineguale distribuzione dei beni di questo mondo fra una minoranza di privilegiati e una maggioranza sprovvista di privilegi era considerata un male inevitabile, oggi le ultime invenzioni tecniche del mondo occidentale l’hanno fatta diventare una intollerabile ingiustizia». L’hanno elevata al rango di «una enormità morale, poiché ha finito di essere una necessità pratica»[29], ha smesso di esistere come espressione dei limiti imposti dalla scarsezza dei mezzi o dalla natura matrigna.

Oggi, quando moneta e vita ormai si dissolvono e vengono ricomposte nei flussi di bits e nei codici di finanza e biotecnologia regolati e controllati da un pugno di aziende, queste pulsioni e tendenze stanno venendo a punti di tensione insopportabile. Soprattutto qui in Europa dove da oltre un ventennio - mentre ci si sforza di stare al passo, se non alla testa della corsa universale verso la «società della conoscenza» - si prova a modellare e completare il più ambizioso degli artifizi: con il forcipe dell’euro estrarre dall’utero dell’Unione Europea, nata a Maastricht sulle rovine del Muro, il demos europeo. Inchiodato da un ventennio ai precetti e ai comandamenti dell’austerità, quel progetto, dopo l’incrocio con la crisi finanziaria internazionale, appare mutarsi in incubo. La ricerca del demos lentamente ma inesorabilmente ha attivato sì l’immaginazione costituente, ma sempre più spesso, assieme ad essa, anche demoni. A mano a mano che il tessuto delle democrazie europee, lo stato sociale, quel sostrato unificante di una civiltà, di un comune sentire di gran parte dell’Europa comunitaria è stato sottoposto ai morsi della crisi e della regolazione neoliberista dettata dall’UE, speranza e fiducia hanno lasciato il campo a sconforto e disillusione. Ne è vivida testimonianza il mutar di tono e d’accenti della pubblicistica che sempre più copiosa s’affolla a commentare ogni passaggio della vicenda comunitaria ed europea. Là dove nei titoli che accompagnavano l’albeggiare di Maastricht e dell’euro campeggiavano un tempo apertura al futuro e fiducia nel controllo del pianeta e del secolo nuovo, oggi dominano chiusure ed espressioni cupe quali «colpo di Stato» e «collasso», «fallimento» e «tramonto» o «Titanic», quando non addirittura evocazioni infernali: si pensi al «mostro» - per quanto «buono» - di Enzensberger o al «risveglio dei demoni» di Pisani-Ferry[30]. La scalata disinvolta del XXI secolo ha lasciato posto all’assedio del «mondo grande e terribile», alla chiusura claustrofobica di chi si rinserra a difesa del mondo di ieri, preda di pulsioni identitarie, quando non xenofobe,  e di un sordo «sciovinismo da benessere»[31].

Demos e demoni si frammischiano e sospingono a vicenda nella ricerca di spazio e legittimazione. I sommovimenti, vari e convulsi, in genere, trovano un terreno fertile nelle regioni ricche di un aggregato nazionale. A minimo comune denominatore vi è quasi sempre la richiesta di un federalismo spinto che, in nome di un presunto europeismo, vuole eguaglianza e promozione di opportunità per le parti più ricche di Europa. Di qui un ruolo sempre più centrale delle metropoli, di distretti e centri direzionali. Lo Sprawl della letteratura cyberpunk si vendica, mimando lo Stato e supponendo sovranità, rotonde e piene, che non esistono più nel mondo reale.

Cosa poi accade quando si paga un tributo così alto alla ricchezza come motore e principio costituente? Come si farà a negare allo stesso principio di mutarsi in regolo ordinatore di tutte le dinamiche, interne ed esterne, dell’area? Ad arrivar primi saranno sempre e soltanto i ricchi, i più dotati. Che magari per ora provano a maneggiare ricchezze straordinarie, senza accorgersi magari del rischio che esse possono tramutarsi in monocolture rischiose. Si pensi oggi al peso del petrolio del Nord nel dibattito e nelle dinamiche dell’indipendentismo scozzese. Lo scenario in poco tempo è stato terremotato dalle volute del prezzo crollato a livelli che possono renderne persino anti-economica l’estrazione: il supporto di una piena sovranità all’improvviso è apparso traballante e azzardato, una rischiosa prigione, di fronte alla prospettiva che anche la dismissione di pozzi debba abbisognare di investimenti.

Improvvisamente, e ad ogni latitudine, sotto i colpi della crisi fiscale dello Stato causata dallo stallo della crescita, il federalismo è stato investito da una clamorosa delegittimazione esistenziale e di prospettiva. Sembrava – in Italia soprattutto, con il corollario della riforma del Titolo V della Costituzione - la chiave di ingresso alla governabilità del XXI secolo. Doveva alleggerire la pressione fiscale e garantire una spesa pubblica ottimale. Si è rivelato un calvario. Ha inacidito i contribuenti. Deluso gli utenti. Arricchito corrotti e criminali. Adesso spesso lascia il campo al più radicale dei sogni o degli incubi: la flat tax.

Il risultato fondamentale di questa epocale spaccatura è un reciproco e vicendevole ritrarsi nelle proprie sfere di cittadini ed élites, di gente comune e governanti, fino al costituirsi di due mondi contrapposti: «c’è allora un mondo dei cittadini … e un mondo di politici e di partiti, con interazioni tra le due sfere in calo radicale. I cittadini mutano da partecipanti in spettatori, mentre le élites conquistano spazi sempre più estesi nei quali poter perseguire i loro particolari interessi. Il risultato è l’inizio di una nuova forma di democrazia, in cui i cittadini stanno a casa mentre i partiti continuano a governare»[32]. Osservata dall’alto, da un osservatorio sovranazionale, questa progressiva divaricazione si rivela come una radicale evaporazione di Stato e democrazia. Di fatto, il potere si sposta verso l’alto e altrove (l’Europa, le istituzioni sovranazionali). Alla fine non rimane che arrendersi all’amara constatazione di un potere sovranazionale, l’Unione europea, che risucchia tutte le politiche, senza però conquistare la politica o un popolo, un demos. Sul campo rimangono Stati alle prese con una politica senza politiche[33]. La si etichetti con Colin Crouch postdemocrazia[34] o con Mair politica senza popolo, assistiamo al passaggio ad una democrazia senza partiti, in cui il partito politico non è più casa del cittadino né abito del leader. Crollano i livelli di partecipazione politica così come l’affluenza alle urne. Muta drammaticamente la fedeltà dell’elettore. Ovunque in Europa i sistemi politici sono in crisi profonda, ovunque vanno in frantumi le tradizionali coordinate bipartitiche che un tempo reggevano il sistema (la stessa Germania, icona della stabilità, ha visto i suoi due tradizionali partiti dell’alternanza, SPD e CDU, passare dal 90% a poco più del 56% delle preferenze elettorali nel 2009). Ovunque la politica incrocia e subisce l’onnipotenza della comunicazione diventando spesso -  a fronte dell’immediatezza, delle urgenze di quest’ultima – incomunicabilità, disperazione. Nella sfera onnipotente della comunicazione la politica come strumento della partecipazione finisce sotto osservazione come pezzo, segmento di un mondo più largo e disteso – la vita - in cui finiamo con l’osservare la politica come una sfera estranea alla nostra esperienza complessiva: qualcosa che riguarda la governabilità, di esclusiva pertinenza delle élites. E’ così che alla fine rimangono sul terreno partiti senza militanti, in un «processo di inesorabile ritiro dei partiti dal campo della società civile verso quello del governo e dello Stato»[35]. Da agenti della rappresentanza si mutano o pervertono in agenzie della governabilità.

In Europa più che altrove questo processo sta conoscendo le sue evoluzioni più radicali. Qui più che altrove nel mondo la governance – nei suoi molteplici tentacoli e nelle sue mille declinazioni – è divenuta una calamita inesorabile. Si pensi al Belgio e alla crisi di governo durata per anni: non vi sono state conseguenze drammatiche. Quasi nessuno si è accorto dell’assenza di un governo appesi di fatto al paracadute della governance sovranazionale.

Qui più che altrove una straordinaria immaginazione costituente prova ad edificare e conquistare un popolo europeo, segando allo stesso tempo, con le politiche di austerità, il ramo di quello stato sociale europeo su cui da decenni poggia una reale, possibile identità europea. Perché meravigliarsi se, marchiando lo Stato sociale europeo come ruggine, eurosclerosi, immediatamente il percorso di «una unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» si è popolato di ostacoli e sommovimenti, se già l’annuncio dell’euro ed i primi referendum si mutarono in crisi dello SME, se il tentativo di rinsaldare il rapporto tra il mondo del lavoro e l’UE con il Piano Delors e il trattato di Amsterdam ha poi dato vita al Patto di Stabilità, se diritti e poteri conquistati con il Trattato di Lisbona pervertono nei nuovi lacci costituzionali del pareggio di bilancio.

In questa inesorabile – almeno finora – evaporazione del politico, sembrano emergere due risultati, due prodotti su cui converrà tener desta l’attenzione: «società incivile» e «bipensiero». 

Con la prima espressione intendiamo quell’insieme di modificazioni strutturali che, nei complessivi processi di deregulation, consegnano a nuove, inedite e a volte innominabili combinazioni di pubblico e privato, uno straordinario potere di condizionamento della vita civile e politica. Che si parli delle moderne oligarchie, figlie di decisioni politiche, o di mafie e poteri criminali capaci di espandersi ora ben al di là degli originari distretti, in forza dei nuovi meccanismi di governance, siamo di fronte a fenomeni modernissimi non più catalogabili sotto le tradizioni etichette della perversione corruttrice. Su di essi vale la pena di dirigere uno sguardo continuo e specifico.

E così anche per il «bipensiero» o «doublethink» eternato da Eric Arthur Blair (alias George Orwell) nel suo 1984: «Il bipensiero è l’anima del Socing, perché l’azione fondamentale del Partito consiste nel fare uso di una forma consapevole di inganno, conservando al tempo stesso quella fermezza di intenti che si accompagna alla più totale sincerità. Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall'oblìo per tutto il tempo che serva, negare l'esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile. Perfino quando si usa la parola bipensiero si cancella questa consapevolezza, e così via, all’infinito, con la menzogna in costante posizione di vantaggio rispetto alla verità»[36].

Converrà tenere a mente queste parole nell’osservare la politica e le sue epocali mutazioni.

 



[1] W. Shakespeare, Amleto, atto I, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber.

[2] M. Augé, Non-Lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Paris, Seuil, 1992; trad. it. Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1996

[3] Per uno sguardo d’assieme, cfr. D. Yergin, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money  and Power, New York, Free Press, 1991, tr. it. Il premio. L’epica corsa al petrolio, al potere, al denaro, Milano, Sperling & Kupfer, 1991.

[4] Tra tutti basta citare Cities in a World Economy, Thousands Oaks, Pine Forge Press, 1994 tr. it. Le città nell’economia globale, il Mulino, Bologna 2010.

[5] Vero e proprio fondale della trilogia cyberpunk di William Gibson: Neuromante, Count Zero e Monna Lisa Cyberpunk.

[6] Urban World. Cities and the Rise of the Consuming Class, McKinsey Global Institute, june 2012.

[7] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, vol. III, pp. 1589-90.

[8] M. Foucault, Naissance du biopolitique. Cours au Collège de France 1978-1979, Paris, Seuil-Gallimard, 2004, tr. it.: Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli 2005, p. 67.

[9] In particolare, UNPD, Human Development Report 1999, Oxford, Oxford University Press, 1999, tr, it. Rapporto sullo sviluppo umano: vol. 10, La globalizzazione, Milano, Rosenberg & Sellier, 1999, p. 51.

[11] M. d’Eramo, Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 210.

[12] P. Hassner, La terreur et l’empire. La violence et la paix II, Paris, Éditions du Seuil, 2003, p. 352.

[13] K: Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, Berlin, Dietz Verlag, 1953, tr. it. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Firenze, La Nuova Italia, 1970, vol. II, p. 160.

[14] D’Eramo, op.cit., p. 154.

[15] Hassner, op. cit., p. 51, che cita in proposito l’opera di E. Balibar – E. Wallerstein, Race, class, nation: les identités ambiguès, Paris, La Découverte, 1988, tr. it. Razza nazione classe. Le identità ambigue, Roma, Edizioni associate, 1991.

[16] Jean-François Bayart, L’illusione identitaire, Paris, Fayard, 1966, posiz. 69.

[17] Hassner, op: cit., p.51.

[18] Valgano per tutti i riferimenti a E. J. Hobsbawm, Nations and Nationalism since 1870, tr. it. Nazioni e nazionalismo dal 1780. Programma, mito, realtà, Torino, Einaudi, 1991; E. J. Hobsbawm- T. Ranger (eds.), The Invention of Tradition, Cambridge, Cambridge University Press, 1983, tr. it.  L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987; P. Anderson, Imagined Communities, London-New York, Verso, 1983, tr. it. Comunità immaginate. Origini e diffusione del nazionalismo, Roma, manifestolibri, 1996.

[19] Cfr. in generale C. Meier, Die Entstehung des Politischen bei den Griechen, Frankfurt am Mein, Suhrkamp Verlag, 1980, tr. it.  La nascita della categoria del politico in Grecia, Bologna, il Mulino, 1988, in particolare le pagine dedicate alla riforma di Clistene.

[20] P. Veyne, Les Grecs ont-ils cru à leurs mythes?, Paris, Éditions du Seuil, 1983, tr. it. I Greci hanno creduto ai loro miti?, Bologna, il Mulino, 1984, p. 32.

[21] Ivi, p. 187.

[22] Una puntuale ricognizione in M. Revelli, Finale di partito, Torino, Einaudi, 2013, posiz. 158.

[23] A. O. Hirschman, Exit, Voice and Loyalty. Responses to Decline in Firms, Organizations and States, Cambridge MA., Harvard University Press, 1970, tr. it. Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, , dei pariti e dello Stato, Milano, Bompiani, 1982.

[24] Quasi scontati i richiami a J. Ortega y Gasset, La rebelión de las masas, Madrid, Ediciones de la Revista de Occidente, 1930, tr. it. La ribellione delle masse, Bologna, il Mulino, 1962 e 1984, e Ch. Lasch, The Revolt of the Elites  and the Betrayal of Democracy, New York-London,  W. W. Norton & Co., 1995, tr. it. La ribellione delle élites. Il tradimento della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1995.

[25] Credit Suisse Research Institute, Global Wealth Databook 2014, october 2014 e Oxfam International, Wealth: Gaving It All and Wantin More, january 2015.

[26] Tra tutti, B. Milanovic, Worlds Apart. Measuring International and Global Inequality, Princeton University Press, 2005, tr. it. Mondi divisi. Analisi della diseguaglianza globale, Milano, Bruno Mondadori, 2007; U. Beck, Die Neuvermessung der Ungleichheit unter den Menschen, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 2008, tr. it. Disuguaglianza senza confini, Roma-Bari, Laterza, 2011, T. Piketty, Le capital au XXI siècle, Paris, Éditions du Seuil,  2013, tr. it. Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014.

[27] M. Revelli, Poveri, noi, Torino, Einaudi, 2010, pp. 25-34.

[28] Aristotele, Politica, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 85-6, 153.

[29] A. J. Toynbee, Civilization on Trial, New York, Oxford University Press, 1948, tr. it. Civiltà al paragone, Milano, Bompiani, 1983, pp. 39-41

[30] Tra tutti cfr. H. M. Enzensberger, Sanftes Monster Brüssel oder Die Entmündigung Europas, Berlin, Suhrkamp Verlag, 2011 tr. it. Il mostro buono di Bruxelles, ovvero l’Europa sotto tutela, Torino, Einaudi, 2013;  J. Pisani-Ferry, Le Reveil des Démons. La crisi de l’euro et comment nous en sortir, Paris, Fayard, .

[31] L’espressione di Elmar Altvater fu coniata di fronte alle prime manifestazioni di chiusura identitaria e intolleranza nel 1993 nell’Europa del Centro-Nord: «il Manifesto», 30 maggio 1993.

[32] P. Mair, Ruling the Void. The Hollowing-Out of Western Democracy, London and New York, Verso, 2013, posiz. 1453.

[33] V. A. Schmidt, Democracy in Europe. The EU and National Politics, Oxford, Oxford University Press, 2006, p. 51 (citato in S. Goulard - M. Monti, De la Démocratie in Europe, Paris, Flammarion, 2012, tr. it. La democrazia in Europa. Guardare lontano, Milano, Rizzoli, 1992, p. 51).

[34] C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003

[35] .Mair, op. cit., posiz. 1253.

[36] Milano, Mondadori, 1950, posiz. 3263.