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Macchinazioni suicide

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Nel Mezzogiorno le primarie stanno tenendo a battesimo soprattutto volenterosi costruttori di liste civiche. Bari, Napoli, Palermo, i casi più eclatanti. Bersani terrorizzato contempla immobile, presagendo il disastro. Altri a sinistra e più in là non si accorgono che spesso accatastano fascine per costoro. Come diceva un grande vecchio: a sinistra soprattutto si finisce vittima delle proprie macchinazioni

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Cambio di stagione. Europa e Mediterraneo alla prova del XXI secolo, in «Democrazia e diritto», n. 3, 2005, pp. 66-81.

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La tempesta

 

Di Francia e d’Olanda una salutare tempesta è venuta ad abbattersi sul tentativo di eternare il regolo inventato a Maastricht a cardine di una nuova e più larga Carta costituzionale. L’«Europa ad una dimensione» ha fallito la prova di una più compiuta e sentita legittimazione. Accurati e più recenti scavi demoscopici hanno rivelato in particolare come, in Francia, proprio tra i più  giovani - quelli con meno di 25 anni - il no abbia ottenuto più del 60% dei voti[i]. A far difetto non è stata la chiarezza sul passato d’Europa e sulle sue radici, ma la capacità di prefigurare un futuro accettabile. L’oscurantismo non era tra gli elettori ma in un progetto incapace di conquistare ad un domani condiviso.

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Del terrorismo di terzo millennio, in «Quale Stato», nn. 3-4, 2005, pp. 301-316.

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Laddove ve ne fosse stato ancora bisogno, il 7 luglio assordato dalle bombe di Londra ha di sicuro spezzato l’illusione funesta di George W. Bush di marchiare definitivamente il XXI secolo con il sigillo della «guerra infinita al terrorismo». Impugnata e teorizzata come rimedio necessitato dall’emersione di un nuovo «impero del male», di un nuovo mortale nemico della modernità e dell’Occidente, essa si è rivelata fatica di Sisifo: vana e controproducente. Come «dare un colpo di martello ad una boccia di mercurio»[i]. Ora gli USA e il mondo – specie dopo che Bush II ha sciaguratamente provveduto ad attivare il catalizzatore iracheno - sono alle prese con le saettanti traiettorie e le mutevoli configurazioni di un universo mobilissimo di gocce e rivoli, pronti, dopo ogni urto, a dissolversi o rilanciarsi per nuove avventure ed evoluzioni. La guerra dal suo canto - a conferma delle sue metamorfosi al tramonto del XX secolo, come espressione di «assoluta predominanza», «terrore sovrano»: Shock and Awe - è finita inevitabilmente fuori bersaglio, col fare strame di civili, ben al di là del dichiarato campo di battaglia. A spese delle libertà e delle istituzioni, nazionali e sovranazionali, serrate in una emergenza ed eccezione permanenti;  a spese di una Europa incapace a distanziarsi dall’«amico americano», così come degli stessi Stati Uniti. Quando ci si volesse, infatti, maliziosamente interrogare sulla conduzione della guerra al terrorismo e sui suoi reali, più reconditi obiettivi, come farmaco financo inconscio per un unipolarismo in affanno, bisognerebbe sicuramente finire con l’evidenziare le brecce imponenti prodotte proprio nel sistema egemonico americano.

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Dell’americanizzazione. Note sulla mutazione del sistema politico italiano, in «Critica marxista», n. 4, 2008, pp. 25-31.

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Il voto ha dimostrato come, a vent’anni dall’89, gli eredi del Pci continuino a nuotare (sia pure senza più prosperare) in un unico acquaio. Con la designazione dall’alto del parlamento muta e s’arrovescia la costituzione materiale del nostro paese. Anche l’invenzione della Sinistra Arcobaleno ha replicato modi e forme della politica «made in Usa». 

Americanizzazione: un termine pesante assai. Proprio come il Novecento, che ne è stato marchiato a fuoco sin nel nome, American Century, affibbiatogli a quasi metà del cammino, nel 1941, da Henry Luce. E pesante è il ruolo che esso ha giocato nelle ultime elezioni italiane – e ora nell’interpretazione del cataclisma - soprattutto a sinistra. Qui, come clava, è stato volenterosamente impugnato, agitato e usato da tutte le parti. Non proprio nel dibattito politico e culturale: esilissimo e certo non votato a imperitura memoria. I colpi si sono concentrati, piuttosto, nella affannosa difesa del proprio spazio o nella astiosa damnatio dell’altrui. E in questa devastante resa dei conti gli antagonisti si sono mossi da opposte sponde in sincronica, culturale concordia: sia che fosse Veltroni a magnificare il proprio distacco dall’eterna guerra civile europea, da un vecchio che non muore, da logore casacche («Gli occhi degli italiani hanno visto troppo odio e divisioni in questi anni… non ci sono due Italie separate da muri invisibili. Né è giusto mettere sulle regioni, sulle città, sulle case e persino sulle teste degli italiani delle bandierine di colori diversi. Gli italiani non “appartengono” a nessuno, se non a se stessi», così a Spello nello storico 10 febbraio); sia che fosse l’intera Sinistra arcobaleno a scendere in campo per provare coralmente a esorcizzare un affondo inconsciamente temuto («il futuro del paese non può essere affidato al “modello americano”, che per definizione e vocazione storica cancella la sinistra dalla rappresentanza istituzionale», così nell’appello dei 424 per la Sinistra arcobaleno).

Curiosa questa singolare – fuori sincrono - fascinazione italiana per gli USA. Solo qui, a XXI secolo ben avviato, si accredita ancora all’american way of life una potenza egemonica che ovunque, fuori e dentro gli USA, si sente minata e scossa, come mai, dalle dissennatezze epocali di Bush II. Vale la pena di indagare su questa postura rétro o, meglio, irrealistica, della sinistra e di gran parte del mondo politico italiano. In essa si può, forse, trovare qualche ragione del maremoto che ha sconvolto l’armatura politica ed istituzionale italiana. Con essa, magari, si può provare ad abbozzare quella discussione sul voto e sulla politica che ancora stenta a compiere persino i primi passi, a trovare il filo plausibile di un gomitolo utile ad orizzontarsi nel futuro. Certo, all’altro capo non si troverà la pietra filosofale decisiva. Per andar lontano e scavare profondo la lente andrà sicuramente portata sul divorzio dal sociale e dalle fratture che l’hanno fatto altro da quello conosciuto. Altre risposte dovranno esser trovare all’incapacità della politica e della democrazia a selezionare e sciogliere gli imperativi nuovi che gli inediti viluppi di scienza e vita sospendono sulla politica e sul futuro dell’uomo e del pianeta, così come all’afasia della sinistra a nominare persino la mutazione che, anche per effetto dell’azione dei subordinati e degli ultimi, ha divelto il mondo dai vecchi cardini e attivato nuove antropologie. Ma questi temi di lunga lena sono posti da tempo in varie agende che hanno alimentato, non di rado e da più parti, un lavoro utile. A far nodo è che non si siano tradotte in politica. Al meglio, hanno alimentato la bolsa retorica di oligarchie interconnesse o una politica strabica, adusa a muoversi, magari con il suo americanismo di seconda mano, in un mondo parallelo e perciò in perenne, drammatico divorzio dalla realtà. Il tutto acuito nel Belpaese da un malessere sociale e politico portato al calor bianco da una transizione ventennale – coi suoi lontani natali nel fatale 1989 – divenuta frenetica e inesausta palestra di nuovismi e rifondazioni, allineati in sequel ininterrotti. Tutti strutturalmente aperti al rilancio permanente. Sempre epocale. Ma tutti rachitici, se non privi del tutto di bilancio delle fasi appena chiuse: magari di botto.

Troppe nubi e troppo vapore si erano accumulati all’orizzonte. Inevitabile che precipitasse tutto in uragano al tocco volenteroso di apprendisti stregoni e grazie al catalizzatore di parole d’ordine avventuristiche. Perché stupirsi perciò per il ‘basta’ veltroniano cinicamente disposto a raccogliere e a suscitare un ‘basta’ collettivo lungamente covato? Soprattutto se amplificato dal pressapochismo collettivo del centro-sinistra, da riforme minacciate ma non compiute: utili a spaventare molti, deludere tanti, senza mai soddisfare alcuno.  Perché stupirsi poi se tanto schianto a sinistra è stato infine coronato da così esangue raccolto? E’ il risultato di una politica ridotta – sugli spalti del Partito democratico come nelle fila della meteora Sinistra Arcobaleno – a un gramsciano «sognare ad occhi aperti»: «Del sognare a occhi aperti e del fantasticare. Prova di mancanza di carattere e di passività. Si immagina che un fatto sia avvenuto e che il meccanismo della necessità sia stato capovolto. La propria iniziativa è divenuta libera. Tutto è facile. Si può ciò che si vuole, e si vuole tutta una serie di cose di cui presentemente si è privi. È, in fondo, il presente capovolto che si proietta nel futuro. Tutto ciò che è represso si scatena. Occorre invece violentemente attirare l’attenzione nel presente così come è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà» (Quaderni, p. 1131).

A cosa alludeva il “si può fare” veltroniano quando, annunciando un nuovo partito centrato sul «cittadino-elettore» e non più sull’«iscritto-tesserato né il politico professionista remunerato», vedeva librarsi «l'idea che occorra far vivere un nuovo campo del pensiero democratico, delle idee di libertà, di giustizia sociale e di innovazione»? Era realistico dipingere una «Europa andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l'hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa»? Era concreta, giusta la prescrizione, la medicina americana: «L'Italia deve essere unita. L'odio e le divisioni di questi anni ci hanno fatto perdere occasioni importanti. Non si è voluto capire ciò che è naturale ad esempio nelle grandi democrazie anglosassoni: che è necessario scrivere insieme le regole del gioco per poter poi competere per il governo nella distinzione di programmi e valori»?

Partigianeria

Quale paese anglo-sassone, quale America gonfiava le vele del Veltroni-pensiero? Sicuramente non quella di elezioni presidenziali giunte all’incandescenza fin dalle primarie, con un Partito democratico dilaniato dallo scontro inaudito di gruppi di pressione agguerritissimi, sindacati e lobbies, politicanti di professione e tanta, tanta passione politica, dilagata poi in interesse e tifo planetari, tali da far parlare di «elezioni globali». In quale America aveva scorto concordia istituzionale, afflato bipartisan? Forse gli era sfuggita la raccomandazione, con annesso consiglio di lettura (sì, un libro: così nell’indiscrezione di Mario Calabresi dalle colonne di «Repubblica» del 14 dicembre 2007), elargita a metà dicembre da Bush II al presidente Giorgio Napolitano, in visita a Washington e in grande imbarazzo per gli affondi del «New York Times» su una litigiosissima Italia. Quisquilie, caro Presidente. Sussurri da educande. C’è ben altro negli States. Si consoli – così George a Giorgio - e soprattutto provi a capir meglio la politica del XXI secolo con questo Ronald Brownstein, titolato addirittura a The Second Civil War. How Extreme Partisanship Has Paralized Washington and Polarized America («La seconda guerra civile. Come la partigianeria radicale ha paralizzato Washington e spaccato l’America»). In quelle pagine vi è un sanguigno ritratto degli USA al passaggio di millennio, con le viscere sconvolte dall’Hyperpartisanship: l’Iperpartigianeria, l’Ipersettarismo. E’ con l’elezione di Nixon, e poi Reagan, e infine con Bush II che l’Hyperpartisanship si è venuta a mano a mano installando al cuore del paese, causando la spaccatura progressiva e sempre più lancinante della nazione. Data da allora l’abbandono di quell’età della contrattazione, Age of Bargaining, che con Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson aveva fatto degli USA il perno egemonico di un complessivo sistema fondato sull’embedded liberalism, il liberalismo regolato: un sistema internazionale, cioè orientato ad una liberalizzazione degli scambi mitigata socialmente, disposta al riconoscimento del conflitto sociale.  A Nixon si deve lo scasso iniziale del blocco sociale rooseveltiano, ingrassato dalla crescita dei Trente Glorieuses. Sua la prima incursione nel voto operaio, mentre il paese e il Partito democratico venivano sconvolti e ridefiniti dalla lotta e dai movimenti per i diritti civili, contro  la guerra in Vietnam. Ma è la globalizzazione del passaggio di secolo, attivata dall’età reaganiana, che provvede a nutrire la politica americana di acidi e veleni potentissimi: diseguaglianze che riportano indietro di un secolo ma che  ora attentano persino alla comune appartenenza al genere umano; una politica drogata dall’irruzione di bit e denaro e dallo scontro asimmetrico tra un Congresso, abitato e debilitato da dinastie e oligarchie, e una Presidenza sempre più «imperiale».  Ed è di lì, dal cuore a stelle e strisce del mondo che la tendenza inarrestabile allo scontro, a nuove radicali contrapposizioni, muove per divenire orientamento generale, eccitato dalle teoriche della «guerra al terrore» e surriscaldato dallo stato sempre più febbricitante del pianeta, delle relazioni tra gli umani e  con la natura.

Per gli specialisti nulla di nuovo nelle pagine di Brownstein. Di fatto l’ultima, magari brillante analisi in una bibliografia infinita dedicata alla fine dell’Età dell’Oro, ora resa più ansiosa dal ritorno – come già negli anni 80 angosciati dalle performances giapponesi – dell’interrogazione su futuro dell’egemonia americana, colore del XXI secolo e sorti dell’Asia. Non a caso, assieme ad una tendenza alle titolazioni dedicate allusivamente al ‘post’, ci  si torna a chinare su momenti e figure chiave quali Nixon e Reagan. Si prova a capire cioè come si seppe curare il primo declino e rilanciare l’egemonia  americana e se quella rinascita non fosse già minata dalle spaccature e divisioni straordinarie in cui furono allora precipitati gli USA e il mondo.

In quelle pagine comunque ve n’è a sufficienza per comprendere come l’ingresso nel XXI secolo non comporti un acquietamento delle tensioni. Anzi, proprio dal cuore d’Occidente s’annunciano nuovi, inediti conflitti, attivati dall’invadenza dell’iperpolitica. «Il catalogo è questo: anche da noi, caro Giorgio»: ma di questo sussurro imperial-presidenziale nulla giungeva al Walter nazionale, pronto a rampante rincorsa, rigorosamente anglosassone, in controllato, virtuoso self-restraint. Persino nella pronunzia del nome altrui.

Costituzione materiale

Sulle orme dell’indimenticato Fukuyama, ma per gironi ben più modesti, proclamava anch’egli la sua «fine della storia» e l’ingresso in un’era nuova di zecca. La preparava, però, e vi si accostava con metodi e scelte ben poco anglosassoni. Forte di una straordinaria investitura plebiscitaria, guadagnata in singolari primarie, di lì a poco avrebbe messo paradossalmente a frutto il no di Berlusconi alla riforma elettorale. In un sol colpo, grazie alla designazione autocratica delle liste elettorali, avrebbe provveduto a insediare rappresentanza parlamentare e struttura del nuovo Partito democratico, riarticolato in una rete di caciccati regionali: una via neomedievale alla post-modernità che assestava l’ennesimo colpo alla rappresentanza parlamentare e alla partecipazione democratica e vellicava a sinistra infine – con il pressante invito a «far da soli», a semplificare - le frustrazioni peggiori accumulate nel ventennio della ‘transizione permanente’. Un ossimoro questo accettabile solo come figura retorica. Esiziale però in politica.

A stupire però è che di qua del Partito democratico, nella corsa della nascente Sinistra arcobaleno, si sia insistito a dare di questa deriva una rappresentazione specularmente simmetrica a quella veltroniana, all’insegna appunto di una ‘americanizzazione’ fieramente vituperata. Con evidenza se ne è data una valenza riduttiva, concentrata alla sfera politica e al temuto colpo di accetta vibrato per conquistarne una subitanea e forzosa semplificazione, frutto negli USA piuttosto di un sedimento originario e di una più che secolare vicenda. Val la pena di notare, en passant, come in tal modo inconsciamente si è fatta  giustizia di ogni elucubrazione circa l’esistenza di più sinistre, saldamente strutturate in mondi e popoli distinti: il ‘popolo comunista’, il ‘popolo democratico’. Il voto ha dimostrato come, a vent’anni quasi dall’’89, gli eredi del Pci continuino a nuotare ancora – sia pure senza più prosperare – in un unico acquaio: lì vivono e soffrono di dinamiche comuni, senza però che nessuno degli attuali protagonisti abbia mai veramente riconosciuto il masochismo d’ogni politica fondata sul principio del mors tua vita mea.

L’adozione di un’ottica americaneggiante sullo strappo bipartitico ha piuttosto potentemente contribuito al fatto che sfuggissero infine alla presa politica della sinistra proprio i corposissimi tratti autocratici impressi alla rappresentanza e il rapporto affatto nuovo istituito dal circuito istituzionale con il complesso della società italiana. Con la designazione dall’alto del parlamento muta e s’arrovescia la costituzione materiale, la colonna vertebrale del paese: il modo in cui esso prende voce e si rappresenta. Altri divengono i canali, riservati e privati, attraverso cui voice, lealty and exit – lealtà, defezione e protesta - si costituiscono in rappresentanza, si compongono in istituzioni. Il passaggio si compie in forme americane? O, piuttosto, rilanciando la «composizione demografica» antica di un paese tarlato da caste, vassalli e valvassori, e ora vieppiù imbarbarito dalla greppia bassa del pubblico e da una crisi organica epocale. Altro che «nani e ballerine» di craxiana memoria. V’è altro che ora in gran copia rende bizzarri, quando non scandalosi, vari settori degli emicicli camerali.

Non aver saputo impugnare per tempo e sul serio la questione  della mutazione complessiva del sistema politico, a partire dal nodo più scoperto della cancellazione e dello scippo della rappresentanza parlamentare, ha comportato per la Sinistra Arcobaleno un rinculo devastante. Non appena è divenuto chiaro che la designazione dall’alto dei possibili parlamentari diveniva, anche a sinistra, non l’oggetto di una critica politica puntuale o di una rivisitazione più o meno virtuosa, più o meno aperta al contributo del proprio universo di riferimento, ma la risorsa, l’espediente concreto che rendeva possibile la fusione a freddo di vari apparati nel nuovo contenitore affrettatamente e malamente predisposto, la delegittimazione ha corso inarrestabile: in forme direttamente proporzionali al vocio con cui si provava ad esecrare l’altrui ‘americanizzazione’. Non a caso gli ultimi più approfonditi scavi nel voto di sinistra (Istituto Cattaneo) dimostrano rispetto a questi ultimi fenomeni – sfiducia generalizzata, esistenza per gli eredi del PCI di un universo comune ancor vivo – che il voto sottratto alle liste della Sinistra Arcobaleno si è diretto soprattutto verso l’astensione e il cosiddetto voto utile: Partito democratico o Italia dei Valori.

Rainbow Coalition

A incrementare il danno si è aggiunta la netta constatazione, via via sempre più evidente, che proprio la Sinistra arcobaleno, lungi dall’essere immune, risultava – magari più di altri – partecipe di una reale americanizzazione del paese e del suo paesaggio politico, ovvero della radicale mutazione di una civiltà. Si guardi alla questione assolutamente prioritaria - gridata dai risultati del voto, ma di lungo periodo, già vivissima in particolare nel PCI meridionale – della «deproletarizzazione della sinistra», del tanto discusso rapporto tra sinistra e popolo: un tema sicuramente epocale, che ha a che fare con il mutamento della composizione di classe, con la cesura del ’68 e con quello che essa ha significato rispetto al rapporto tra scienza, formazione e vita, ma anche nell’accumulo inedito di politica e organizzazione da allora prodotto in settori o mondi quali la scuola e la comunicazione, o rispetto a soggetti quali i giovani o le donne. E’ assolutamente straordinario il modo in cui in forma estremamente concentrata e tutta politica, nel senso proprio di sottolineare l’amplissimo grado di libertà proprio della decisione politica, la scelta di procedere alla costituzione della nuova formazione de “La Sinistra l’Arcobaleno” - con il suo complesso di scelte: dai simboli al nome, alla platea di soggetti e temi privilegiati, alla contaminazione movimentistica, fino all’annuncio della trasformazione della soggettività e dell’alterità comunista in una presenza culturale tra altre – abbia mimato a distanza di anni quel processo ben più ampio e tumultuoso che,  tra la Convention di Chicago del 1968 e quella di  San Francisco del 1984, presiedette negli States alla trasformazione del Partito democratico. Allora gli USA furono costretti a cambiare sotto l’urto del mondo e di un’eccezionale critica interna contro la guerra vietnamita e per i  diritti civili. In un inedito processo di rivoluzione passiva, la destra e i repubblicani avviarono allora la rivincita sul New Deal e la digestione delle domande e dei soggetti emersi negli anni 60. I democratici finirono invece nell’occhio del ciclone. E così mentre Nixon penetrava ampiamente in ampi settori operai e a Sud nelle file dei democratico-conservatori, il Partito democratico allentava il suo legame storico con il sindacato e si rivelava sempre più permeabile all’azione tambureggiante delle nuove soggettività giovanili, femministe, gay, ecologiste, pacifiste. Il processo avrebbe conosciuto il suo momento culminante, e il suo punto di caduta, nell’assalto – fallito – di Jesse Jackson alla Convention del 1984, alla testa di una coalizione di movimenti lanciati in incalzante e radicale critica del reaganismo. Degni di nota marchio e nome del raggruppamento: Rainbow Coalition, «Coalizione Arcobaleno».

Al di là di scontate assonanze lessicali e simboliche, a colpire è il drammatico effetto di déjà-vu che – a distanza di tempo e di spazio – vede in Italia la replica di un processo consumato negli USA come epicentro e anticipazione di una epoca segnata  dalla crisi della sinistra e della democrazia: in particolare, di quella democrazia sociale che in Occidente aveva colorato Les Trente Glorieuses del secondo dopoguerra. Anche tra noi una decisa e caparbia azione di innovazione e revisione – giunta a punti di grande e meritorio momento, come sui tornanti della nonviolenza o dell’Europa – non riesce a superare confini minoritari né ad acquisire l’adesione reale del suo universo di riferimento. Alimenterà con inesausta inquietudine il tentativo di conquistare assetto e orizzonti nuovi a quella parte della sinistra italiana convinta che la tradizione del comunismo italiano possa ancora utilmente interrogare il futuro. Lo schianto interverrà quando un corpo sociale e politico stremato e insofferente vedrà il salto in un’epoca nuova affidato a chi, con molto clamore, proverà ad esorcizzare nelle fattezze altrui un lupo, l’americanizzazione, già da tempo - soprattutto dopo la Seattle di fine secolo - accolto, nutrito e vezzeggiato sui propri pascoli.

Tremonti tra mercato e Welfare

Spicca ulteriormente, in questa postura irrealistica della sinistra italiana, una marcata incapacità a prendere concretamente le misure dell’avversario. Nel suo piccolo – sia pure in forme esemplari – sta a testimoniarlo la particolare accoglienza riservata, dopo un iniziale ritardo, al libro-manifesto di Giulio Tremonti, La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, Mondadori. In questo caso è chiamato in causa il complessivo universo culturale, mediatico, giornalistico di sinistra, provato anch’esso, quando non arrochito o azzittito  da una ‘congiuntura’ difficile.

Rispetto all’ultima fatica dell’inquieto ministro delle Finanze, l’attenzione generale si è incentrata sulla denuncia della crisi intervenuta nel lungo ciclo liberista: addebitata magari più agli sgambetti asiatici che non alle follie dell’amico americano. La soluzione di continuità era profondissima e come tale andava utilmente segnalata. Magari anche solo per quanto più platealmente rompeva l’unanimismo fin qui corazzato del pensiero unico: la riproposizione, ad esempio, di dazi e barriere, una novità che evidenziava un cambio di visione e passo dell’intera  coalizione di centro-destra. Ferma rimanendo qualche recriminazione all’insegna del ‘meglio tardi che mai’, non sono mancati apprezzamenti interessati, intesi soprattutto a sottolineare – rispetto agli orizzonti obbligati della globalizzazione neoliberista e dei suoi imperativi - l’apertura di qualche spazio di manovra per i tradizionali attori politici.

Inesplorati invece sono rimasti, in particolare, due aspetti: l’ambiguità di una denuncia della globalizzazione in cui Tremonti prova a comporre in unità i molteplici registri impiegati nelle varie e contraddittorie stagioni del suo impegno; la sostanza politica di un manifesto che anch’esso non viene d’America – per quanto sia attento a salvaguardare un’opzione atlantista – ma dalle viscere più profonde del Vecchio Continente. Per il primo aspetto basterà vedere come al cuore di una verbosa denuncia del «mercatismo» universale, divenuto soprattutto in Asia «versione degenerata del liberismo», vi sia la proposta di dazi ed eurobond per garantire e sorreggere lo sviluppo: il tutto però sottordinato ad una politica orientata alla «estensione transatlantica dall’Europa agli USA di un trattato di unione commerciale basato su comuni principi doganali, di proprietà intellettuale, di Antitrust, di sussidi agricoli ecc., così da creare un nuovo ‘grande spazio atlantico’». In merito al cosiddetto ritorno della politica in Europa, quest’ultima è destinata, per il Nostro, a non sopravvivere se ferma la sua unificazione all’economico. Qui Tremonti è lapidario: «l’Europa può e deve rinunciare al disegno di una società perfetta e di un mercato perfetto … occorre semplificare e ridurre lo stock della nostra regolamentazione, europea e nazionale … le regole fondamentali sono un investimento, mentre le regole artificiali sono un costo».

A questo punto della ricostruzione le cose sono divenute più chiare. Per Tremonti non si può parlare di ‘ritorno’ della politica, all’indomani  della globalizzazione. Essa non ci ha mai abbandonato. La globalizzazione non è orfana ma figlia di una particolare stagione politica. Applicata non più a rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’ascesa dei soggetti sociali, magari di quelli più deboli, come nelle tradizioni del miglior costituzionalismo democratico. Ora il mercato e la sua unificazione si costituiscono in imperativi della politica, che così muta il suo campo d’applicazione, cambia spalla e mira al fucile. Ed è qui che il libro assesta il suo coup de théâtre. Lungi dal menzionare persino il gran ritorno sulla scena, nei primi anni 70, del pensiero neo-liberale, Tremonti addebita la paternità del cosiddetto mercatismo alla sinistra: il mercato perfetto come ennesima, fatale trasposizione dell’utopia, precipitato residuo di astratti e originari furori illuministici.

In altre stagioni e altri affondi sui processi di globalizzazione, Tremonti si era in verità contraddistinto per toni più critici - e anche più tradizionalmente liberali – circa le virtù salvifiche del politico e della legge. Un’altra sua veduta del mondo, affidata a Laterza, è titolata addirittura allo «Stato criminogeno». In quelle pagine si dilungava a descrivere una sinistra dalle venature non già «illuministiche», ma «coraniche» e «reazionarie», vista la predilezione per l’artifizio giacobino della legge in luogo della naturalezza del contratto propria del liberalismo. Di fronte a questo guazzabuglio, a questa così vorticosa, eppur fortunata e sempre puntuale, mutevolezza di toni e orientamenti, la memoria corre al Brindisi di Girella, dedicato in un’altra età da Giuseppe Giusti al camaleontico Talleyrand. Aguzzando lo sguardo però ci si accorge ben presto come l’accumulo e la composizione ossimorica degli opposti non rinviino ad un dato biografico, o ad una trovata strumentale, ma ai tratti profondi di un programma politico.

Come altre volte nella storia delle classi dirigenti europee, Tremonti prova a comporre reazione politica e progresso tecnologico o economico. Di fronte ad un mondo che tende a trovare nel Pacifico il suo nuovo asse, propugna un programma idealmente ispirato alla ripresa di quel «modernismo reazionario» (così Jeffrey Herf per il Mulino) che già nella prima parte del Novecento aveva fatalmente provato, con nazismo e fascismo, ad imporre una nuova centralità dell’Europa. E’ all’Europa, alla Repubblica cristiana per eccellenza, che Tremonti, novello Faust, si rivolge per ricavarne un’identità salvifica, una tavola di «valori» - «famiglia autorità ordine» – con cui provare a controllare e dirigere, a dare un’anima alla corsa alata della finanza, della comunicazione, della scienza. E per risacralizzare, ricomporre ciò che il capitalismo continuamente «dissolve nell’aria», resuscita il «romanticismo», la radice primigenia di una identità europea consumata e  dissolta dagli acidi del consumismo. Tremonti non vagheggia una «restaurazione» più o meno bucolica. Addita una «via d’uscita dalla crisi» in avanti, «andando in profondità nello spirito che, nel bene e nel male, anima il nostro tempo»: «mercato se possibile, governo se necessario». Soprattutto nel difenderci dall’invasione altrui. Ma qui, quando scende sulla terra, tra gli umani, la sua lingua si scopre partigiana e perciò nuda e scoperta. Con merito e un qualche sadismo ricorda che a fare il Welfare contemporaneo sta non solamente la «coppia giovani-superfluo», ma anche quella «anziani-necessario». Non solo «discoteca e pizzeria», ma anche «gastroscopia e protesi dentarie». Egli però vede crescere e moltiplicarsi solo gli anziani. Non scorge né si cura delle  badanti che sempre più numerose li accompagnano e senza delle quali oggi la famiglia – croce e delizia di una identità italiana ormai tutta inventata -   non potrebbe pensare di resistere e rigenerarsi. Quando si sporge sugli «altri» in Europa, mette immediatamente le mani avanti: «l’inclusione può proseguire solo «se gli “altri” cessano di essere “altri” e diventano “noi”». Di botto costruisce gerarchie. Immagina e propugna un’altrui disponibilità al nostro comando illusoria e pericolosa.

Ricette e figure simili, purtroppo, hanno corso e fortuna non solo nel nostro paese. La destra che più di recente si è fatta avanti vittoriosa in Europa rivela cromosomi e propositi non dissimili. Persino negli USA si sono accorti del vento nuovo che ha spazzato assieme a tanta parte d’Europa, Canada e Australia. Dalle colonne del «New York Times» (9 maggio) è stato David Brooks, un opinionista conservatore molto attento alla scena europea, a segnalare la novità del Conservative Revival  - una politica più attenta alla società e ai suoi legami, alla tenuta della comunità - e a raccomandarlo ai repubblicani di casa propria.

In Italia abbiamo cominciato a farci i conti, sospesi tra i vapori dei sogni sfumati e lo schianto della sconfitta. Non aiuterà a riprender coscienza e voce né la corsa ad occupare un presunto spazio bipartisan né la conta dissennata dei pochi, saldi e vocianti sulle macerie comuni. 

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Il mondo dell'art. 11, in «Quale Stato», n. 1-2, 2008, pp. 193-211.

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Il mondo dell’art. 11

 

Perturbazioni

 

E’ tempesta. Sui cieli e nelle capitali d’Europa continua ad esser tempesta non appena la parola passa agli elettori, ai cittadini. Adesso il vento flagella dai mari d’Irlanda e nell’occhio del ciclone referendario è finito quel rifacimento del “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa” già caduto nel 2005 sotto il giudizio dei popoli di Francia e Olanda. A Lisbona avevano provato a renderlo meno epocale e più appetibile, provando però a salvarne la sostanza. Il piatto – due Trattati, per un totale di 418 articoli, 65 dichiarazioni, 13 allegati – è però apparso indigesto alla maggioranza degli irlandesi, adusi da tempo ad esprimere il proprio parere vincolante sulle modifiche costituzionali prodotte da nuovi obblighi internazionali.

Ad imporre il cambio di passo aveva provveduto la Corte suprema irlandese, con una sentenza del 1987, contraria alla ratifica dell’Atto Unico Europeo in assenza di una specifica consultazione popolare. Si era così dovuto ricorrere ad un referendum popolare, sugellato da una forte affermazione dei favorevoli alla ratifica. Iter e risultati quasi identici anche nel caso della ratifica dei Trattati cosiddetti di Maastricht (1992) e di Amsterdam (1998). Altri tempi. Allora la «Tigre irlandese» si ergeva rampante, forte dei processi globali di delocalizzazione che la selezionavano come terminale privilegiato degli investimenti esteri di tante multinazionali in informatica, farmaceutica, elettronica  di consumo, high-tech. E a far sì che non fossero solo il costo del lavoro, l’anglofonia e la generosissima politica governativa di detassazione e liberalizzazione a far da specchietto, provvedeva l’Europa, allora benigna nutrice: dal 1973 in poi oltre 40 miliardi di euro hanno finanziato l’ammodernamento del paese, delle sue infrastrutture così come del suo sistema scolastico e scientifico. Il paese cessava di esportare braccia e cervelli negli USA o di servire da deposito delle tre B (Butter, Beer e Beef) per la vicina Inghilterra. Il «Made in Eire» correva ora per il mondo e soprattutto per l’Europa continentale, divenuta piattaforma per success-story come Ryanair o mercato per il 70% delle esportazioni isolane: dal Viagra al Botox ai chip Intel. L’effetto più eclatante quello segnato dal reddito pro-capite: nel 1973 al momento dell’ingresso nella CEE era il più basso. Ora resiste secondo nell’Unione a 27 dietro quello dei Lussemburghesi.  

E’ al passaggio di millennio che si colloca un sensibile mutamento dello spirito nazionale nei confronti dell’UE. Un primo segnale si era avuto rispetto al trattato di Nizza, comprensivo della Carta dei diritti. Nel corso del 2002 c’era voluto un secondo referendum perché il tutto fosse approvato. Avevano già cominciato a pesare, oltre che il rallentamento dei tassi di crescita, interrogativi straordinari su una contaminazione col mondo sempre più governata dall’Unione europea. Abituati ad andare per il globo gli Irlandesi ora vedevano l’isola divenire calamita per una formidabile immigrazione dall’Est Europa. Contemporaneamente il dibattito nazionale si infittiva di interrogativi e prove referendarie su temi straordinariamente scottanti per la sensibilità nazionale - divorzio, aborto, unioni di fatto – o per la posizione di neutralità tradizionalmente  rivendicata sulla scena internazionale.

Il tutto era destinato a far massa quando il referendum sul trattato di Lisbona ha sospeso i suoi interrogativi ad un tornante particolarmente turbolento della storia nazionale: il paese si appresta, proprio in forza dei suoi ritmi di crescita, a divenire contributore netto  di una Unione in cui un domani  - per effetto delle modifiche istituzionali relative alla Politica estera e alla composizione della Commissione europea - si farebbe problematico prender voce e partecipare a decisioni comuni progressivamente slargate a campi sempre più vasti. Ed è sulla perdita di controllo che ha battuto  il chiodo una propaganda euroscettica rafforzata dalla discesa in campo di Murdoch con la sua editoria gridata, a forte presa popolare. A sinistra le preoccupazioni dei sindacati per le sorti dei servizi pubblici e della contrattazione sono state come centuplicate dal tempismo di direttive quali quelle sull’orario di lavoro, assunte dalla Commissione europea proprio mentre la campagna referendaria entrava nel vivo. A quadrare il cerchio ci si è messo stolidamente tutto il sistema politico, particolarmente disposto in ogni sua componente – tranne la pattuglia del Sinn Fein – a chiudersi a riccio in difesa del Trattato e dell’Europa con la postura delle tre scimmiette decise a non vedere, sentire, parlare.

Gl Irlandesi, ammettendo in genere di non comprendere appieno la  posta in gioco, hanno così optato per un  sano, seppur variegato, “No preventivo” che, non a caso, ha registrato i suoi picchi più alti in tutte le circoscrizioni popolari. Una affluenza alle urne molto più alta di quelle registrate nelle altre tornate referendarie – il 53,1% degli elettori odierni paragonati al 35% del 2001 – fa infine giustizia di ogni interpretazione fondata sull’interessata valorizzazione di disinteresse e astensionismo.  

Al cuore d’Europa s’approfondisce una frattura tra popoli ed élites che smentisce ogni fede nel credo funzionalista posto storicamente alla base della integrazione comunitaria. La crescente condivisione di interessi non basta. Non spinge automaticamente ad un approfondimento comunitario, a mutarlo in fratellanza. Al massimo ci si può sentir coinvolti in una comunità di destino tenuta assieme da legacci, non da legami. Si finisce così magari per individuare nell’euro – pietra angolare dell’Unione - la fonte non del benessere ma della disintegrazione. La ripulsa finisce per avere la meglio. In Irlanda ancora una volta ha fallito l’«Europa ad una dimensione», schiacciata attorno al suo regolo monetarista.

Un caso italiano

In olimpico distacco da queste  turbolenze e mentre già le gazzette d’ogni dove si infittivano di succosi sondaggi sugli orientamenti improvvisamente allarmanti del popolo irlandese, in Italia il 30 maggio il Consiglio dei Ministri approvava – su proposta del ministro degli Esteri - il disegno di legge per la ratifica del Trattato di Lisbona. A pochi giorni dalla sua quarta reincarnazione, il governo Berlusconi provava evidentemente a vantare stimmate di netto europeismo.

A velare però tanta serena determinazione hanno immediatamente provveduto le notizie sulle riserve avanzate, nel summit governativo, dalla delegazione leghista. Troppe e troppo profonde le rinunce di sovranità contemplate da questa Costituzione europea mascherata. Non si può varcare l’ennesimo Rubicone di soppiatto. Che si chiami il popolo sovrano ad approfondire riflessione e discussione.  A decidere, magari attraverso un referendum. E poiché fa ostacolo l’art. 75 della Costituzione, con la proibizione di pronunciamenti referendari su fisco e ratifiche di trattati, allora sarà la Lega stessa a farsi promotrice di una apposita legge  costituzionale volta a permettere la consultazione referendaria.

Nulla di nuovo sotto il sole. Già nella XIV legislatura, ai primi del 2002, vari deputati leghisti avevano depositato alla Camera – primo firmatario l’on. Alessandro Ce’ – una proposta di modifica costituzionale dell’art. 11 indirizzata in tal senso e vagamente ispirata al lavoro condotto in materia, durante la XIII legislatura, in sede di Commissione bicamerale per le riforme  costituzionali. A dimostrare inoltre quanto sentito sia il tema stanno altre proposte di legge costituzionale. Anch’esse sono volte a modificare nella stessa direzione l’art. 11 e sono state depositate nei primi giorni della legislatura dall’ex presidente della Repubblica, sen. Cossiga, o da vari deputati, valdostani e sud-tirolesi, preoccupati per un possibile allargamento dell’UE alla Turchia.

Più in generale, l’Unione europea si è da subito rivelata un doganiere occhiuto e soprattutto scomodo del governo Berlusconi. Non c’è stato provvedimento della nuova coalizione di centrodestra – dall’emergenza Alitalia a quella dei rifiuti campani, alle iniziative in tema di sicurezza pubblica, immigrazione, fiscale ecc. – che non abbia subito impattato, in nome di uno stato di eccezione variamente presunto o vantato, con le normative o con ammonimenti e censure delle istituzioni comunitarie. Il che, da un lato, conferma il grado di cogenza e invasività del diritto comunitario; dall’altro, rivela la caratura profondamente anti-europeistica del governo Berlusconi. Del resto, a evidenziarla a tutto tondo aveva già provveduto, durante la campagna elettorale, quel vero e proprio manifesto politico-programmatico presentato sotto forma di pamphlet da Giulio Tremonti, a nome di una Europa cristiana, romantica  e schiettamente sanfedista: irsuta verso il mondo e l’’altro’, ma pronta a rinverdire e approfondire il tradizionale atlantismo[1].

A rendere ancora più mosso il panorama si sono aggiunti gli annunci da Francoforte della BCE circa la necessità di una ulteriore stretta sui tassi di interesse nel tentativo di governare il riaccendersi delle spinte inflattive.  A dispetto del quasi unanime giudizio che fa ascendere i nuovi picchi dei prezzi alle tensioni esercitate sulle materie prime dalla corsa dei nuovi giganti asiatici e dalla morsa della nuova speculazione finanziaria, l’Europa dichiara il suo assoluto rispetto della legge suprema che la incatena alla stabilità dei prezzi.

Tempi così procellosi e incerti dovevano forse lasciar segni ben più visibili. In realtà si rimane stupiti quando finalmente si riesce a leggere la relazione di presentazione del progetto di ratifica dei Trattati di Lisbona, così come risulta  sul sito del Senato a partire dall’11 giugno, giorno della sua presentazione (atto del Senato n. 759). In fondo al testo spicca un’avvertenza: «Il presente disegno di legge costituisce la ripresentazione dell’analogo provvedimento presentato dal Governo nel corso della XV legislatura (Atto S.1956) che non ha potuto terminare l’iter parlamentare a causa dell’anticipato scioglimento delle Camere». Mentre l’Europa in tutte le sue sfaccettature ed invadenze emerge come terreno principe della contesa tra governo ed opposizione, il governo Berlusconi dichiara di vivere l’ingresso nella nuova Europa disegnata a Lisbona con le stesse intonazioni e parole, con gli stessi gesti già usati dal Governo  Prodi nel disegno di legge presentato al Senato il 17 gennaio 2008. Vagando nel testo della presentazione, si può così scegliere a caso. Colpisce in particolare un rilievo: «E’ da notare che, sebbene su richiesta francese, rispetto al Trattato costituzionale tra gli obiettivi dell’Unione non figuri più il riferimento alla “concorrenza libera e non falsata” in relazione al mercato interno, la concorrenza continua a figurare tra le competenze dell’Unione, rimanendo invariate le disposizioni ad essa dedicate nell’ambito del Trattato sul funzionamento dell’Unione». Insomma nulla di nuovo: per il centro-destra come per il centro-sinistra italiani il tutto si riduce a mutamenti cosmetici imposti da un sarkozismo attento solo all’allure. Ma come si concilia tanto unanimismo con l’epocale ‘je accuse’ volto dal ministro Tremonti alla sinistra e al suo utopismo, accusati nel fatale libello sull’Europa di aver addirittura dato i natali al tanto vituperato «mercatismo»?

Meglio in questa sede affidare al tempo risposta a questi stravaganti interrogativi. Meglio non farsi angosciare dagli interrogativi su storiche trasformistiche propensioni. Per ora basta rilevare come ancora una volta, a dispetto di una materia vieppiù incandescente, si sia scelta la strada più cheta e discreta, nel solco del più classico ammonimento manzoniano: «sopire, troncare … troncare, sopire». E così in omaggio a una consolidata lettura dell’art. 11 – volta a incensare le volontarie limitazioni di sovranità a favore di istituzioni sovranazionali indirizzate alla pace e alla giustizia internazionali e rette da forme di partecipazione paritaria – ancora una volta una decisione capitale, relativa al rapporto tra l’Italia e il mondo e alla stessa conformazione del paese, alla sua costituzione materiale, rischia di essere assunta in un clima di perverso unanimismo, al riparo da ogni serio confronto  tra le forze politiche, sociali e culturali del paese, nella speranza che le ceneri nascondano e soffochino bene le braci.  Così perlomeno è stato nell’ultimo ventennio, quando  il traffico e il lavorio governati dall’art. 11 si sono fatti sempre più frequenti ed intensi, ma anche sommamente discreti, il più delle volte amministrati in dibattiti parlamentari di fatto unanimistici, salvo la distinzione di qualche ala estrema su questo o quel lato dell’emiciclo parlamentare. Nulla di paragonabile alle discussioni e distinzioni e divisioni che accompagnarono in un’altra età le scelte della Allenza Atlantica o del Mercato Comune Europeo o ancora, più di recente, del Sistema Monetario Europeo.

In realtà l’unica – e ultima – volta in cui gli italiani sono stati chiamati a decidere direttamente su una questione di ordine sovranazionale è stato in occasione del referendum di indirizzo sul «conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo che sarà eletto nel 1989». Il referendum, autorizzato allora da specifica legge costituzionale su varie proposte all’epoca avanzate da parlamentari del PCI, del Gruppo federalista europeo e dai Consigli regionali di Toscana, Lazio e Basilicata, si svolse congiuntamente alle elezioni europee del 18 giugno 1989 e registrò la partecipazione dell’81% del corpo elettorale, con una vittoria del «sì» pari all’88,1% dei voti validi[2].

Le date contano: di lì a poco la caduta del Muro di Berlino avrebbe liberato il mondo dalla camicia di forza del bipolarismo, dalla sua terrificante ma solida segnaletica. L’Europa si sarebbe avventurata per l’edificazione dell’Unione europea, sulle fondamenta della preesistente Comunità Economica Europea. L’impresa finirà martoriata da referendum – da quelli plurimi della Francia a quelli danesi, irlandesi, svedesi, olandesi – conclusi a volte negativamente ma sempre rivelatori di opinioni contrastanti e divisioni molto nette.

Per l’Italia l’andamento sarà diverso. Avrà inizio allora una transizione assai travagliata ancora non conclusa, ma saldamente ancorata – proprio in virtù del largo e sapiente ricorso all’art. 11 della Costituzione – alla rete di relazioni sovranazionali di cui il paese è nodo volenteroso. A dispetto dei terremoti che squasseranno la nazione e i suoi assetti – si pensi alla repentina dissoluzione della cosiddetta Prima Repubblica e dei suoi partiti – l’art. 11, la sua vocazione sovranazionale si affermeranno come stella polare di naviganti incerti e malfermi.

 

L’immaginazione costituente

In realtà, scavando nella vicenda della ‘transizione permanente’ in cui il paese è immerso ormai da quasi un ventennio, si può notare come l’art. 11 abbia vissuto e sia stato utilizzato in una forma assai originale e particolare: di fatto esso si è costituito in fonte di ispirazione per una singolarissima «immaginazione costituente» dedita a modificare l’assetto del paese, la sua  costituzione materiale, attraverso l’intervento sulle interrelazioni intrattenute dall’Italia con il mondo. Nel rispetto formale della Costituzione – spesso saggiata con proposte di revisione più o meno radicale, fortunatamente fallite o sventate – è stato messo in opera un meccanismo particolarissimo di lettura e interpretazione dell’art. 11, per piegarlo ad un uso partigiano e farne lo strumento di una continua ed inesausta  «rivoluzione passiva».  Ingegnosa ma semplice, quasi elementare la dinamica messa in moto in epoche diverse e su terreni assai disparati: dalle varie ratifiche di trattati comunitari ed europei – Maastricht, Amsterdam, Nizza, e da ultimo la cosiddetta Costituzione europea – all’ingresso nella WTO o al recepimento dei suoi dettati, o ancora alla trasfigurazione dell’Alleanza atlantica, mutata da patto difensivo in organismo esecutivo dell’interventismo umanitario, o bozzolo della futura Alleanza delle democrazie preconizzata da Clinton e ora rilanciata dal dibattito in corso nelle primarie americane. In ogni occasione, è stato adoperato un marchingegno efficacissimo, proprio perché di elementare semplicità: si è di fatto spezzato l’art. 11. Della prima parte «l’Italia ripudia la guerra …» si è fatto un uso disinvolto, provando a storicizzare quel rifiuto a reperto di un’altra età, antecedente la globalizzazione di fine secolo: ora i conflitti sono altro dalle guerre interstatuali e mondiali su cui il mondo e il primo Novecento sono andati in frantumi. Per domarli o per aver ragione dei rogue-states riottosi al nuovo ordine internazionale vi è bisogno, piuttosto, di azioni efficaci di polizia internazionale, da concepire e condurre con l’apporto più largo di forze e all’ombra delle istituzioni internazionali. Questa lettura, inaugurata in occasione della prima spedizione nel Golfo e celebrata al massimo grado in occasione dell’impresa Nato contro la Serbia, ha resistito anche alla cesura epocale dell’11 settembre, alimentando la differenziazione di intervento tra Afghanistan e Iraq praticata dall’intervento italiano a fianco degli USA o spedizioni assistite da un grado di legittimazione internazionale ben più solido, quali quelle in Libano.

Ma è sulla seconda parte dell’articolo - «consente … alle limitazioni di sovranità … promuove e favorisce le organizzazioni internazionali …» - che la fantasia, l’immaginazione costituente hanno avuto modo di dispiegare appieno la propria carica innovatrice, grazie anche alla convergenza – questa sì bipartisan – di gran parte del mondo politico e culturale, unito nella scelta di una via discreta, silenziosa alla sovranazionalità, amministrata perciò con gli strumenti parlamentari della ratifica, magari nel corso di sedute rapide e senza fronzoli. In qualche caso si è preferito addirittura far finta di nulla: ad esempio, nel corso della trionfale ristrutturazione della vecchia Nato conquistata con l’interventismo alato sui Balcani. Allora, assieme agli alleati e all’amico americano, si è archiviata la vecchia Alleanza atlantica della guerra fredda, strategicamente e programmaticamente posta a difesa del proprio territorio, per trasformarla con nuove prospezioni strategiche e strumenti anti-statutari – le «operazioni non art. 5» - nel braccio armato dell’Occidente, strumento flessibile adatto ai conflitti o alle guerre preventive di Terzo Millennio. Grazie  al nuovo Concetto strategico della Nato, reinventato a Washington nell’aprile 1999, la sottoscrizione di nuovi trattati è stata così contrabbandata come semplice aggiornamento dei vecchi obblighi internazionali, riadattati ai nuovi orizzonti post-bipolari.

Il più delle volte, invece, si è fatto in modo da impugnare la formulazione letterale dell’articolo 11, nella sua seconda parte, come una sorta di scalpello per adagiare il dettato costituzionale entro un sarcofago o una cornice sovranazionale – in genere di stampo schiettamente neoliberale – che lo stravolge, quando non lo contraddice apertamente: si pensi alle prescrizioni contenute nei vari trattati europei, da Maastricht fino alla carte di Lisbona, in materia di stabilità dei prezzi, contro l’intervento pubblico in economia, e al modo con cui esse mettono in mora il dettato costituzionale circa il compito della Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine econonomico e  sociale che…impediscono il pieno sviluppo della persona umana…»[3]. Per comprendere appieno la portata dell’operazione condotta attorno al corpo vivo della Costituzione del ’48, basta leggere le parti dedicate nei trattati alla materia economica e monetaria, di fatto ereditata intonsa da Maastricht (né poteva essere diversamente, dal momento che fin dalla nascita l’Unione Europea, caso unico al mondo, ha vincolato i suoi futuri Padri Costituenti a considerare intoccabile la parte dedicata alla UEM e alla Banca Centrale Europea, da interpellare obbligatoriamente nel caso di modifiche anche parziali: disposizione conservata ancor oggi all’art. 48 del Trattato sull’Unione europea sottoposto a ratifica). Quale sistema si disegna orientando la politica economica sulla stella fissa del «principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza», dotata di una «moneta unica» e di «politica monetaria e del cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere  la stabilità dei prezzi» (art. 119)? Si è veramente liberi di scegliere i mix di politica economica quando all’art. 123 o 124 si fa divieto di ogni forma di «facilitazione creditizia» a istituzioni pubbliche o comunitarie o si detta una assoluta parificazione tra settore privato e settore pubblico? E che scelta si fa quando si detta l’assoluta autonomia della Banca centrale europea o del Sistema europeo di banche centrali nei confronti di ogni organo pubblico, nazionale o comunitario? Chissà come avrebbero reagito o come reagirebbero il congresso o il presidente USA di fronte al tentativo di disegnare simili autonomie per la Federal Reserve, per Greenspan o Bernanke.

Per meglio comprendere la portata dell’operazione anestetica condotta in questo modo sul corpo e sulla lettera della Costituzione, vale la pena di soffermarsi su uno dei cantori più lucidi dell’immaginazione costituente, della via italiana alla sovranazionalità. Si tratta di Guido Carli, reggitore e stratega per lungo tempo di Bankitalia, presidente di Confindustria e, come ministro del Tesoro, protagonista della trattativa che doveva presiedere nella cittadina olandese alla nascita dell’Unione europea e dei suoi comandamenti in materia di Unione economica e monetaria. E’ rimasta memorabile l’invettiva contenuta nelle sue memorie contro una classe politica provinciale, impreparata e svagata, finita impiccata non all’albero di Mani Pulite, ma al cappio annodato a Maastricht, ad una morsa che ha avuto ragione tanto dei vizi di una Repubblica e di politici moribondi, quanto dei comandamenti costituzionali che volevano la Repubblica fondata sul lavoro e sull’obbligo costituzionale a trasformare le classi lavoratrici in forze dirigenti del paese[4]. Scorrendo quelle pagine non si può non rimanere sorpresi da quel vero e proprio inno al «colpo di stato» che Carli eleva, quando descrive il comportamento della delegazione italiana a Maastricht e l’intervento compiuto a danno del Parlamento e del popolo italiani: «ancora una volta, si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria … ancora una volta dobbiamo ammettere che un cambiamento strutturale avviene  attraverso l’imposizione di un “vincolo esterno”». E di che proporzioni sia stato il mutamento imposto al paese, l’ex governatore di Bankitalia lo precisa senza indugi e con grande vigore: il trattato di Maastricht «comporta un cambiamento di natura costituzionale» ovvero «l’idea di uno “Stato minimo”, un conflitto sociale che si snoda nel rispetto della stabilità dei prezzi, esaltando la nuda creatività del lavoro, la capacità di innovare, la flessibilità del lavoro».

A Maastricht, ma poi in tutte le recezioni delle innovazioni successive – si pensi ad Amsterdam e alla imposizione del cosiddetto «patto di stabilità» o, in altro ambito, alle forche caudine della normativa WTO a protezione degli investimenti esteri o del copyright – l’europeismo elitario di fine secolo e l’imposizione del vincolo esterno intervengono pesantemente sul tessuto costituzionale originario, anestetizzandolo o silenziandolo all’interno di meccanismi di governance multilivello diretti a rimuovere non più gli ostacoli alla libertà e all’eguaglianza di uomini e donne, così come prescritto nella Costituzione italiana e nelle disposizioni di altre Carte fondamentali[5]. Adesso ci si obbliga a rimuovere la ruggine, l’eurosclerosi – ovvero un modello di civiltà e socialità proprio non tanto di un’area ma di un’età – che frena e attarda la competizione, che azzoppa la libera espressione e la fluidità dei mercati. E’ il mercato, con il suo universalismo, con le sue regole e i suoi soggetti, a costituirsi in platea privilegiata del nuovo costituzionalismo mercatista. La particolare immaginazione costituente attivata dall’europeismo e dal liberismo di fine secolo finiscono con il costruire un universo normativo alternativo a quello consegnato esemplarmente nella prima parte della Carta costituzionale, soffocata ormai e azzittita nelle nuove cornici sovranazionali e comunitarie.  La stessa casa comune europea subisce una rilevantissima deviazione di percorso, su binari altri da quelli che, come CEE, Comunità Economica Europea, avevano indirizzato i suoi primi passi nello stesso involucro atlantico.

In realtà ad animare la ricostruzione assai partigiana di Carli sta una precisa ideologia, una lettura particolare della Carta costituzionale italiana: la si vuole figlia della fatale convergenza – unica nel panorama mondiale, sì da dar vita ad un «caso italiano» - di cattolici e comunisti, entrambi accomunati da un formidabile «disconoscimento del mercato in quanto istituzione capace di orientare l’attività produttiva verso il conseguimento degli interessi generali». Come tale si vuole inchiodarla a un’epoca precisa, ormai lontana nel tempo: il tutto costretto entro una ricostruzione storica piena di buchi e travisamenti, costretta a tacere o addirittura a mentire su passaggi fondamentali. Da quale tronco gemmavano i tratti interventistici e attivistici della Carta, i compiti della nostra Repubblica? Dalla Costituzione sovietica o dalla dottrina sociale della Chiesa? O non forse anche – magari soprattutto – da una Carta delle Nazioni Unite che portava scolpito nel suo preambolo la decisione di «promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà» e che avrebbe portato a scrivere nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo l’art. 28, circa il diritto d’ogni abitante  della terra «ad un ordine sociale ed internazionale» tale da permettere la realizzazione di tutte le libertà e i diritti fondamentali? Non spirava forse in quei tratti programmatici anche l’intento riformatore di Franklin D. Roosevelt? La sua volontà di disegnare un’America ed un mondo proiettati oltre le tradizionali libertà «di parola e di pensiero», liberi «dal bisogno e dalla paura», e perciò non più liberalmente sospettosi della politica e del potere, ma ansiosi di farseli amici e compagni di strada, di mutarli in leve per una trasformazione della società e del mondo?

Al fondo delle letture postmoderne della Costituzione, asciugate d’ogni contesto e soggettività storica, sta un concretissimo disegno volto ad annacquare e snaturare quei patti, quei giuramenti sul futuro. A farne le spese è soprattutto l’art. 11, ridotto il più delle volte a vocazione pacifistica disincarnata o empito universalistico. Se c’è un punto, invece, della Costituzione italiana in cui non è possibile ridurre il tutto all’Italietta di sempre, al matrimonio interessato d’ideologie figlie d’altri secoli, questo è proprio nel grado eccezionale di apertura al mondo del nostro  paese e della nostre istituzioni. Questa è la sostanza dell’art. 11.

 

Una vocazione antica

Quando si sosta a leggere il dibattito alla Costituente o nella Prima sottocommissione, incaricata di metter mano all’ordinamento giuridico dello Stato e ai suoi rapporti con gli altri ordinamenti, e si segue il dibattito su quello che sarebbe divenuto, dopo l’iniziale formulazione di Dossetti, l’attuale art. 11, si rimane subito molto colpiti dall’ansia di legittimazione internazionale: in realtà allora l’Italia era ancora esclusa dalla partecipazione alle Nazioni Unite cui sarà ammessa solo nel 1955. Impressiona però ben presto la discussione appassionata, vivacissima sulla seconda parte dell’articolo. Si affaccia la possibilità di un riferimento all’Europa, a una futura Unione europea. Vi si rinuncerà, rendendolo sottinteso. Adesso urge valorizzare al massimo la novità storica di dar vita, partecipare a organizzazioni internazionali più larghe, disposte ad accogliere e valorizzare il nuovo protagonismo americano, desideroso questa  volta di non ripetere l’errore storico del primo dopoguerra, quando il senato USA aveva bocciato la proposta wilsoniana e negato la ratifica del trattato istitutivo della Società delle Nazioni.  Ora si discute del consenso alle limitazioni alla propria sovranità, ma soprattutto della partecipazione alle organizzazioni internazionali future. Si soppesano e scelgono accuratamente le parole, fino alla scelta definitiva di un’Italia che «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Alcuni costituenti vorrebbero evitare incursioni sulla scena internazionale troppo impegnative e considerate estranee ai tradizionali perimetri costituzionali. Altri insistono per una caratterizzazione più aperta e protagonistica e tra questi Zagari e Togliatti che, in particolare, invita a cogliere tutta la novità della partecipazione ad una «organizzazione internazionale nella quale si cominci a vedere affiorare forme di sovranità differenti da quelle vigenti».

Con quella formulazione dell’art. 11 l’accento in realtà si sposta visibilmente dal momento della rinuncia alla sottolineatura di un ruolo attivo, della partecipazione, della conquista. Allora si volle fare dell’Italia un costruttore di un mondo pacificato, di una nuova scena internazionale. Si costruì perciò una Costituzione incardinata su un’altra visione della sovranità, non più limitata al tradizionale perimetro nazionale, ristretta alle vecchie forme dello Stato nazione. Fin dall’inizio della storia repubblicana – a dispetto delle visioni ideologiche alla Carli – si rifiutò la prospettiva dell’Italietta. Ci si volle invece muovere oltre i confini abituali, in un mondo che si concepiva aperto al dialogo e alla cooperazione. L’intento è di intervenire, riformare, portare pace e giustizia oltre la portata del proprio braccio, in collaborazione con altri popoli e nazioni. La rinuncia a forme o parti della sovranità abituale è funzionale alla conquista e all’esercizio di nuova sovranità.

In realtà nella sua formulazione finale l’art. 11 fa intravedere una Costituzione originalmente fondata sin dalle origini su forme di sovranità multilivello, sulla prefigurazione di una sovranazionalità intesa a rispondere al bisogno storico di guadagnare sovranità e non di perderla, di estendere il proprio raggio di influenza ed azione e non di ripiegare sotto l’urto dei nuovi attori e delle nuove potenze attivate dalla trasformazione progressiva del mondo.

 

Rivolgimenti

Intenti e disegni hanno poi dovuto fare i conti con le repliche della storia. Si pensi, ad esempio, per un istante a come già i principi di parità tra gli Stati dichiarati nell’art. 11 come condizione per consentire alle limitazioni di sovranità fossero stati drasticamente rivisti il 6 agosto  1945 dalla decisione di sganciare l’atomica su Hiroshima. Da allora e per sempre il globo era stato trasformato da una decisione che faceva assurgere uno o pochi altri Stati a decisori finali sulle sorti dell’umanità. Una forma di radicale diseguaglianza aveva già fatto irruzione nel mondo sì da far passare in un sol giorno le Nazioni Unite e i loro principi di eguaglianza tra popoli e nazioni «dall’infanzia alla vecchiaia»[6].

Altri e più radicali sommovimenti hanno investito le reti della sovranazionalità fin dai primi anni Settanta, quando lo scasso delle regole di Bretton Woods ha scatenato il protagonismo della finanza e di esecutivi e tecnocrazie vogliosi di conquistare spazio e poteri a scapito delle assemblee elettive. Per la costruzione europea, ad esempio, vi è un momento preciso in cui la scena muta drasticamente. Il là è dato da sentenze epocali della Corte di Giustizia, quale quella sul «Cassis di Digione»: si sdogana il principio in forza del quale un prodotto giudicato legale in un paese della Comunità acquista una patente di pronta corsa valida per tutti i paesi della CEE. Ai principi di armonizzazione delle legislazioni si sostituiscono quelli del riconoscimento reciproco e della equivalenza. La concorrenza si sposta dai prodotti alle legislazioni. La via è aperta per il trionfo della regolamentazione più leggera, dello Stato minimo[7]. L’Atto Unico del 1985 incorona la deregulation a principio cardine della nuova comunità. Al «mercato comune», frutto dei mercanteggiamenti di Stati sovrani e tecnocrazie comunitarie, si sostituisce il «mercato unico» incardinato attorno alla centralità dell’impresa, assistita e sospinta ora da una legislazione pronta a rimuovere gli ostacoli frapposti al suo protagonismo continentale. Su quel solco seguirà Maastricht,  con la consacrazione della moneta unica a dominus della nuova Unione europea, o ancora la Carta dei  diritti, con la sua particolare concezione dei «diritti sociali»: figli di un Dio minore, sono riconosciuti solo se non danno vita a ulteriori obblighi o poteri comunitari e in un ambito rigorosamente nazionale, ovvero evirati a variabili dipendenti di bilanci nazionali e spesa pubblica meccanicamente compressi da patti di stabilità e divieti.

Questa Europa resa sbilenca dal prepotere del comando monetario e neoliberale non cessa di navigare nella tormenta. Nonostante tutti i tentativi messi in opera dalla tecnocrazia comunitaria e dagli esecutivi nazionali per addolcire e smorzare l’impatto con i poteri veicolati dai nuovi trattati, viene avvertita come una minaccia da parte grande dei popoli europei, come un attentato al modello europeo di civiltà consegnato nelle varie configurazioni nazionali e regionali di Stato sociale. Parafrasando le metafore geo-militari  rese note da Donald Rumsfeld qualche anno fa, vi si intravede una sorta di New Europe volta contronatura a contrastare l’Old Europe, tesa a dissolvere proprio i tratti originali in forza dei quali è possibile parlare di “popolo europeo”, rintracciare cioè una peculiare qualità sociale divenuta storicamente timbro e voce unitari di popoli e comunità.

Nei marosi di questa storia, nel  quindicennio che ci è alle spalle, sono già affondate tutte le classi dirigenti che a Maastricht avevano osato pensare i termini di una nuova autonomia del Vecchio Continente. Nessuno di quei firmatari è sopravvissuto, anche quelli più smaliziati, accortissimi nell’utilizzo del cosiddetto «vincolo esterno». Né alcuno dei loro successori è rinsavito di fronte all’inequivoco tornado accumulato sui cieli d’Europa e al fallimento infine in cui è incappato il progetto di Costituzione varato dalla Convenzione presieduta da Valéry Giscard d’Estaing.

Poco male se sotto le macerie potessero rimanere solo gli apprendisti stregoni dell’eurocrazia e il peggio delle loro elucubrazioni: lo strapotere di mercato e moneta assurti a stelle fisse e motori immobili dell’empireo costituzionale europeo. In realtà, rischiano di farne le spese anche quei principi e valori e fattori – di solidarietà, integrazione e comunanza – sui quali puntare e spingere per promuovere un’Europa attrice di un’altra globalizzazione: solidale, partecipata, rappacificata tra i popoli e con la Terra. E che il barometro possa inclinare al peggio, lo indicano con nettezza i processi di dissoluzione delle identità politiche, oggi giunti a sinistra a livelli parossistici. All’indomani dell’89 il movimento operaio continentale ha di fatto visto nell’Europa un nuovo “sole dell’avvenire”: o allineandosi silente, nei suoi reparti maggioritari, all’europeismo liberista celebrato a Maastricht, o avviandosi incerto e inquieto, nelle sue propaggini più critiche e alternative, alla ricerca di un’”altra Europa”. Questi lacerti ora rischiano strappi ulteriori e ancor più dirompenti di quelli passati, a fronte di un panorama drammaticamente incupito dalla guerra e dall’incrudelirsi del dumping planetario attivato dalla discesa in campo dell’Asia. Lo dimostra bene proprio la vicenda del no al progetto di Costituzione europea. Anche la sinistra più schiettamente antiliberista non è riuscita a costruire molto sulla vittoria del no: non lo si è saputo vivere come processo di costruzione di unità e identità più larghe, non tanto politiche ma financo culturali. Hanno avuto la meglio piuttosto divisioni e frammentazioni ulteriori tra i sostenitori della sovranità nazionale e coloro che si sforzano ad intravedere nella crescita di un’altra Europa la tappa necessaria di un nuovo internazionalismo.

Sorte non dissimile è toccata a quel «movimento dei movimenti» salutato da Patrick Tyler sul «New York Times»  del 13 febbraio 2003 come la seconda superpotenza del pianeta. Particolarmente largo e influente proprio in Italia, grazie anche all’uso sapiente e alla strenua difesa dell’art. 11 della Costituzione, da tempo vede declinare influenza e capacità di mobilitazione. In senso inverso alla frequentazione dell’art. 11 praticata dalle classi dirigenti, il pacifismo si è attestato soprattutto nella rivendicazione del mondo evocato con le parole della prima parte: pace, ripudio della guerra. Ha mancato l’appuntamento con le istituzioni. Non ha saputo divenir soggetto né – a dispetto dei tanti Forum – invadere, conquistare o trasformare istituzioni.

Ora viviamo il paradosso di una politica di fatto tutta disposta sul piano interconnesso e sfalsato di istituzioni multilivello. Si pensi all’assurdo dei Trattati di Lisbona che – come già avveniva con la Costituzione europea – rinviano per la Politica estera e di sicurezza al rispetto della cornice atlantica e agli obblighi lì statuiti: un trattato para-costituzionale che ricava buona parte dei suoi concreti obiettivi strategici e militari da un non-trattato mai ratificato da alcun parlamento. Dall’alto il protagonismo degli organismi europei invade ormai la nostra vita quotidiana: un’indagine del Consiglio costituzionale francese ha calcolato che l’80% della legislazione nazionale – per l’Italia valgono proporzioni  analoghe – origina da normative comunitarie. Rispetto a questa trasmigrazione della politica, attivata proprio dal modo in cui i diversi soggetti hanno saputo praticare i grandi spazi aperti esemplarmente per il nostro paese dall’art. 11, è forse venuto il momento di riguadagnare terreno e iniziativa.

Una scelta quale quella presentata in passato dalla Lega – referendum automatici ad ogni rinuncia di sovranità – è folle e foriera solo di ulteriore delegittimazione generale e dello stesso strumento referendario. Si finirebbe subissati da quesiti attivati indiscriminatamente sulle materie più varie. Altro è il discorso per le grandi questioni della pace e della guerra, della ristrutturazione e ridislocazione dei poteri fondamentali. E’ assurdo pensare e permettere con le opportune modifiche costituzionali che su di esse attori nazionali o sovranazionali (forze politiche o istituzioni o aggregazioni civili , magari con soglie o quorum più qualificati di quelli usuali) possano sollevare quesiti di natura referendaria, caricandosi degli oneri come degli onori della prova?

In realtà è assurdo pensare che vi possano essere attori della società italiana o europea disposti o capaci di recidere i legami dell’Italia con il resto del mondo. Ma è anche insopportabile ormai che oggi la politica sovranazionale si costituisca in territorio di caccia privilegiato di tecnocrazie ed élites  sovranazionali saldamente vietato alla frequentazione o alle incursioni di cittadini ed elettori. Ripensare lo strumento referendario, con grande accuratezza e piena responsabilizzazione dei proponenti, può rivelarsi una via utile all’ulteriore, virtuosa interrogazione del cosmopolitismo italiano.

15 giugno 2008

 



[1] La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, Milano, Mondadori, 2008.

[2] Su 46.323.415 elettori i votanti furono 37.509.386 (81%). I sì furono 29.189.777 (88,1%) a fronte di 3.954.998 (11,9%) no. Si registrarono 4.364.611 voti non validi, di cui 2.765.197 schede bianche.

[3] Obblighi di fatto simili a quelli che caratterizzano buona parte delle Costituzioni varate o riscritte all’indomani della II guerra mondiale in un calco nettamente antifascista che improntò un’intera stagione politica e costituzionale.

[4] Cfr. G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, in collaborazione con P. Peluffo, Roma-Bari, Laterza, 1993, in particolare alle pp. 7-9.

Significativa però anche la raccolta postuma di scritti e interventi di Carli, Le due anime di Faust. Scritti di economia e politica, a cura di P. Peluffo, Roma-Bari, Laterza, 1995. Come sottolinea accuratamente il curatore, il rinvio al Faust di Goethe rappresenta «la chiave di lettura di Carli sulla società italiana», permanentemente strattonata tra «una pulsione verso l’apertura internazionale, la concorrenza, il mercato, il confronto con le armi dell’intelligenza e della competenza, e una pulsione indirizzata alla protezione, all’arbitrio interno, alla chiusura», ivi, p. IX.

[5] Per una acuta e larga ricostruzione delle reti multilevel che stringono sempre più da presso e intimamente distorcono la Costituzione italiana, cfr. ora G. Bucci, La sovranita’ popolare nella trappola delle reti multilevel, in «Costituzionalismo.it», n. 1, 2008.

[6] L’espressione di grande efficacia è di Freda Kirchwey, direttrice di «The Nation», in un editoriale del 18 agosto 1945: One World or None.

[7] Per una efficace descrizione del processo e delle sue tappe, cfr. M. Albert – J. Boissonat, Crise, Krach, Boom, Paris, Seuil, 1988, tr. it.: Crisi, disastro, miracolo. L’Europa nel gioco a rischio dell’economia mondiale, Bologna, Il Mulino, 1989.

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Il rosso muove e vince. Da Bush a Bush, in «La Rivista del Manifesto», n. 56, dicembre 2004, pp. 21-4.

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Per quanto tempo ancora l'America Red and Blue, l'America Rossa e Blu a schizzata fuori dalle urne di novembre, mancherà di un cantore adeguato? Sicuramente essa non ha ancora ispirato chi - come Goethe per la Germania - sappia eternare altre, storiche scissioni e lacerazioni: «Dentro il cuore, ah, mi vivono due anime/ e l'una dall'altra si vuole dividere» 1. Tanto meno sono alle viste ideologi capaci di ricomporre le fratture politiche e geografiche evidenziate da quel voto in una qualche epocale cosmogonia, simile a quella, ad esempio, disegnata per la modernità da Carl Schmitt nel suo Terra e mare 2.
A far difetto, in realtà, non sono gli interpreti. Ve n'è anzi gran folla, tutta intenta e accomunata a sottolineare l'epocalità dell'evento e del processo che vi ha fatto capo. Ma l'accordo termina lì: nella rilevazione dell'incubo - questo sì comune - che il rosso e il blu, finora fusi nelle Stars and Stripes del vessillo americano, diventino fronti contrapposti di un conflitto incomponibile. Spaventosa si materializza la prospettiva di quella Disuniting of America, «disunione dell'America», paventata, in altra epoca e contesto, da Arthur M. Schlesinger e rilanciata ora dagli angosciosi interrogativi di Samuel P. Huntington sull'identità nazionale, sulla capacità degli Usa di ricomporsi in nuova unità, di rinascere E Pluribus Unum 3. 
Al capezzale dell'epocale lacerazione le ricette si rincorrono e moltiplicano. Per molto tempo ha tenuto banco in entrambi i campi la categoria delle culture wars: di fatto irriconoscibile e quasi sfigurata nella letterale, ma edulcorata traduzione italiana di `guerre culturali'. Dovendo evitare l'immediatezza, ma anche l'inevitabile slittamento di significato di un `guerre di civiltà', troppo corrivo al manifesto politico-ideologico dell'Huntington dello «scontro di civiltà», si impone, in realtà, il ricorso - di qua dell'Atlantico - ad un pregnante, e volutamente aspro, «guerre di religione». Perché di questo si è trattato e si tratta: del cozzo di visioni del mondo e di valori alternativi, di universi simbolici fieramente confliggenti, ad altissimo e devastante impatto nella comunità. Originata sul terreno cangiante del multiculturalismo, la categoria di culture wars è stata adoperata variamente, su più timbri analitici e per più piste investigative: impugnata volta a volta per evidenziare la divisione tra empito cosmopolita e chiusura nazionale, stretta liberista e legame sociale, libertà individuale e responsabilità comunitaria. Quando lo scontro si è fatto al calor bianco, quando la parola è passata ai comitia, alla messa in campo degli eserciti contrapposti, le culture wars sono divenute le Two Americas: ora di Stanley B. Greenberg, analista principe di Clinton - prima che di Rutelli - e fine indagatore degli universi elettorali americani 4; ora di John Edwards, autore nel dicembre 2003 di una celebrata performance oratoria a Des Moines, nell'Iowa, valsa a conquistargli la candidatura democratica alla vice-presidenza, nell'illusione di irrobustire con una iniezione di sano populismo la figura di Kerry e di conservare magari, con l'evocazione e la messa in campo dell'`altra America', l'allarme e la fiammata accesi da Howard Dean nella mobilitazione dell'elettorato e degli attivisti democratici.

Opportunamente, in sede di bilancio della battaglia data e della sconfitta subita, John Judis, Ruy Teixeira e Marisa Katz, esponenti di punta dell'intellighentzia democratica, hanno parlato di una nuova «Guerra dei Trent'anni» vinta per ora da Bush 5. Con l'utilizzo di una lente siffatta, l'analisi non solo si slarga proficuamente all'epoca tutta marcata dallo spartiacque degli anni '70, ma permette di padroneggiare più piani: intanto riconduce, quanto alla scena interna, i terreni accidentati e malfermi delle culture wars, delle `guerre di religione', entro il ciclo lungo di una nuova, devastante «seconda guerra civile americana»; sul piano internazionale, poi, ricolloca quella incandescente fucina di una America nuova nel tentativo di rilanciare l'egemonia e il primato americani, di marchiare a stelle e strisce anche il XXI secolo. Nazionale e globale si tengono, mentre scompaiono le ricostruzioni astratte, a tavolino, di una storia ora volontaristicamente immiserita a improbabili complotti planetari, ora pateticamente irrigidita nelle geofilosofie esibite dai geni originari e immodificabili di popoli e civiltà: Occidente versus Oriente; Usa contro Europa.
Tornano a campeggiare - nella stagione contrassegnata dalla rinnovata vitalità del capitalismo, sospinto per nuovi planetari sviluppi da processi di inusitata privatizzazione del globo e della vita - i processi di formazione di élites e gruppi dirigenti, la loro capacità di individuare punti d'attacco, aggregare blocchi sociali - e scomporre quegli altrui -, dettare parole d'ordine e alimentare nuovo conformismo, riplasmare lo spirito pubblico. 
A irrobustire questo impianto di ulteriori e più articolate chiavi di lettura provvede la proposizione della categoria di radcon, `conservatori radicali', avanzata nel suo ultimo lavoro da un altro liberal, esponente di spicco del Partito democratico: Robert Reich, già ministro del Lavoro nella prima amministrazione Clinton 6. Piuttosto che focalizzare l'attenzione sul segmento sottile dei cosiddetti neoconservatori - figli di una mutazione di pelle e di campo in alcuni dei settori più intransigenti della vecchia e nuova sinistra - egli si concentra sulla trasformazione complessiva intervenuta nel Partito repubblicano e nel fronte conservatore con l'avvento di una nuova classe dirigente, figlia del baby boom post-bellico che aveva già partorito, sull'altra sponda, Bill Clinton. È essa che attornia ora Bush e che ha conquistato la leadership del Great Old Party rimodellandolo dal profondo. Là dove, all'insegna di Edmund Burke, imperavano un tempo saggezza e passi felpati, nell'orrore dell'intervento umano sull'ordine naturale delle cose, ora prevale il sovvertimento programmato e gridato dell'eredità novecentesca. Coloro che in un'altra età marchiavano col timbro della follia ogni utopico tentativo di reindirizzare secondo ragione e diritto la marcia dell'uomo e del mondo, oggi impugnano l'utopia negativa della `guerra preventiva' come rimedio ai mali del mondo e alle loro nuove incarnazioni. Quel che più importa, però, è che lungo questi sentieri di lettura viene evidenziata la capacità dei radcon di alimentarsi della crisi altrui, di impadronirsi di parole d'ordine e metodi dell'avversario per farli propri e riproporli come propellente di una generale rivoluzione passiva. È nel suo grembo che si ridisegna ab imis la società americana tutta e nei suoi rapporti col mondo, in un imponente mutamento dello stesso terreno di battaglia, degli spalti e casematte che un tempo munivano e trinceravano i rispettivi schieramenti. È il caso, ad esempio, delle campagne sui diritti civili e del modo in cui esse provavano a rieticizzare la politica professionalizzata o, ancora, della critica alla massificazione della società moderna, ridigerite e ripresentate come `valori morali' della nuova `maggioranza silenziosa' o `maggioranza morale' e come carburante del turbo-liberismo di terzo millennio.
Seguendo le piste di questa trasformazione epocale, si può risalire ai suoi primi conati e alla reazione aggregata dall'estremismo di Barry Goldwater in risposta alla rottura ideale e politica degli anni '60. Senza alcuna indulgenza verso le teorizzazioni di una destra cospiratoria emerge la trama di un disegno politico intenzionalmente disposto, fin dall'inizio, a misurarsi sui tempi lunghi di un progetto di rivolgimento epocale della politica, disposto attorno agli spazi e alle forme nuove acquisite dall'informazione, dalla comunicazione planetaria, dall'invadenza dello schermo Tv. Marco D'Eramo ne ha efficacemente tratteggiato i primi passi sulle colonne del «manifesto» 7. Sarà Richard Nixon il primo a rompere a Sud l'egemonia del blocco storico cementato attorno agli istituti e alle politiche del New Deal, a penetrare nel ventre molle dei democratici sudisti, per ridisporli come pezzi di una nuova maggioranza silenziosa terrorizzata dalla campagna per i diritti civili e dai disegni di Great Society, di nuova stagione del Welfare, lanciati dalla presidenza Johnson. Toccherà a Reagan poi esibire - in uno con la promozione del passaggio al post-fordismo, con il mutamento complessivo della geografia economica statunitense e la meridionalizzazione del suo baricentro - un superiore potere federativo, il tocco magico nella comunicazione affabulatoria e nell'amalgama di nuove coalizioni. 
Non a caso è a lui che più direttamente si rifà Bush, sia pure irrigidito da eloquio e sguardo inespressivi. Ma si tratta di handicaps apparenti che non mortificano la forza rivelata dalla capacità di federare, come Reagan, coalizioni di interessi apparentemente divergenti, in cui si combinano Brooks Brothers e Val-Mart, alta società e masse di ceto medio e popolo. Egli vince aggiudicandosi nettamente il voto degli ultraricchi, con il 63% degli elettori con oltre 200 mila dollari di reddito annuo, ma anche portando dalla sua il 53% degli elettori sforniti di diploma di scuola superiore. Soprattutto è capace di arginare e a volte di invertire, più o meno parzialmente, lo smottamento a sinistra, verso Kerry, del voto delle minoranze - ispaniche soprattutto e qualche volta nere -, così come delle donne o del lavoro dipendente. Vi riesce, come sottolineano con forza in un primo esame del voto James Carville e Stanley Greenberg, perché sa sì mobilitare e unificare la destra, e innanzitutto quella cristiana a forte impronta confessionale, ma soprattutto sa volgere a proprio vantaggio la generale voglia di cambiamento dell'elettorato americano 8. La trasforma in vento nelle proprie vele grazie soprattutto alla messa in campo di una macchina politica ben più attrezzata di quella democratica. Bush batte Kerry sia facendo della `maggioranza silenziosa' o `morale', che dir si voglia, un blocco sociale e politico più unificato e coeso di quello democratico. Sia capovolgendo l'agenda stessa delle elezioni: sotto il fuoco di riflettori e telecamere, al vaglio del popolo, non finisce la sua presidenza, ma le paure e i timori di un elettorato assediato da Osama bin Laden e Saddam, e terremotato fin nel focolare domestico dal pervertimento della famiglia, traviata tanto da inedite, libertine coniugazioni quanto dalla legalizzazione di pulsioni omicide. Ed è su questo superiore potere di fuoco che conviene per un momento sostare, per provare a penetrare il terreno particolarmente scivoloso delle culture wars, delle battaglie attorno ai cosiddetti `valori morali', in condizioni di assenza di egemonia.

È ingeneroso oltre che suicida provare a rimproverare Kerry per una presunta incapacità a farsi carico dell'americano medio, dei suoi timori e valori. Lungo questo declivio, alimentato dalla strumentalità di calcoli di corto respiro, si perdono dati di realtà essenziali. Innanzitutto i 5 milioni e mezzo di voti guadagnati rispetto al risultato del 2000, in una campagna elettorale assai aspra ma di mobilitazione e impegno straordinari: ancora tutta da valutare quanto a partecipazione, in assenza ancora dei dati definitivi su votanti ed elettori abilitati al voto. Si è trattato di un farmaco miracoloso per risollevare il tono e le sorti dell'organizzazione politica democratica. Di questa Reich con pagine di rara efficacia - che ad altre, più europee latitudini si farebbe bene a mettere a frutto - aveva già magistralmente tratteggiato lo stato di coma permanente, periodicamente interrotto da chimeriche sessioni di auto-coscienza sul `Futuro del Partito democratico'. Indirizzandosi in tal direzione, si perde di vista piuttosto il fatto che, paradossalmente, sono stati i repubblicani a far tesoro della lezione `estremistica' di Howard Dean, di quell'urlo che aveva suonato la diana democratica, inventando nuovi moduli organizzativi e di comunicazione politica, lanciando in campo la nuova forza d'urto di Internet. 
Certo Karl Rove, lo stratega elettorale di Bush, s'era mosso per tempo. Soprattutto nella chiamata a raccolta e compattamento delle destre religiose. Ma la superiore potenza di fuoco che egli ha potuto e saputo esibire - oltre 3,4 milioni di repubblicani nuovi iscritti alle liste elettorali, un'armata di 1 milione e 400 mila volontari al lavoro - non è frutto di un trapianto in terra americana di una qualche ricetta di stampo europeo. Così come è stato per il XX secolo, con il suo `governo di partito', il `partito pigliatutto' o il `neopopulismo', anche nel XXI secolo il male o il tormento maggiore della politica e delle sue forme è costituito dalla sua costante e perdurante americanizzazione. La nuova macchina politica schierata in battaglia dai repubblicani - e la lingua qui volutamente non batte sul dente cariato dai moduli bellici del Politico novecentesco - è frutto di un ingegnoso ripensamento, che ha saputo allargare partecipazione e mobilitazione ben oltre i confini del partito tradizionalmente inteso. Da un lato, sospingendo ed organizzando la molteplicità di organizzazioni - la società civile in movimento 9 -, cui la nuova legge sul finanziamento elettorale permette di raccogliere fondi e di intervenire direttamente in campagna elettorale, d'occupare gli schermi televisivi, di inondare di messaggi le terminazioni nervose di Internet. Dall'altro, sfruttando appieno proprio possibilità e caratteristiche dei nuovi mezzi di comunicazione: ed è qui che Rove ha saputo far propria la lezione delle letture più avanzate sui nuovi territori dell'informazione.
Contrariamente alle analisi a tutto tondo dei teorici di nuovi imperi e moltitudini, la comunicazione globalizzata e istantanea non alliscia mondo e popoli in indistinti ed omogenei universi. In costanza di differenze culturali profonde, più essa si fa rapida e istantanea più rende l'altro vicino, fino a fare ossessivamente incombente quello che un tempo appariva favoloso e remoto, magari inoffensivo perché distante, oggetto al più d'antropologiche elucubrazioni. Permanendo la differenza, la differenzia ed esalta a dismisura. E piuttosto che affratellare finisce spesso con l'inimicare quanti adesso insistono su spazi comuni e se ne disputano il controllo e possesso. Su Internet e ancor più nei circuiti delle cable-Tv pochi riescono, per dovizia di mezzi e risorse, a condividere con gli altri un universo. Per lo più lo si sceglie e costruisce assieme ai propri simili. Si parteggia esplicitamente e senza pudori, senza più il feedback, la reazione salutare dell'altro, la comunione delle differenze. Si vive in tribù. 
Karl Rove ha messo a frutto questa lezione, soprattutto in riferimento ai tanto celebrati e citati `valori morali'. Ha fatto propria, innanzitutto, la lezione di una delle muse del pensiero radcon, Gertrude Himmelfarb, moglie del ben più famoso esponente neocon Irving Kristol. Come ella non si stanca di ripetere «c'è molto più in comune tra due famiglie di intensa pratica religiosa, di cui una sia di classe operaia, che non tra due famiglie di classe operaia, di cui una sola sia praticante». O ancora: «i neri dei ghetti urbani mandano i loro figli alla scuola cattolica, non perché praticano quel credo religioso, ma perché lì si riceve una formazione più rigorosa e si vive in un ambiente più disciplinato» 10. Nelle mani dell'armata repubblicana, queste massime si sono fatte scalpello per irrompere nelle fila del blocco democratico e sfaldarlo o quanto meno impedirne o renderne difficile l'aggregazione su altri terreni. A rinsaldare il proprio fronte ha provveduto piuttosto lo scatenamento di ben altri universi valoriali e simbolici. È bastata la parola d'ordine della ownership society a scatenare l'egoismo fiscale dei più, l'individualismo diffuso, per aggregarlo su Internet e nei comitia, dargli dignità di manifesto politico generale e trasformarlo in una formidabile massa d'urto a coloritura nativista: zoticoni contro sapientoni, terra versus mare. Cosa v'è di più mobilitante nei grandi spazi americani dell'individualismo, della carica mitologica della `società dei proprietari' contro i gravami collettivi della social security, della vita metropolitana? Con buona pace di Jeremy Rifkin e della sua era dell'accesso, il suo de profundis sul diritto di proprietà non consegna le chiavi del XXI secolo. Come ha ben mostrato Zygmunt Bauman, il turista e il vagabondo sono le figure emblematiche della globalizzazione neoliberista. Ma nelle sue congenite e laceranti asimmetrie il turista può vantare gradi di libertà che l'altro può solo sognare. La proprietà in qualunque sua forma - e intanto di se stessi - è ancor più di ieri l'unico passaporto che abilita alla navigazione e all'accesso universali.
E che non si tratti di simboli vuoti o di mero egoismo provvede a chiarirlo la destra liberista più estrema, allineata ma ipercritica nei confronti del nuovo statualismo radcon. Un acuminato rapporto del Cato Institute sottopone ad un vaglio certosino il bilancio federale, portato da Bush dal 18% sul Pil del 2000 al 20% del 2004 11. A farlo più grasso ha provveduto sì la spesa militare. Ma nel suo picco finale essa non ha supera il 4,5% sul Pil. Ben lontana dalle cime del 13,2% della Guerra di Corea, dal 6,2% dell'era reganiana o dal 5,6% ancora toccato nel 1989 fatale. Di mezzo, a indicare l'avvento di altre leggi di funzionamento del complesso militar-industriale, ci sta la potatura del settore amputato di oltre 3 milioni di addetti, tanto nell'industria quanto nell'apparato militare. A crescere con una progressione seconda solo a quella dei tempi d'oro di Johnson stanno le spese discrezionali, governate dal Congresso, pari ormai a quelle militari e lungo impennate superiori a quelle registrate dagli esborsi dei grandi istituti del Welfare: sicurezza sociale, Medicare, Medicaid. Attorno alla ownership society Bush e i suoi radcon dispongono e oliano la rete formidabile del conservatorismo compassionevole, un misto di big government, terzo settore e volontariato, originalmente e potentemente disposto a macchina propulsiva dei `valori morali' repubblicani. 
Sarebbe utile vedere come e perché questo armamentario di tipo nuovo si disponga in radicale discontinuità rispetto alla complessiva tradizione politica statunitense. O, ancora, per quali canali esso possa esercitare un fascino calamitoso su altri laboratori anch'essi alle prese con transizioni difficili. Ma lo spazio è tiranno. 
Come in Iraq, anche in casa propria Bush shocks and awes, colpisce e terrorizza. Ma non conquista. La vittoria è ancora zoppa d'egemonia. Né è dato vaticinare su un secondo mandato, specie quando aperto in maniera così avventuristica dalle promozioni di Condoleezza Rice e Alberto Gonzales. Conviene semmai rammentare che la prima Guerra dei Trent'Anni fu chiusa, quasi per esaurimento dei suoi contendenti, dal Trattato di Westfalia: un atto che avviò il XVII secolo, `il secolo di ferro', ad una chiusura epocale sigillata - come ricorda Henry Kamen - dalla «vittoria del potere e della proprietà». A noi figli del '900 non è permesso il lusso della stanchezza. Rischieremmo di pagarlo troppo caro.




note:

a Nella tradizione americana i `rossi' sono i repubblicani e i `blu' i democratici, dai colori dei rispettivi partiti (NdRM)
1  Faust, nella traduzione italiana di F. Fortini, Mondadori, Milano 1990, p. 87.
2  Vedilo ora ripresentato, con nuovi apparati e un saggio di Franco Volpi, nella traduzione di G. Gurisatti: Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.
3  A. M. Schlesinger jr., The Disuniting of America: Reflections on a Multicultural Society, W. W. Norton, New York 1991, tr. it. La disunione dell'America. Riflessioni su una società multiculturale, Diabasis, Reggio Emilia 1995; S. P. Huntington, Who Are We?, Simon & Schuster, New York 2004.
4  The Two Americas: Our Current Political Deadlock and How to Break It, Thomas Dunne Books, 2004.
5  30 Years' War. How Bush Went Back to the 1970s, in «The New Republic», 5 novembre 2004.
6  Reason. Why Liberals Will Win the Battle for America, Knopf, New York 2004, malamente tradotto quanto al titolo - nell'evidente tentativo di cavalcare una vittoria democratica - in un enfatico Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi, Roma 2004) che amputa il titolo originario del tratto distintivo di uno schieramento - Reason, la Ragione - e soprattutto tradisce l'impasto originale di «pessimismo dell'intelligenza e ottimismo della volontà» trasfuso in quelle pagine.
7  Si vedano le puntate dedicate alla progettazione e alla nascita del network di think tank conservatori: La lunga marcia a destra di Dio e I serbatoi d'odio fanno il pieno del 10 e del 13 novembre.
8  J. Carville e S. Greenberg, Re: Solving the Paradox of 2004. Why America Wanted Change but Voted for Continuity, rinvenibile su www.democracycorps.com.
9  Nel gergo politico e giornalistico quest'area attiva della società è stata ribattezzata, nelle sue concrete manifestazioni, 527 Organizations, dalla sezione del Codice tributario che ne disciplina e regola le possibilità di intervento
10  One Nation, Two Cultures, Vintage Books, New York 1999, pp. 116-7.
11  V. de Rugy, The Republican Spending Explosion, in «Cato Briefing Papers», n. 87, 3 marzo 2004.