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L'anima dell'Europa

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pubblicato su «il Manifesto» del 31-7-2011 

L'UNIONE ALLA PROVA DELLA COESIONE POLITICA

L'ANTICIPAZIONE

Arriva nelle librerie in questi giorni, edito da La meridiana di Molfetta, «Tra due secoli. Tappe e approdi dell'Unione europea 1989-2011», di Isidoro Davide Mortellaro, docente di Storia delle relazioni internazionali nell'università di Bari.

L'attualità di alcune pagine sull'attuale crisi dell'Ue e sulla primavera araba, ci suggerisce di anticiparne alcune pagine dell'introduzione.

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Il referendum greco ridà voce ai popoli

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pubblicato su «il Manifesto» del 27-9-2011 

Ben scavato, vecchia talpa. A bomba scoppia l'annuncio di Papandreou. Nel 2012 i greci andranno a referendum sul piano di aiuti dell'Unione europea. Nella culla della democrazia, della civiltà occidentale, dovranno decidere - una testa, un voto - se rinnovare il rito sacrificale di Procuste nel morso della nuova governance europea. Insomma, se e come divenire europei rimodellando politica, finanze e welfare nel corsetto del patto di stabilità rafforzato, secondo il diktat di Bce, Commissione e direttorio franco-europeo.

Scandalizzato non si dà pace Sarkozy, presidente di quei francesi che per referendum già due volte hanno atterrato l'Europa: ai tempi dello Sme e dell'Ue uscita da Maastricht gravida del nuovo euro; e dopo la Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing, con tanto di Costituzione e Carta dei diritti. Alti lamenti leva la Merkel, cancelliera di quella Germania che, su rigidissimo mandato della Corte di Karlsruhe, pretende che ogni decisione europea conquisti il crisma della democraticità solo passando per il vaglio preventivo del Bundestag o dei suoi organi. Indignati strepitano traders e banchieri abituati ad esercitare quel «plebiscito permanente dei mercati» su cui, per un ventennio, ci hanno ammonito Hans Tietmeyer, Guido Carli o Tommaso Padoa-Schioppa. Temono di perdere il monopolio con cui ogni giorno dagli spalti di borse o agenzie di rating fanno il tiro a segno su governi e democrazie. Terrorizzati infine stanno i reggitori d'ogni landa europea, in particolare quanti a latitudini latine avvertono sempre più nitido il sordo ammonimento del coro greco: de te fabula narratur. 

Certo, nel mirino è l'annuncio avventuroso. Destinato magari a causare il suicidio politico di Papandreou. Si poteva far prima e meglio. Evitare che tutto degenerasse. A far danno però non è la chiarezza della decisione, quanto l'asimmetria incomponibile cui si è giunti tra vocio del mercato e mutismo della democrazia. Folle è stato pensare - come scritto dal Fondo Monetario Internazionale in Lifting Euro Area Growth del 22-11-2010 - che «le pressioni del mercato possono riuscire là dove hanno fallito altri approcci». Che venga del bene dal torcere un braccio. 

Il referendum riconsegna decisioni e processi all'unica possibile misura: alla politica. Solo così critici e tifosi dell'euro e dei suoi comandamenti saranno costretti a dare il meglio di sè, a magnificare vantaggi o baratri, prospettare alternative concrete. Intanto, a discutere da europei, dismettendo virtù e vizi più o meno congeniti, pigrizie e svolazzi. Solo così l'Europa potrà smettere d'esser solo matrigna. Dovrà industriarsi a riconoscere dubbi e paure di figli che, se perduti, la trascineranno in mutua rovina. Dall'alto e dal basso bisognerà affinare la propria ragionevolezza su ragioni e speranze altrui. 

È un momento di verità anche per noi italiani, costituzionalmente impediti a dir la nostra per referendum su trattati internazionali, su un'Europa divenuta chance o morso quotidiani della nostra vita. Su questo crinale potremmo stanare una politica adusa nella seconda repubblica al gioco delle tre carte sul tavolo europeo, a velarsi più che altrove dietro lo schermo del vincolo esterno. Stanare magari i tanti, troppi Tremonti: pronti, sotto elezioni, ad addossare al «mercatismo» - maschera orripilante del socialismo che fu - l'invenzione dell'Europa e ad impugnarla magari, in tempi di stretta, come principio primo di nuove, ragionieristiche Costituzioni. 

Il referendum greco, dopo le piazze del 15 ottobre, aiuta a ridare ai più quella parola sequestrata per i pochi da euro, mercati e finanze. Non pareggia i conti, prova solo a riassestare la bilancia. Per tornare a reggere l'urto di quelle potenze bisognerà salire in tanti sull'altro piatto.


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E se per affrontare la crisi tornassimo al '900?

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pubblicato su «il Manifesto» del 27-11-2011 e su: Sbilanciamoci.info (link: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/E-se-per-affrontare-la-crisi-tornassimo-al-900-11586) il 29-11-2011

Stato e politica, lavoro e Costituzione non sono cadaveri del secolo passato ma pietre angolari per il futuro. E l'ordine nuovo si formerà per la strada

Il 'post' – abusato e preposto a ogni attributo della nostra età: moderna, industriale, fordista o financo umana – ha filtrato il nostro assaggio del nuovo secolo. Che fosse sonda di rabdomanti in ricerca di nuova linfa o carrozzina concessa con malizia ai sopravvissuti di un epocale rovescio, quel prefisso ha comunque ridotto la sinistra o le sinistre, che dir si voglia, a comparse di una rivoluzione passiva. L'evidenza è solare nelle piazze di questo 2011, del suo 15 ottobre. Islamiche, occidentali o asiatiche: mai così piene e tumultuose. Ma lontane, diffidenti, critiche di soggetti e simboli ridotti spesso a meri punti cardinali: distanti e assorti nell'altrove siderale della politica; alti e altri rispetto alla strada, alla vita.

Altro che tuffo nel futuro. Una destra operosa, vitalistica o tecnocratica, è all'opera. Basta guardare all'invocazione rivolta a Ows, Occupy Wall Street, a divenire il Tea Party della Left americana e globale, a consumare fino in fondo la frattura rispetto ad Obama e al Partito democratico.

Eppure basterebbe poco. Dismettere magari gli opposti estremismi sulla fine del 900 o su una storia immobile, sempre eguale a se stessa. E chinarsi sui fatti, sui processi in cui siamo immersi. La storia adesso può aiutare. Intanto deraglia. Da tempo ha travolto il muro dell'eternità liberale profetizzata da Fukuyama. Si è fatta beffe persino delle barriere edificate a Maastricht su spesa e debito pubblici: che si fosse cicale meridiane o notturne formiche.

Una vicenda istruttiva assai questa del debito pubblico. Ovunque nel mondo, e non solo in Europa, saltano limiti e divieti. Obama vi ha perso un anno quasi di presidenza, in un debilitante corpo a corpo con una destra e un Congresso costretti a rimodellare infine, sia pur di poco, il tetto di casa. Persino nella Cina di strepitosi avanzi commerciali un debito enorme – l'asticella è a poco più dell'80% rispetto al Pil – trattiene e parcheggia quasi un miliardo di cinesi sull'orlo di metropoli e aree di sviluppo, foraggiando agricoltura di sussistenza e manifattura prefordista.

Da qualche tempo si preferisce aggettivare il debito come sovrano, piuttosto che pubblico. La lingua batte dove il dente duole. La crisi del neoliberismo scoperchia una verità a lungo solo annusata dall'inesausta discussione sulla globalizzazione. Politica e stato l'hanno fatta da padroni. Sia quando si doveva imbellettare imprese e territori per farli galoppare e rifulgere sul proscenio globale: naturalmente a danno di welfare e degli ultimi. Sia ora che bisogna impedire il tracollo di banche e imprese o adeguare previdenza e sanità alla demografia e all'ambiente di terzo millennio.

È un trionfo del pubblico disseccato da ogni istanza democratica. Sicuramente da ogni protagonismo parlamentare. Padroni sono esecutivi e tecnocrazie che s'arrischiano ora in ricette e patti di stabilità sempre più spericolati. Sognano di eternare un nuovo Termidoro.

L'hanno avuta vinta finora grazie alla crisi del lavoro e dei suoi mondi, dei suoi soggetti, travolti da un’ennesima mutazione. Si erano illusi però, sull'onda di altre disinvolte profezie, che fossimo, oltre che al capolinea della storia, anche alla «fine del lavoro». Il capitalismo globalizzato ha invece arruolato la terra intera, slargandone le forze di lavoro, sia pure per lande e forme sideralmente lontane da quelle classiche, sempre più precarie e reticolari: secondo l'Oil, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, si è passati dai 2 miliardi e mezzo del 1980 ai 3 miliardi e 300 circa del 2010.

Con esse sono chiamate a fare i conti le nuove élite termidoriane messe in moto tempo fa dalla Trilateral Commission e dalla sua ricetta sull'ingovernabilità delle democrazie. Soprattutto adesso che, chiusa la parentesi della guerra al terrorismo, gli ultimi di Seattle 1999 e Genova 2001 tornano a smuoversi e provano a farsi soggetto.

Si rifanno ai «beni comuni». C'è chi arriccia il naso di fronte a venature o tentazioni organicistiche. Altri da snob li derubrica a surrogato cristiano del socialismo che fu. Ma come non vedere nelle vele del 15 ottobre 2011 il vento migliore delle Costituzioni novecentesche? Lì è divenuta finalmente limpida la prospettiva disegnata dall'art. 29 della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Ognuno ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati». Troppo a lungo sequestrata dalla gabbia del bipolarismo o dalla supponenza dell'unipolarismo «a stelle e strisce», essa torna ora agibile, non come strumento di Corti di giustizia o scommessa aristocratica dei migliori, ma come lievito nelle mani dei tanti vogliosi di tornare a reimpastare il pane di un percorso comune, di costruire i cardini condivisi di un nuovo ordine. Altro che «la bandiera primitiva» imputata da Galli della Loggia alla giornata del 15 ottobre o, sul fronte opposto, la «definitiva rottura del recinto», l'«irriducibile no» alla Bartleby prefigurato da Bertinotti.

Ce lo ricorda l'Ows americano con la sua 99 Percent Declaration. In nome del 99% del popolo americano e del 1° Emendamento alla Costituzione americana, viene convocata per il 4 luglio 2012 una Assemblea generale di rappresentanti del popolo americano, da eleggere distretto per distretto, maschi e femmine in pari numero, chiamata ad elaborare una petizione al Congresso sui torti subiti, sulle materie roventi della casa e del lavoro negati, della sanità e del fisco storpiati dai ricchi, delle spese militari ecc.

Come farne tesoro qui in Italia? Qui dove la Costituzione, difesa e vissuta davvero come bene comune, è sempre nel mirino della destra? Di chi ora la vuole storpiare nel letto di Procuste del pareggio di bilancio, di un «vincolo esterno» compiutamente costituzionalizzato?

Stato e politica, lavoro e Costituzione non sono cadaveri del 900. Anche nel secolo nuovo saranno pietra angolare d'ogni possibile dimora. Un ordine davvero nuovo non è, nel tumulto dei nostri giorni, traguardo visibile di un’autostrada piana e rettilinea. Anche Kissinger, dall'alto del suo Arte della diplomazia, si sporgeva cauto sul futuro con un antico detto spagnolo: «Viandante, non ci sono strade. I sentieri si formano camminando». Per parte nostra lo preferiamo, e non solo per ragioni politiche, nella splendida versione di Antonio Machado: «Caminante ... no hay camino, 
se hace camino al andar ... Caminante, no hay camino
 sino estelas en el mar…».


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Le radici ideologiche di Monti

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pubblicato parzialmente su «il Manifesto» del 25-1-2012 con il titolo " ... e un utile memorandum di quindici anni fa" e integralmente su Sbilanciamoci.info (link:http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-radici-ideologiche-di-Monti-12380) il 25-1-2012

Monti rappresenta il trionfo della tecnocrazia e il tramonto della democrazia di massa, sin da quando l'Europa è diventata la cruna dell'ago neoliberista

...a toglier l’ultimo velo alla finzione del mercato come legge naturale provvede, dall’alto del suo scranno di commissario della Commissione europea, il più conseguente dei sacerdoti del vincolo esterno. Mario Monti inizia il suo volo là dove è giunto Padoa-Schioppa, quando ha rilevato che di fatto, i criteri di Maastricht dal 1992 «sono divenuti il catalizzatore della politica economica, in Italia come in altri paesi». Nel mettere in evidenza come l’euro abbia rappresentato la «più grande applicazione di Supply Side Economics, economia dell’offerta, mai realizzata, la più grande spinta alla liberalizzazione ed alla privatizzazione», Monti sottolinea come l’ingresso nell’euro abbia sanato solo alcuni mali dell’economia italiana, ma non l’abbia resa competitiva. Per conquistare il prescritto stato di grazia e mantenerlo, per dotarsi di una struttura economica e sociale capace, senza più l’ammortizzatore della moneta e del suo cambio, di rispondere positivamente agli shock che l’esposizione ad un mercato ipercompetitivo produrrà, v’è bisogno di un «Piano per lo smantellamento delle rigidità, per un'Italia competitiva, con scadenze e meccanismi di verifica», un piano di liberalizzazione, di smantellamento delle rigidità del sistema, del mercato del lavoro, come degli aiuti di Stato, insomma dei vincoli all'economia. Oggi abbiamo bisogno di una «programmazione che dovrebbe distruggere i pezzi di socialismo e di statalismo che ancora ingessano l'Italia»: è proprio il «vincolo esterno», adesso in gran parte rappresentato dal patto di stabilità, che adesso si costituisce in «obbligo internazionale a fare le riforme».

Il dado è tratto. Le parole più esecrate, vitanda verba, fioriscono ora sulla bocca del liberista più conseguente, ad ulteriore riprova del carattere altamente precettivo, molto poco astensionista, della Costituzione disegnata a Maastricht. Per realizzare appieno la libertà del mercato v’è bisogno di intervenire con una specifica programmazione, articolata in scadenze e verifiche. Come già per l’utopia del mercato autoregolato propria del XIX secolo, perseguita sulla base di «una deliberata azione da parte dello Stato», anche per la grande trasformazione allestita da Maastricht per il XXI secolo vale l’insegnamento di Polanyi: ancora una volta «il laissez-faire era pianificato». D’oltralpe, dalle terre di Francia, un neo-liberista professo (Alain Minc) proclama l’indefettibile compito dei dirigenti del secolo prossimo venturo: «il mercato è uno stato di natura della società, ma il dovere delle élites è di farne uno stato di cultura». Dall’altra parte del Reno, quelle che erano sembrate preoccupazioni o ossessioni d’ordine squisitamente economico hanno modo di tradursi in precisi ammonimenti e prescrizioni politiche: a più riprese, si sottolinea che la questione vera dell’Italia nel suo rapporto con l’UEM è nei suoi meccanismi costituzionali, nella centralità così forte attribuita al Parlamento. Urge «cambiare la Costituzione» (Hans Siebert). Di fatto esistono un sesto e settimo criterio di convergenza: riguardano stabilità politica e Welfare, «quel sistema di interdipendenze crescenti che sta dietro Maastricht» e che costringe l’Europa e l’Italia «a stringersi per reggere meglio nuove e difficili sfide globali» (Enrico Letta) ...

L’utopia di una moneta e di un mercato autoregolati, senza Stato, si istituisce come orizzonte di una storica rivincita della cultura liberale. É il trionfo della tecnocrazia, del sapere incorporato in tecniche di governo assunte a principi ultimi del processo di integrazione... Adesso la crisi della politica giunge al punto di delegare alla tecnica la costituzione dei limiti e paletti ultimi: in questo orizzonte, matura uno storico trapasso di ceti e figure, tramonta la democrazia di massa che ha presieduto ai primi cinquant’anni della storia repubblicana ...

Rilevazioni preoccupate dipingono un paese disossato della sua armatura civile, democratica, produttiva, privo di centri di eccellenza e in drammatico declino quanto alla sua capacità d’influenza sulla scena mondiale: un popolo di «volenterosi, ma ultimi della classe» (Mario Deaglio). Al di là delle trasformazioni avvenute nel sistema economico, di più difficile percezione sono i mutamenti prodotti dalla corsa a divenire europei sul modo d’essere degli italiani, o meglio su quell’obbligazione a farli eguali per tenerli uniti che è stata, solo nella storia più prossima, a fondamento del vincolo repubblicano e di una comunità vissuta democraticamente ...Ora imperversa il brusco comando ad adeguarsi o a separarsi. Si torna a disegnare cartografie d’altri tempi: vi campeggia un Mezzogiorno in finibus infidelium. É sul Mediterraneo delle carte Nato o UEO che ora riappaiono le stampiglie: hic sunt leones. Questo il frutto avvelenato e più duraturo di un’ideologia che ha distorto e compresso l’Europa a cruna dell’ago neo-liberista, morso della sua globalizzazione.

brano tratto da Dopo Maastricht. Cronache dall'Europa di fine secolo, Edizioni la Meridiana, Molfetta, 1997, pp. 268-277


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Se fosse l'Europa a battere moneta. Davvero

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pubblicato parzialmente su «il Manifesto» del 14-09-2011 con il titolo "Oltre l'euroe integralmente su: Sbilanciamoci.info (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-fosse-l-Europa-a-battere-moneta.-Davvero-10251) il 12-09-2011

Mentre si piangeva sull'Europa "incompiuta" molti cambiamenti sono stati già fatti, nell'estate. Ma hanno ristretto ancor più lo spazio della politica e della democrazia. Per provare a muovere su un'altra strada, è il caso di concentrarsi non sul «passo che manca», ma sul «passo negato», «vietato» all'Europa. E costruirne una nuova

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Ministro Tremonti, che cosa risponde?

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pubblicato su «il Manifesto» del 27-9-2011 

In teoria le dichiarazioni di redditi e fisco possono essere consultate da tutti. In pratica gli elenchi sono fermi al 2005. C'è una legge che dice «il ministro dispone annualmente...»: perché non è applicata?

 

Tanti, tanti anni fa, quando il vento della contestazione prese a scompigliarci capelli e idee, fondammo nel paese di Basso Adriatico, in cui ci toccava vivere, un circolo di intervento politico. Tanto per ricordarci e ricordare dove, come e perché volevamo agire, lo chiamammo Circolo Gramsci.