Stampa

LA CADUTA DI DRAGHI

on . Posted in Articoli

LA CADUTA DI DRAGHI

E QUELLA «NOTTE»  CHE ANCORA NON PASSA 

(pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 1° agosto 2022)

«Whatever it takes»: «Tutto ciò che è necessario». Siamo a  10 anni da quel 26 luglio 2012 in cui Mario Draghi a Londra di fronte alla platea della Global Investment Conference piantò il paletto di una nuova BCE al cuore dell'UE e al comando dell'euro. Nel quasi anniversario di quel giorno fatale non gli è riuscito a Roma di rinnovare i fasti di un annuncio che allora gli guadagnò fiducia e attenzione incondizionate in Europa e nel mondo. 

Cosa è successo qui da noi? Ha perso smalto il novello Cincinnato? Cinismi e egoismi di una Roma immutabile? 

Ormai una inedita stagione  elettorale si è spalancata sotto i piedi del paese. S’addensano timori e domande. Che effetto avranno caldo e ombrelloni? E un Covid mai domo e mutante? E quali equilibri politici usciranno dalle urne? Dobbiamo temere cataclismi? In molti - e giustamente - temono per la nostra Costituzione. Tanti gli annunci di modifiche già depositati: il presidenzialismo nel tempo ha guadagnato consensi anche su lidi inaspettati. 

Val la pena allora di fare un po' di luce nel buio che s'addensa sul nostro futuro, in questa notte che non passa della democrazia repubblicana, aggrovigliata da tempo attorno a troppi nodi gordiani. Tanti avevano intravisto in Draghi il nuovo Alessandro. La delusione è pari solo al peso delle aspettative mancate.

Non molti ricordano che quel luminoso «whatever» era stato preceduto - e reso magari possibile - dalla ben più prosaica e assai discussa decisione assunta dalla quasi totalità degli stati UE con la firma sul Fiscal Compact e sui suoi obblighi: rientro dal debito pubblico e pareggio di bilancio. L'Italia pronta al passo con ratifica e introduzione dell'obbligo in Costituzione tra il maggio e il luglio di quel fatale 2012 ad opera di un altro governo 'tecnico': quello di Mario Monti. La svolta di Draghi intervenne perciò in un quadro europeo terremotato fin dal 2008 in modo radicale - spread a livelli altissimi in molti paesi, Grecia a rischio default, euroscetticismo montante - ma entro una cornice costituzionale che paradossalmente aveva confermato e rafforzato i principi fondativi dei trattati UE: lotta all'inflazione, debito sotto controllo ecc. È entro questo generale quadro costituzionale - con queste sostanziose rassicurazioni del partito e degli Stati del 'rigore' - che Draghi realizza la svolta e l'approfondisce di lì a qualche anno con l'inaugurazione del Quantitative Easing: una politica monetaria espansiva già adottata in momenti di crisi, e con esiti incerti. In particolare, dal Giappone, fin dagli anni 90, e negli USA in risposta alla voragine del 2008.

Covid e aggressione russa all'Ucraina hanno fatto il resto. La spesa pubblica ha galoppato, trainando anche una discreta ripresa in tanti paesi. L'effetto è stato quello di un aumento di debito e disavanzo pubblici, sia pure mitigati a fine 2021. Ormai la metà circa degli stati UE si fa beffe del tetto del 60%. Si tratta dei paesi con popolazione e peso economico più rilevanti. Di qui il tentativo di ricondurre il tutto sotto controllo, nell'intento di frenare le divergenze più accentuate, con il rialzo dei tassi da parte della BCE e il varo di uno scudo anti-spread.

Il mutamento più significativo però è intervenuto nello spirito pubblico, nell' humus di fondo, e nella cabina di regia. Il rafforzamento e l'ulteriore allargamento della Nato anche a paesi tradizionalmente neutrali, hanno tolto vento alle vele del sovranismo più marcato. La stessa deriva populista ha notevolmente corretto la rotta, sia pure tra mille ambiguità. La regia generale però è divenuta sempre più elitaria, appannaggio di tecnocrazie ed esecutivi. La marginalizzazione dei parlamenti sempre più accentuata.

La manifestazione più evidente della deriva in atto è nell'astensione elettorale alle stelle e nel fossato sempre più profondo tra rappresentati e rappresentanti. Con il risultato che ormai si sono accumulati mutamenti epocali nelle istituzioni cui noi europei deleghiamo cura dell'esistente e progettazione del futuro. Nato e UE sono ormai ben altro da quelle riprogettate nel biennio fatale 1989-1991. Le abbiamo rifatte ab imis a colpi di revisioni sotto traccia del Concetto strategico atlantico, ora allargato persino alla Cina, e gestione delle emergenze globali. Il tutto senza mai passare per le dovute ratifiche parlamentari o anche elettorali. È anche sotto l'urto di queste novità che i partiti in Italia hanno deciso di rompere e riconquistare una parziale libertà di manovra, prima che Draghi, in serrato dialogo con i vertici comunitari e atlantici, rideterminasse ulteriormente le agende future.

Ma sarà questo sistema politico, sia pure interrogato in emergenza e profondità dal corpo elettorale, capace di rispondere positivamente, di riallacciare un dialogo serrato con cittadini e corpi sociali organizzati? Ci sia permesso di esprimere un serio dubbio. 

Anche il più semplice e sprovveduto dei cittadini avverte sulla pelle il morso di innovazioni e mutamenti che hanno ormai sconvolto i termini essenziali della civiltà umana. Conviviamo quotidianamente con la minaccia della 'bomba', abbiamo la vita invasa, riscritta dai social, passeggiamo con il mondo il tasca grazie al cellulare. Ma per questi "politici-senza-partito" nulla è mutato rispetto ai primi del Novecento. Siamo ancora allo scontro tra «Strapaese» e «Stracittà». 

 

Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari «Aldo Moro»