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Di regioni, nazioni e nuovi principati

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“Di regioni, nazioni e nuovi principati”

Bari 19 dicembre 2014

Intervento al convegno su

Stati, regioni e nazioni nell’Unione Europea”

 

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»[1].

Ossessivi questi versi rimbombano in testa mentre qui, tra noi, si distendono e accavallano i racconti dei tumulti che da qualche tempo colorano l’Europa, ne macchiano e agitano cuore e angoli remoti.  E il rimbombo diviene ancor più assordante a fronte della constatazione che ormai, in tanti dei casi qui sottoposti alla nostra attenzione, la realtà ha ragione anche della fantasia più sfrenata.

In queste pagine, grazie ad una messe di analisi che difficilmente trovano audience nel nostro paese o nei circoli dell’europeismo più blasonato, ci siamo avventurati per le geometrie non euclidee del post-statuale, in quelle volute in cui popoli e élites provano a riconquistare sovranità, riconfigurando, accavallando in forme inedite regioni, nazioni e unioni sovranazionali. Il più delle volte si è costretti a stringere le pupille, nel tentativo di aguzzare la vista, provare a distinguere nella marea di soggetti che sembrano farsi avanti, affollarsi, fin quasi a sommergerci. La prima impressione è quella di una moltiplicazione di nuove figure costituenti, di un far massa che preme e rompe le vecchie mura, i recinti tradizionali.

In realtà, ad uno sguardo più attento, ad una valutazione più distaccata e alta non sfugge come questi movimenti improvvisi e disordinati siano spesso il prodotto di una scena che in realtà si rattrappisce, a somiglianza della famosa scatola sperimentale che stringe le sue pareti su topolini costretti a subire una progressiva restrizione dello spazio vitale e lanciati perciò per rincorse e scontri sempre più parossistici. All’occhio dell’osservatore più disincantato non sfuggirà il quadro di insieme: un deserto sempre più ampio avanza e si allarga a contornare queste oasi affollate. Così come all’orecchio più allenato non sfugge il progressivo arrochirsi delle voci che di lì si levano, la loro costante, inevitabile mutazione in grida disperate. Eccola la nota dominante: l’accavallarsi di voci, spesso cacofonico e convulso, ma sempre vario e mutevole, ha da tempo lasciato spazio ad un urlo monocorde, ad una politica rattrappita attorno ad un diffuso, lacerante rancore sociale.

Altri osservatori, altri critici, dotati magari di sonde più acute e smaliziate, vorranno o potranno scorgere nei mutamenti sempre più rapidi della scena sociale e politica europea le mosse convulse di un ceto politico onnivoro, attento alla manutenzione di regole e ambienti funzionali soprattutto alla manutenzione e alla perpetuazione nel XXI secolo della «clase discutidora» eternata un tempo da Donoso Cortés. Sotto questo profilo analitico, appare quanto mai istruttivo il laboratorio italiano. Come sempre, il Belpaese ha rivelato proprietà e capacità anticipatrici rispetto al Vecchio Continente e ad ogni sua realtà nazionale. È sulle nostre rive che i comandamenti della nuova Unione europea – quella congerie di direttive e regolazioni riassunta sotto il termine onnicomprensivo ‘austerità’ - hanno saputo produrre mutamenti rapidissimi quanto radicali del sistema politico. Sotto quella sferza, prima che in qualsiasi altro paese europeo, la nostra giovane Repubblica si è avventurata per una precoce quanto precaria e ininterrotta metamorfosi dei propri assetti istituzionali e politici. Come dimenticare che in meno di un ventennio abbiamo già accumulato più o meno infruttuosamente tre tentativi di riforma costituzionale: in primis, la precaria e avventurosa riforma del Titolo V della Costituzione e dei rapporti tra Stato centrale e Regioni, promossa e imposta dal centro-sinistra; successivamente quella ancor più radicale, per il suo impatto istituzionale, voluta dal centro-destra e definitivamente bocciata dagli Italiani con il referendum del giugno 2006; infine quella del 2012 sul pareggio di bilancio, in omaggio ai dettami europei di politica economica e monetaria. Come non sottolineare soprattutto come questi complessivi mutamenti, accumulati nell’ultimo ventennio, non abbiano affatto prodotto stabilità. Tutt’altro: sono oggi tutti materia incandescente di un confronto politico e istituzionale che sta impegnando severamente, e per alcuni aspetti corrodendo, le residue energie politiche e istituzionali di un paese giunto a livelli di sfiducia e astensionismo politico finora impensabili. 

Da tempo e da più parti, con l’impiego delle chiavi interpretative più varie, si insiste per provare ad orizzontarsi e inquadrare queste convulsioni, sulla corsa a ricollocarsi nel mondo indotta dallo spaesamento prodotto dai processi di globalizzazione. Le coordinate geografiche abituali non bastano più a ridar nome alle cose e ai processi, a recuperare ed esercitare soggettività, identità. Né soccorrono le vecchie appartenenze: troppi vessilli ammainati frettolosamente o improvvidamente agitati. Vi è bisogno di una nuova più puntuale ricognizione del terreno. Né si può cedere alla tentazione semplicistica, oggi fin troppo abusata, di ricorrere alla strumentazione più semplice per provare – magari illudendosi - a ridare una parvenza d’ordine al tumulto che ci contorna. Il palmo della mano, la falcata del passo, il colore della pelle o del nostro credo non ci aiutano più, nemmeno in quel ‘locale’, ossessivamente praticato ma oggi irrimediabilmente dilatato e screziato da un mondo divenuto vita quotidiana.

Servirà allora un ricorso più sorvegliato alla categoria di globalizzazione per evitare di limitarsi alla semplice evocazione di un ‘nonluogo’[2]. Intanto per ricollocarsi in un tempo preciso, non prefato più da un indistinto ‘post’ buono a tutti gli usi: sia esso post-moderno, post-novecentesco o, più generalmente, post-89. La caduta del Muro ha davvero fatto epoca e come tale ha bisogno ormai d’esser distanziata così come l’illusione allora fatale che la storia fosse finita. Di lì è iniziato piuttosto un nuovo galoppo da cui siamo ancora strattonati disordinatamente. E perciò abbiamo ancor più bisogno di partire nell’epoca nostra, sezionare, per orizzontarci. E provare così a riconoscere il tempo nuovo in cui siamo stati scagliati dall’11 settembre e dalla successiva guerra al terrorismo allora proclamata con tanto di corollari sulla «esportazione della democrazia». Per provare magari a contornare il fallimento dell’unilateralismo USA, la rovinosa crisi dell’egemonia a stelle e strisce causata da quegli atti e i nuovi attori e processi attivati da quelle scelte. Per questa via, magari, riusciremo a collocarci meglio sulla mappa del mondo di Terzo Millennio da tempo avviato ad una radicale rivisitazione dei rapporti di forza, non più segnati dal dominio unilaterale sul globo imposto per oltre tre secoli dall’Occidente capitalistico.

Con l’aiuto di queste ultime prospezioni analitiche potremo magari illimpidire lo sguardo su alcune delle pagine più discusse della presidenza Obama e su qualcuno dei mutamenti che stanno scuotendo il terreno su cui poggiano i nostri piedi. Su tre di essi converrà, in particolare, appuntare l’attenzione: un riequilibrio complessivo sta intervenendo nel metabolismo di un globo unificato dall’Europa conquistatrice ma ora rimodellato dal ritorno sulla scena dell’Asia e dei suoi giganti; gli USA non dipendono più dal petrolio come per il passato, quel passato che portava Franklin Delano Roosevelt, di ritorno da Yalta, all’incontro fatale con i Saud o il Presidente Carter a proclamare nel 1980 il Golfo Persico zona di «vitale interesse per gli USA»[3]; più che mai oggi il mondo non è più abitato in forma esclusiva ed omogenea dallo Stato-nazione e dai suoi multipli o sottoinsiemi. Il globo come cipolla rivela ad ispezioni accurate varie stratificazioni. Il suo metabolismo denuncia reti e flussi sempre più intricati. Prima ancora degli studi pioneristici di Saskia Sassen sulla città globale e sulle sue reti[4], la fantascienza e la letteratura cyberpunk ci avevano introdotto al mondo ridisegnato attorno allo Sprawl[5], la città diffusa ridisegnata dalle reti e dai flussi di merci e comunicazioni che stringono il globo. Già nel 2007 le Nazioni unite segnalavano il sorpasso della popolazione rurale da parte di quella urbana, divenuta nel 2014 il 53% del totale. Accostando la lente a questa mutazione, si può scoprire che le cosiddette ‘megacittà” con oltre 10 milioni di abitanti - appena 2 nel 1950 - sono cresciute a 10 nel 1990 e 28 nel 2014; le 21 città che nel 1990 vantavano tra i 5 e i 10 milioni di abitanti sono raddoppiate a 43 nel 2014, mentre le ‘piccole’ città collocate tra 1 e 5 milioni di abitanti sono passate da 239 a 415. Sulle coste cinesi tra il 2007 e il 2010 tre città – una per anno – hanno raggiunto lo status di megacittà con oltre 10 milioni di abitanti[6].

Di fronte a questi sviluppi è quanto mai illusorio e fuorviante ostinarsi nel disegnare la parabola complessiva del neoliberalismo, egemone indubbio del nostro tempo, come una resa – più o meno ordinata - o, peggio, una rotta - magari rovinosa - della politica rispetto al mercato e al suo potere sovraordinante. Converrà ancor oggi mettere a frutto la lezione, la strumentazione analitica che in un’altra età Antonio Gramsci proponeva per la comprensione del capitalismo novecentesco e degli immensi processi di socializza­zio­ne  attivati dalla deflagrazione del primo conflitto mondiale e dalla Grande Crisi. Egli allora sottolineava che «anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il programma dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso»[7]. Nella costanza di questa lezione, immutata rispetto ai vari ‘neo’ che hanno provato a complicarla, i mutamenti che si sono prodotti hanno solo confermato le intuizioni allora messe a frutto sulla distinzione solo metodica, affatto organica, da osservare rispetto alle categorie di Stato e società civile. Colpisce piuttosto l’unicità di accenti con cui – rispetto a Gramsci ma a distanza di tempo e da ben altre sponde culturali e politiche – un pensatore come Michel Foucault ha indirizzato la sua ricerca su neoliberismo e biopolitica: «nel regime del liberalismo la libertà non è un dato, un ambito già costituito che si tratterebbe semplicemente di rispettare; se lo è, lo è solo parzialmente, regionalmente, in questo o quell’ambito particolare ecc. La libertà è qualcosa che si fabbrica in ogni istante. Il liberalismo, pertanto, non è di per sé accettazione della libertà, ma è ciò che si propone di fabbricare la libertà in ogni istante, suscitarla e produrla, con ovviamente [tutto l’insieme] di costrizioni, di problemi di costo che questa fabbricazione comporta»[8].

Sarebbe davvero illusorio nel mondo di terzo millennio provare a rintracciare l’equivalente binomio di società civile e Stato, uno Stato mondiale che sia forma della società civile globale. Questa rimane ‘informale’. Non conosce governo globale, mentre concretamente derubrica Stati e governi a maglie e nodi particolari della propria rete. Si dibatterà a lungo se questa assenza o carenza sia un segnale di imperfezione e incompiutezza o forma di una politica che nel multinazionale o globale è più o meno destinata o condannata a complicarsi, ad abbandonare  la geometria piana euclidea della statualità, per avventurarsi su costruzioni multilivello, post-moderne o neomedievali che siano. Il globo occupato dallo Sprawl ha abbandonato da tempo le geometrie piane dell’ordine di Westphalia, abitato dall’onnipotenza di Stato e politica e dalle loro ordinate movenze. Il governo – ovvero la configurazione eminentemente istituzionale della sovranità - sempre più ha dovuto cedere spazio alla governance, ovvero a quella «struttura di regole, istituzioni e pratiche che – secondo i rapporti sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite[9] -  stabiliscono limiti sui comportamenti di individui, organizzazioni e società e che sovraintendono all’evoluzione della società, dell’economia e dell’ambiente». Oggi le maglie e i flussi transnazionali, le commistioni di pubblico e privato, il fitto reticolo di istituzioni sovranazionali hanno trasformato la sovranità nell’esercizio di un potere condiviso da molti, spesso esercitato a più livelli, attraverso meccanismi di controllo e di indirizzo o tramite procedure negoziali, crescentemente segnato dal protagonismo su scala regionale – ovvero continentale – di uno o più attori, e progressivamente influenzato da soggetti transnazionali o da una grande varietà di gruppi di pressione e di organizzazioni non governative. Entro questa nuova geometria dei poteri, immersa nelle dinamiche che muovono queste reti, la vita di ognuno è costretta a misurarsi con l’invadenza sempre più quotidiana e stringente del mondo, col fatto che ai «rapporti interni di uno Stato-nazione si intrecciano i rapporti internazionali, creando nuove combinazioni originali e storicamente concrete», col fatto magari che «una ideologia, nata in un paese piú sviluppato, si diffonde in paesi meno sviluppati, incidendo nel gioco locale delle combinazioni». Bisogna allora saper fare i conti fino in fondo con il mondo attuale e le sue dinamiche e complicazioni. Da tempo la scena mondiale ha smesso di assomigliare, per dirla con John W. Burton[10], ad un liscio bigliardo su cui, come palle, corrono solo gli Stati, cozzando e interagendo reciprocamente secondo precise e predeterminate traiettorie, nella assoluta impenetrabilità dei corpi postulata dalla fisica e dalla diplomazia classiche. Ora il bigliardo della globalizzazione è diventato molto più affollato e complicato e non contempla più la legge sovrana per cui due corpi solidi non possono occupare contemporaneamente la medesima porzione dello spazio. Lo Stato non ha più a proteggerlo e schermarlo la vecchia corazza: adesso politica interna e politica estera comunicano e si intrecciano. Il metabolismo della comunità non rimane più sigillato entro i confini nazionali.  Né la statualità nazionale ha saputo conservarsi come organizzatrice unica della vita civile a livello sovranazionale. Una miriade di altri soggetti – economici, civili, religiosi quando non criminali - adesso influisce, spinge o frena. Si moltiplicano pressioni e interazioni che rendono sempre più improbabili e improponibili cadute e assalti repentini.

L’uomo di terzo millennio vive – soffre - da tempo un nuovo “Ellenismo”. Come ha notato Marco d’Eramo, già in un’altra età dopo Alessandro il Macedone, «il mondo mediterraneo apparve improvvisamente troppo grande per gli strumenti tecnici della democrazia di quell’epoca, troppo sterminato per essere amministrato dai meccanismi della polis … L’individuo fu confrontato a una economia-mondo, a una organizzazione sociale e politica che non era più alla sua misura. Non era più credibile l’orgoglio del sofista Protagora: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per quel che sono e di quelle che non sono per quel che sono”. Tutto si fece smisurato: le vite dei singoli diventavano percorsi caotici all’interno di un “mondo complesso”»[11]. Ai giorni nostri questo spaesamento ha ormai assunto tratti patologici, volta a volta e nei più diversi contesti mutato in agorafobia, paura dei grandi spazi, o subìto come minaccia, pericolo. Il cartiglio «Hic sunt leones» ora spunta ad ogni pie’ sospinto. Il mondo ci si rivela privo d’ogni metro o compasso: senza più «né cosmospolis»[12]. La ricerca di vie di fuga, approdi sicuri, e anche di isolamento, recinti, muri protettivi, si fa sempre più spasmodica. A mano a mano che l’urto delle comunicazioni realizza quel miracolo già intravisto da Marx, «l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo»[13], siamo trascinati, confusi in una «modernità come incessante, sempre più turbinoso, vortice dei corpi e delle merci, oltre che delle parole e delle immagini»[14].

Come è stato efficacemente sottolineato, «tutte le identità collettive sono rimescolate dal faccia a faccia brutale dell’individuo e del pianeta: per riprendere il titolo di un libro, razza, classe e nazione sono sempre state identità ambigue»[15]. Lungi dall’appiattirsi sotto la livella della globalizzazione, il rullo compressore dell’americanizzazione, l’identità diviene proprio a contatto con quei solventi una ricerca incessante, rovello quotidiano, tizzone ardente. Essa però si rivela anche nella sua evidente storicità un costrutto, un artifizio: «al meglio, una costruzione culturale, una costruzione politica o ideologica, ovvero una costruzione storica»[16]. Sezionata dalla lente dell’analista rivela la sua dimensione processuale, duale: «l’identità di ogni organismo, individuale o collettivo, è fatta di una negoziazione perpetua tra continuità e mutamento (tra fedeltà e innovazione), e tra se stesso e il suo ambiente, tra l’interno e l’esterno, tra il sé e gli altri. Nel loro caso, questa doppia negoziazione tra il tempo e lo spazio è essa stessa moltiplicata»[17].

Il tema, non nuovo, ha conosciuto nel tempo analisi approfondite che ci hanno rivelato segreti e pulsioni dei meccanismi che nel tempo hanno presieduto all’«invenzione della tradizione» o alla promozione delle «comunità immaginate»[18]. A sospingere da sempre questo motore di innovazione politica sta – in particolare nella tradizione occidentale, fin dalla creazione della polis[19] – quell’attore individuato come immaginazione costituente: «una facoltà, ma nel senso kantiano del termine; è trascendentale, costituisce il nostro mondo invece di esserne il lievito o il demone. Soltanto … questo trascendentale è storico, perché le culture si susseguono e non si assomigliano. Gli uomini non trovano la verità: essi la costruiscono come costruiscono la loro storia, ambedue secondo la loro utilità»[20]. Ai nostri giorni - più che in ogni altra epoca, in omaggio proprio allo straordinario potere di manipolazione e artificializzazione del globo che l’umanità rivela ogni giorno - «questa verità è figlia dell’immaginazione. L’autenticità delle nostre credenze non si misura a seconda della verità del loro contenuto … siamo noi a costruire le nostre verità e non è ‘la’ realtà che ci porta a credere. Poiché essa è figlia dell’immaginazione costituente della nostra tribù»[21].

Nella polis del V secolo Clistene con la sua riforma – con la sua particolarissima immaginazione costituente - seppe trasformare le tribù in popolo, in comunità politica. Da allora quel miracolo, quell’artifizio si è perpetuato più volte innovando ogni volta nel composto, nella miscela irripetibile di ogni patto politico, poi sedimentata – nei tempi a noi più vicini – in patti e carte costituzionali: un giuramento per il futuro di una comunità, i suoi propositi, i suoi programmi per il mondo a venire. Oggi, nel mondo, nell’Europa di Terzo Millennio, assistiamo – come qui del resto è ampiamente documentato – ad una moltiplicazione di soggetti e piani costituenti. Perché questa esplosione? E soprattutto in che rapporto essa sta – se c’è rapporto – con la mutazione d’ambiente e intima che avviene in e attorno a quel motore costituente? Cosa accade all’immaginazione, quando il suo tempo non scorre e si innalza più sicuro innanzi, ma si incurva, quando gli orizzonti si oscurano? Anzi, quando il futuro più che farsi incerto assume sempre più le fattezze dell’incubo, quando si disegna peggiore per gli eredi di quello ereditato dai nostri progenitori.

A far da discrimine nel mutamento dei tempi e da contorno alle eccitazioni dei nuovi costituenti c’è l’avvento, la massiccia, inarrestabile marcia del vuoto. Là dove prima vi erano strade e piazze colme di popolo, ora dominano rarefazione e abbandono. Sezioni e urne elettorali un tempo piene sono sempre più disdegnate da iscritti e elettori in libera uscita. Paradossale la tendenza rivelata dai più recenti trend elettorali nel Belpaese: l’«inedita topografia dell’astensionismo», la sua «rivoluzione geografica». La partecipazione al voto sul territorio nazionale ormai rovescia in forme spesso clamorose la graduatoria che eravamo abituati a rilevare, con un Nord con le sue virtuose, altissime percentuali di votanti, di contro a Mezzogiorno e Isole, abituali fanalini di coda. Adesso «sono proprio le aree del Nord, e con esse le regioni rosse, quelle in cui con maggiore evidenza gli argini si sono rotti, e si sono verificate le più massicce ‘fuoriuscite’ di elettori»[22]. Più in generale, in tutta Europa il comportamento elettorale rivela che è in profondo rimescolamento quella genealogia della azione collettiva e della politica individuata da Albert Hirschman ormai quasi mezzo secolo fa[23]. A farla da padrone ai giorni nostri, a convincere i più, la maggioranza spesso, è proprio la defezione, l’exit, l’abbandono del terreno di gioco: l’astensione. Di contro, lealtà e protesta divengono prerogativa di minoranze massicce le une contro le altre ferocemente armate, tenute assieme e sospinte – spesso in ibride combinazioni - dalle nuove miscele di leaderismo e populismo.

Fatichiamo a comprendere questi nuovi sommovimenti. Le nostre vedute sono ancora tutte traboccanti di quella ribellione delle masse che ha dato colore e spessore ad un’età, cosicché fatichiamo a cogliere il cambio di stagione intervenuto alla svolta di secolo con la rivolta delle élites[24]. Ma è con questi drammatici cambi di passo, con le divaricazioni sottostanti che bisogna fare i conti se si vuole riagguantare il bandolo della matassa, ricominciare a tessere tela. Intanto mettendo sotto la lente dell’osservazione le diseguaglianze, fonte primaria dello scasso di politica e democrazia.

Credit Suisse e, sulle sue piste, Oxfam International hanno evidenziato il picco toccato dalle diseguaglianza globali: a fine 2014 l’1% più ricco dell’umanità controlla ormai  quasi la metà, per la precisione il 48%, della ricchezza globale[25]. A ridosso di questa divaricazione planetaria, una immensa bibliografia prova da tempo a misurare ed apprezzare, per ogni angolo del mondo, repliche e inflessioni particolari di questa ferrea, quasi inarrestabile deriva[26]. Di fatto non c’è paese al mondo che abbia saputo o voluto contrastarla, semmai emergono casi particolari – ad esempio, per l’Italia – in cui assieme all’ampliarsi delle diseguaglianze è andato di pari passo un innalzamento straordinario dei livelli di povertà, il più ampio tra tutti i paesi dell’UE nel primo decennio del secolo, con conseguenze devastanti in termini di disagio  sociale e mutamento dello spirito pubblico[27].

Anche in  questo caso un pensiero che viene da lontano può far da bussola. In questo caso è Aristotele con il suo ammonimento sulle origini stesse della stasis, della guerra civile come dissoluzione della polis: «la ribellione nasce ovunque dalla diseguaglianza». Con impareggiabile maestria il suo scalpello mostrava già come nel mondo antico un irriducibile contrasto opponesse i pochi, oligoi, i migliori, beltistoi, i ben nati, gennaioi, la gente per bene, chrestoi, ai molti, polloi, gli inferiori, cheirones, il popolino, ochlos, la canaglia, poneroi. Il punto è che a rendere inarrestabile il conflitto non era solo la dinamica sociale. A pesare in maniera decisiva – egli statuiva – era «la ricerca di eguaglianza» attivata dall’integrale sottomissione della polis e dei suoi equilibri alla volontà degli uomini che la popolano e che la animano, alla loro capacità di imporre o di accordarsi attorno a regole e leggi: l’isonomia, l’uguaglianza di fronte alla legge[28]. Già allora si individuava un solco incolmabile tra democrazia e ricchezza dei pochi. Il XXI secolo ora fa emergere nuovi aristoi, forti non solo di immense, abituali ricchezze ma di un inedito controllo sulla natura e sul globo. La tentazione allora diviene fortissima per provare a tradurre diseguaglianze e gerarchie generate dalla globalizzazione neoliberista in una nuova oligarchia. Fatto sta che sono proprio scienza e comunicazione, le potenze unificatrici del globo, a rendere oltre misura intollerabili le divisioni del mondo odierno e a rinverdire drammaticamente l’ammonimento di Aristotele. Contrariamente ai tanti miti propalati dalle più diffuse e fortunate utopie tecnocratiche, la tecnologia non acqueta il mondo. Non lo addormenta né smussa asperità o contrasti. All’indomani del II conflitto mondiale, quando si apriva una nuova pagina della nostra storia, Arnold Toynbee annotava con straordinaria lungimiranza che «mentre prima, la ineguale distribuzione dei beni di questo mondo fra una minoranza di privilegiati e una maggioranza sprovvista di privilegi era considerata un male inevitabile, oggi le ultime invenzioni tecniche del mondo occidentale l’hanno fatta diventare una intollerabile ingiustizia». L’hanno elevata al rango di «una enormità morale, poiché ha finito di essere una necessità pratica»[29], ha smesso di esistere come espressione dei limiti imposti dalla scarsezza dei mezzi o dalla natura matrigna.

Oggi, quando moneta e vita ormai si dissolvono e vengono ricomposte nei flussi di bits e nei codici di finanza e biotecnologia regolati e controllati da un pugno di aziende, queste pulsioni e tendenze stanno venendo a punti di tensione insopportabile. Soprattutto qui in Europa dove da oltre un ventennio - mentre ci si sforza di stare al passo, se non alla testa della corsa universale verso la «società della conoscenza» - si prova a modellare e completare il più ambizioso degli artifizi: con il forcipe dell’euro estrarre dall’utero dell’Unione Europea, nata a Maastricht sulle rovine del Muro, il demos europeo. Inchiodato da un ventennio ai precetti e ai comandamenti dell’austerità, quel progetto, dopo l’incrocio con la crisi finanziaria internazionale, appare mutarsi in incubo. La ricerca del demos lentamente ma inesorabilmente ha attivato sì l’immaginazione costituente, ma sempre più spesso, assieme ad essa, anche demoni. A mano a mano che il tessuto delle democrazie europee, lo stato sociale, quel sostrato unificante di una civiltà, di un comune sentire di gran parte dell’Europa comunitaria è stato sottoposto ai morsi della crisi e della regolazione neoliberista dettata dall’UE, speranza e fiducia hanno lasciato il campo a sconforto e disillusione. Ne è vivida testimonianza il mutar di tono e d’accenti della pubblicistica che sempre più copiosa s’affolla a commentare ogni passaggio della vicenda comunitaria ed europea. Là dove nei titoli che accompagnavano l’albeggiare di Maastricht e dell’euro campeggiavano un tempo apertura al futuro e fiducia nel controllo del pianeta e del secolo nuovo, oggi dominano chiusure ed espressioni cupe quali «colpo di Stato» e «collasso», «fallimento» e «tramonto» o «Titanic», quando non addirittura evocazioni infernali: si pensi al «mostro» - per quanto «buono» - di Enzensberger o al «risveglio dei demoni» di Pisani-Ferry[30]. La scalata disinvolta del XXI secolo ha lasciato posto all’assedio del «mondo grande e terribile», alla chiusura claustrofobica di chi si rinserra a difesa del mondo di ieri, preda di pulsioni identitarie, quando non xenofobe,  e di un sordo «sciovinismo da benessere»[31].

Demos e demoni si frammischiano e sospingono a vicenda nella ricerca di spazio e legittimazione. I sommovimenti, vari e convulsi, in genere, trovano un terreno fertile nelle regioni ricche di un aggregato nazionale. A minimo comune denominatore vi è quasi sempre la richiesta di un federalismo spinto che, in nome di un presunto europeismo, vuole eguaglianza e promozione di opportunità per le parti più ricche di Europa. Di qui un ruolo sempre più centrale delle metropoli, di distretti e centri direzionali. Lo Sprawl della letteratura cyberpunk si vendica, mimando lo Stato e supponendo sovranità, rotonde e piene, che non esistono più nel mondo reale.

Cosa poi accade quando si paga un tributo così alto alla ricchezza come motore e principio costituente? Come si farà a negare allo stesso principio di mutarsi in regolo ordinatore di tutte le dinamiche, interne ed esterne, dell’area? Ad arrivar primi saranno sempre e soltanto i ricchi, i più dotati. Che magari per ora provano a maneggiare ricchezze straordinarie, senza accorgersi magari del rischio che esse possono tramutarsi in monocolture rischiose. Si pensi oggi al peso del petrolio del Nord nel dibattito e nelle dinamiche dell’indipendentismo scozzese. Lo scenario in poco tempo è stato terremotato dalle volute del prezzo crollato a livelli che possono renderne persino anti-economica l’estrazione: il supporto di una piena sovranità all’improvviso è apparso traballante e azzardato, una rischiosa prigione, di fronte alla prospettiva che anche la dismissione di pozzi debba abbisognare di investimenti.

Improvvisamente, e ad ogni latitudine, sotto i colpi della crisi fiscale dello Stato causata dallo stallo della crescita, il federalismo è stato investito da una clamorosa delegittimazione esistenziale e di prospettiva. Sembrava – in Italia soprattutto, con il corollario della riforma del Titolo V della Costituzione - la chiave di ingresso alla governabilità del XXI secolo. Doveva alleggerire la pressione fiscale e garantire una spesa pubblica ottimale. Si è rivelato un calvario. Ha inacidito i contribuenti. Deluso gli utenti. Arricchito corrotti e criminali. Adesso spesso lascia il campo al più radicale dei sogni o degli incubi: la flat tax.

Il risultato fondamentale di questa epocale spaccatura è un reciproco e vicendevole ritrarsi nelle proprie sfere di cittadini ed élites, di gente comune e governanti, fino al costituirsi di due mondi contrapposti: «c’è allora un mondo dei cittadini … e un mondo di politici e di partiti, con interazioni tra le due sfere in calo radicale. I cittadini mutano da partecipanti in spettatori, mentre le élites conquistano spazi sempre più estesi nei quali poter perseguire i loro particolari interessi. Il risultato è l’inizio di una nuova forma di democrazia, in cui i cittadini stanno a casa mentre i partiti continuano a governare»[32]. Osservata dall’alto, da un osservatorio sovranazionale, questa progressiva divaricazione si rivela come una radicale evaporazione di Stato e democrazia. Di fatto, il potere si sposta verso l’alto e altrove (l’Europa, le istituzioni sovranazionali). Alla fine non rimane che arrendersi all’amara constatazione di un potere sovranazionale, l’Unione europea, che risucchia tutte le politiche, senza però conquistare la politica o un popolo, un demos. Sul campo rimangono Stati alle prese con una politica senza politiche[33]. La si etichetti con Colin Crouch postdemocrazia[34] o con Mair politica senza popolo, assistiamo al passaggio ad una democrazia senza partiti, in cui il partito politico non è più casa del cittadino né abito del leader. Crollano i livelli di partecipazione politica così come l’affluenza alle urne. Muta drammaticamente la fedeltà dell’elettore. Ovunque in Europa i sistemi politici sono in crisi profonda, ovunque vanno in frantumi le tradizionali coordinate bipartitiche che un tempo reggevano il sistema (la stessa Germania, icona della stabilità, ha visto i suoi due tradizionali partiti dell’alternanza, SPD e CDU, passare dal 90% a poco più del 56% delle preferenze elettorali nel 2009). Ovunque la politica incrocia e subisce l’onnipotenza della comunicazione diventando spesso -  a fronte dell’immediatezza, delle urgenze di quest’ultima – incomunicabilità, disperazione. Nella sfera onnipotente della comunicazione la politica come strumento della partecipazione finisce sotto osservazione come pezzo, segmento di un mondo più largo e disteso – la vita - in cui finiamo con l’osservare la politica come una sfera estranea alla nostra esperienza complessiva: qualcosa che riguarda la governabilità, di esclusiva pertinenza delle élites. E’ così che alla fine rimangono sul terreno partiti senza militanti, in un «processo di inesorabile ritiro dei partiti dal campo della società civile verso quello del governo e dello Stato»[35]. Da agenti della rappresentanza si mutano o pervertono in agenzie della governabilità.

In Europa più che altrove questo processo sta conoscendo le sue evoluzioni più radicali. Qui più che altrove nel mondo la governance – nei suoi molteplici tentacoli e nelle sue mille declinazioni – è divenuta una calamita inesorabile. Si pensi al Belgio e alla crisi di governo durata per anni: non vi sono state conseguenze drammatiche. Quasi nessuno si è accorto dell’assenza di un governo appesi di fatto al paracadute della governance sovranazionale.

Qui più che altrove una straordinaria immaginazione costituente prova ad edificare e conquistare un popolo europeo, segando allo stesso tempo, con le politiche di austerità, il ramo di quello stato sociale europeo su cui da decenni poggia una reale, possibile identità europea. Perché meravigliarsi se, marchiando lo Stato sociale europeo come ruggine, eurosclerosi, immediatamente il percorso di «una unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa» si è popolato di ostacoli e sommovimenti, se già l’annuncio dell’euro ed i primi referendum si mutarono in crisi dello SME, se il tentativo di rinsaldare il rapporto tra il mondo del lavoro e l’UE con il Piano Delors e il trattato di Amsterdam ha poi dato vita al Patto di Stabilità, se diritti e poteri conquistati con il Trattato di Lisbona pervertono nei nuovi lacci costituzionali del pareggio di bilancio.

In questa inesorabile – almeno finora – evaporazione del politico, sembrano emergere due risultati, due prodotti su cui converrà tener desta l’attenzione: «società incivile» e «bipensiero». 

Con la prima espressione intendiamo quell’insieme di modificazioni strutturali che, nei complessivi processi di deregulation, consegnano a nuove, inedite e a volte innominabili combinazioni di pubblico e privato, uno straordinario potere di condizionamento della vita civile e politica. Che si parli delle moderne oligarchie, figlie di decisioni politiche, o di mafie e poteri criminali capaci di espandersi ora ben al di là degli originari distretti, in forza dei nuovi meccanismi di governance, siamo di fronte a fenomeni modernissimi non più catalogabili sotto le tradizioni etichette della perversione corruttrice. Su di essi vale la pena di dirigere uno sguardo continuo e specifico.

E così anche per il «bipensiero» o «doublethink» eternato da Eric Arthur Blair (alias George Orwell) nel suo 1984: «Il bipensiero è l’anima del Socing, perché l’azione fondamentale del Partito consiste nel fare uso di una forma consapevole di inganno, conservando al tempo stesso quella fermezza di intenti che si accompagna alla più totale sincerità. Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall'oblìo per tutto il tempo che serva, negare l'esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile. Perfino quando si usa la parola bipensiero si cancella questa consapevolezza, e così via, all’infinito, con la menzogna in costante posizione di vantaggio rispetto alla verità»[36].

Converrà tenere a mente queste parole nell’osservare la politica e le sue epocali mutazioni.

 



[1] W. Shakespeare, Amleto, atto I, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber.

[2] M. Augé, Non-Lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Paris, Seuil, 1992; trad. it. Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1996

[3] Per uno sguardo d’assieme, cfr. D. Yergin, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money  and Power, New York, Free Press, 1991, tr. it. Il premio. L’epica corsa al petrolio, al potere, al denaro, Milano, Sperling & Kupfer, 1991.

[4] Tra tutti basta citare Cities in a World Economy, Thousands Oaks, Pine Forge Press, 1994 tr. it. Le città nell’economia globale, il Mulino, Bologna 2010.

[5] Vero e proprio fondale della trilogia cyberpunk di William Gibson: Neuromante, Count Zero e Monna Lisa Cyberpunk.

[6] Urban World. Cities and the Rise of the Consuming Class, McKinsey Global Institute, june 2012.

[7] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, vol. III, pp. 1589-90.

[8] M. Foucault, Naissance du biopolitique. Cours au Collège de France 1978-1979, Paris, Seuil-Gallimard, 2004, tr. it.: Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli 2005, p. 67.

[9] In particolare, UNPD, Human Development Report 1999, Oxford, Oxford University Press, 1999, tr, it. Rapporto sullo sviluppo umano: vol. 10, La globalizzazione, Milano, Rosenberg & Sellier, 1999, p. 51.

[11] M. d’Eramo, Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 210.

[12] P. Hassner, La terreur et l’empire. La violence et la paix II, Paris, Éditions du Seuil, 2003, p. 352.

[13] K: Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, Berlin, Dietz Verlag, 1953, tr. it. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Firenze, La Nuova Italia, 1970, vol. II, p. 160.

[14] D’Eramo, op.cit., p. 154.

[15] Hassner, op. cit., p. 51, che cita in proposito l’opera di E. Balibar – E. Wallerstein, Race, class, nation: les identités ambiguès, Paris, La Découverte, 1988, tr. it. Razza nazione classe. Le identità ambigue, Roma, Edizioni associate, 1991.

[16] Jean-François Bayart, L’illusione identitaire, Paris, Fayard, 1966, posiz. 69.

[17] Hassner, op: cit., p.51.

[18] Valgano per tutti i riferimenti a E. J. Hobsbawm, Nations and Nationalism since 1870, tr. it. Nazioni e nazionalismo dal 1780. Programma, mito, realtà, Torino, Einaudi, 1991; E. J. Hobsbawm- T. Ranger (eds.), The Invention of Tradition, Cambridge, Cambridge University Press, 1983, tr. it.  L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987; P. Anderson, Imagined Communities, London-New York, Verso, 1983, tr. it. Comunità immaginate. Origini e diffusione del nazionalismo, Roma, manifestolibri, 1996.

[19] Cfr. in generale C. Meier, Die Entstehung des Politischen bei den Griechen, Frankfurt am Mein, Suhrkamp Verlag, 1980, tr. it.  La nascita della categoria del politico in Grecia, Bologna, il Mulino, 1988, in particolare le pagine dedicate alla riforma di Clistene.

[20] P. Veyne, Les Grecs ont-ils cru à leurs mythes?, Paris, Éditions du Seuil, 1983, tr. it. I Greci hanno creduto ai loro miti?, Bologna, il Mulino, 1984, p. 32.

[21] Ivi, p. 187.

[22] Una puntuale ricognizione in M. Revelli, Finale di partito, Torino, Einaudi, 2013, posiz. 158.

[23] A. O. Hirschman, Exit, Voice and Loyalty. Responses to Decline in Firms, Organizations and States, Cambridge MA., Harvard University Press, 1970, tr. it. Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, , dei pariti e dello Stato, Milano, Bompiani, 1982.

[24] Quasi scontati i richiami a J. Ortega y Gasset, La rebelión de las masas, Madrid, Ediciones de la Revista de Occidente, 1930, tr. it. La ribellione delle masse, Bologna, il Mulino, 1962 e 1984, e Ch. Lasch, The Revolt of the Elites  and the Betrayal of Democracy, New York-London,  W. W. Norton & Co., 1995, tr. it. La ribellione delle élites. Il tradimento della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1995.

[25] Credit Suisse Research Institute, Global Wealth Databook 2014, october 2014 e Oxfam International, Wealth: Gaving It All and Wantin More, january 2015.

[26] Tra tutti, B. Milanovic, Worlds Apart. Measuring International and Global Inequality, Princeton University Press, 2005, tr. it. Mondi divisi. Analisi della diseguaglianza globale, Milano, Bruno Mondadori, 2007; U. Beck, Die Neuvermessung der Ungleichheit unter den Menschen, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 2008, tr. it. Disuguaglianza senza confini, Roma-Bari, Laterza, 2011, T. Piketty, Le capital au XXI siècle, Paris, Éditions du Seuil,  2013, tr. it. Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014.

[27] M. Revelli, Poveri, noi, Torino, Einaudi, 2010, pp. 25-34.

[28] Aristotele, Politica, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 85-6, 153.

[29] A. J. Toynbee, Civilization on Trial, New York, Oxford University Press, 1948, tr. it. Civiltà al paragone, Milano, Bompiani, 1983, pp. 39-41

[30] Tra tutti cfr. H. M. Enzensberger, Sanftes Monster Brüssel oder Die Entmündigung Europas, Berlin, Suhrkamp Verlag, 2011 tr. it. Il mostro buono di Bruxelles, ovvero l’Europa sotto tutela, Torino, Einaudi, 2013;  J. Pisani-Ferry, Le Reveil des Démons. La crisi de l’euro et comment nous en sortir, Paris, Fayard, .

[31] L’espressione di Elmar Altvater fu coniata di fronte alle prime manifestazioni di chiusura identitaria e intolleranza nel 1993 nell’Europa del Centro-Nord: «il Manifesto», 30 maggio 1993.

[32] P. Mair, Ruling the Void. The Hollowing-Out of Western Democracy, London and New York, Verso, 2013, posiz. 1453.

[33] V. A. Schmidt, Democracy in Europe. The EU and National Politics, Oxford, Oxford University Press, 2006, p. 51 (citato in S. Goulard - M. Monti, De la Démocratie in Europe, Paris, Flammarion, 2012, tr. it. La democrazia in Europa. Guardare lontano, Milano, Rizzoli, 1992, p. 51).

[34] C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003

[35] .Mair, op. cit., posiz. 1253.

[36] Milano, Mondadori, 1950, posiz. 3263.

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A carissimo prezzo

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A carissimo prezzo

Sostituire al “Sol dell’avvenire” un’Europa corazzata di austerità sta costando carissimo da oltre vent’anni alla sinistra, in tutte le sue formule e famiglie. Dalla Danimarca viene l’ultima conferma. La terra del più avanzato riformismo si scopre insidiata da mille paure. E soprattutto rivela che la riscoperta della “sovranità nazionale” è un farmaco molto più velenoso del male che dovrebbe curare

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Colpi di Stato?

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Pubblicato su «Sbilanciamoci» con il titolo Unione Europea, colpo di stato? il 25 febbraio 2014 (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Unione-europea-colpo-di-stato-22609)

 

 

 

 

 

Una bella novità

«L’acqua che non ha fatto in cielo sta». Con questa levantina versione del “tutti i nodi vengono al pettine”, da tempo ci si dispone al diluvio che da destra s’addensa sulle urne europee. Larga fa presa una rassegnata e fatalistica aspettativa: il voto certificherà un divorzio profondo tra Unione europea, istituzioni e grandi settori della società europea.

Ci fu un tempo in cui la collera dei più s’apriva alla speranza e la nutriva, alimentava ricerca di verità, provava a marchiare il futuro. Anche in giorni a noi più vicini, però, si è potuto salutare movimenti vogliosi di riplasmare la globalizzazione, contrastare, come «seconda superpotenza», l’unilateralismo della folle guerra al terrorismo e magari riaffermare regolazioni condivise dell’umano consorzio e dei suoi beni. Da tempo, invece, viviamo un mondo sfrangiato da folate di collera e rancore sociale: generazioni precarie s’accalcano in sequenza, frammiste a ceti medi smagriti, denudati dei paramenti abituali, del welfare che fu. Come mercurio scosso schizzano e s’aggrovigliano senza sosta. Sul web o in raduni selvaggi, su piazze punteggiate da forconi, Bonnetts Rouges o svastiche dalle fogge più varie. A dar tono una comune intonazione passatista: si impugna e reinventa un passato immaginario come balsamo e colla per i cocci di vita e lavoro. Per tutt’Europa un nuovo nazionalismo, dalle forti venature populiste, riorienta a destra tanto le nostalgie dell’«età dell’Oro» occidentale, quanto a Est la ricerca di ripari dal nuovo protagonismo russo. Per fortuna, a sinistra la percezione realistica dei pericoli s’accompagna questa volta a un elemento di novità. Di fatto, prevale una volontà larga a non esitare più dubbiosi di fronte all’Europa, a riconoscerla finalmente come il campo su cui, senza più indugi, si è chiamati ad una prova senza appello: in uno, conquistare la ridefinizione di una sinistra moderna e il riorientamento dell’Unione europea, una sua radicale correzione di rotta. Questo il valore della convergenza attorno alla candidatura di Alexis Tsipras di settori e movimenti magari uniti occasionalmente rispetto a battaglie come il No al trattato costituzionale, ma finora profondamente divisi quanto agli orientamenti di fondo: politica sovranazionale o ritorno allo Stato nazione, eurobond o uscita dall’euro, denuncia unilaterale del debito, fronte dei paesi mediterranei versus Europa germania ecc. Inquieta però che questa discontinuità sia segnata da un dato culturale molto insistito: la diffusione, l’uso di chiavi, categorie analitiche della più recente vicenda europea dal taglio cupo e radicale, quali “colpo di stato”, “manomissione”, “rottura” della legalità costituzionale, “morte” o “fine della democrazia” ecc. Il tutto entro orizzonti cospiratori e paracomplottistici, teatro di oligarchie e troike aduse al segreto, in stile Gruppo Bilderberg o Trilateral Commission (soliti in verità a esternare, come soft power, ogni minimo pensiero).

 

Cupi orizzonti

Basta allineare in sequenza – limitandosi ai soli libri, più o meno recenti – titoli e autori: il «colpo di Stato di Gallino si rispecchia nella «dittatura» della Magli. Con meno enfasi i maestri più blasonati della cultura europea – da Beck a Bauman a Habermas – insistono sulla «crisi» epocale. Altri, come Enrico Letta, si chiedono se non sia finita «l’avventura europea», mentre Heisbourg decreta «la fine del sogno». Alcuni più radicali indicano rendez-vous fatali: «collasso» per Bifo, «fallimento» per Amoroso. Bellofiore scorge la «barbarie che avanza», Bini Smaghi vede l’Europa «morire d’austerità». Altri pronosticano approdi definitivi: Klotta e Jamet l’«ultima chance», Bagnai un «tramonto», Giacché il «Titanic». Su fondali più cupi, Pisani- Ferry parla di «risveglio dei demoni». Lapidario Erzensberger addita il «mostro di Bruxelles», sia pure «buono».

Tutti temi e titoli adeguati all’ «inverno del nostro scontento»: un’età in cui l’umanità e il mondo sono tornati a spaccarsi per diseguaglianze così radicali da mettere in discussione ormai – non solo di fatto, ma in linea di principio – esistenza e funzionamento della democrazia. Val la pena, en passant, di evidenziare il radicale mutamento di clima rispetto all’alba dell’Unione Europea. Quando Maastricht diveniva un termine d’uso comune, altri erano i titoli dedicati all’Europa e all’UE in fasce. Derrida annunciava il debutto sulla scena del nuovo soggetto: «Oggi l’Europa»; Dastoli e Vilella didascalici spiegavano «la nuova Europa». Morin e altri un generale mutamento d’epoca e spazi con «L’Europa nell’era planetaria». Gadamer si raccoglieva, per meglio delinearne il futuro, sull’«eredità dell’Europa», mentre Dahrendorf, Furet e Geremek si soffermavano sul suo DNA: «la democrazia in Europa». Non v’erano dubbi allora sulla giostra della storia e sul suo senso di marcia.

Qualche interrogativo sorge invece sull’apparato analitico che oggi sorregge il dibattito sulle sorti dell’Europa e della sinistra. Giorni fa, su «Sbilanciamoci», per rappresentare alcuni tratti dell’integrazione europea e l’egemonia del neoliberalismo, si è evocato un «nuovo totalitarismo» (Valentino Parlato), mentre uno studioso attentissimo e acuto come Ferrajoli, riecheggiando altri suoi scritti e le indicazioni di un costituzionalista insigne quale Giuseppe Guarino, ha parlato -in merito a «fiscal compact» e «pareggio di bilancio» come nuovo principio costituzionale -di diritto comunitario «violato nei suoi fondamenti sia sul piano delle forme che su quello dei contenuti». Le parole – come si dice? – sono pietre, anche in tempi in cui il loro uso comune quando non corrivo (dalle parti di Grillo & Co. o di forconi), rischia di ingenerare confusioni o di portare altra legna ai roghi del rancore. Termini come «colpo di Stato», «totalitarismo» o «mostro» non lasciano dubbi sul modo per combatterli: il costituzionalismo dei moderni impone di ‘resistere’ e ‘rovesciarli’. Come si fa a individuare in una UE siffatta il nuovo terreno su cui promuovere aggregazione e nascita di una moderna sinistra europea?

Intanto, val la pena di chiedersi se questi termini descrivano in modo adeguato gli sviluppi del mondo, a partire almeno dal 1989: in particolare, quelli intervenuti sul Vecchio Continente nell’ultimo ventennio con la nascita dell’UE. Per restare all’Europa, siamo in presenza di un corpo sovranazionale di regole – i trattati di Maastricht, in parte ereditati dalla CEE -riscritto fruttuosamente da ben tre conferenze intergovernative, una Carta dei diritti, una Costituzione mancata, qualche turno di elezioni europee, svariati referendum popolari e infiniti processi statuali di ratifica, per gran parte promossi e gestiti da governi di centro-sinistra, divenuti a metà del ventennio ampiamente maggioritari in Europa. Luciano Gallino li riassume tutti, fin dalla nascita dell’UE ma soprattutto rispetto alle risposte alla crisi della finanza globale ultima, con l’espressione «colpo di Stato di banche e governi». In verità, nel suo mirino è l’irresistibile ascesa dell’egemonia neoliberale. Egli ne ritraccia la genesi – con qualche ragione – nel 1971. Di capitale importanza, vera e propria pietra miliare, sarebbe stato il Powell Memorandum, dal cognome del suo estensore, un consulente della Camera di Commercio USA, divenuto poi giudice della Corte suprema. Lì in nuce erano già i principi sviluppati poi dalle schiere di think tank neoliberali nella promozione universale di una egemonia che avrebbe permesso la successione di colpi di stato e/o di mano delle oligarchie bancarie e di governo. Forse un filo analitico troppo esile per allineare gli sconvolgimenti del mondo dal 1971 in poi: dal Vietnam alla crisi dell’impero americano, dalle scelte di Nixon sugli obblighi di Bretton Woods all’«arricchitevi tutti» di Deng, caduta del Muro e dell’URSS, nascita dell’UE, crisi del debito, crisi finanziaria ecc. Magari la storia del nostro neoliberalismo è anche più complessa e antica. Basti pensare alle proposte che già nel 1938 una imponente schiera di studiosi dibatteva a Parigi con il «colloquio Walter Lippman». O magari alla successiva iniziativa di Mont Pelerin e ai fasti dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato tedesca.

 

«Una scelta fraudolenta»?

Se vedute così vaste scontano una eccessiva semplificazione, converrà magari esaminare il crivello con cui un costituzionalista acutissimo, quale Giuseppe Gaurino, ha sottoposto trattati e regolamenti ad un esame serrato e fortunato, condiviso poi da tanti e divenuto, nel novembre 2013 su giornali come “Il Foglio”, una vera e propria campagna: «Un golpe chiamato euro». La sua tesi -articolata, diffusa in più scritti ma soprattutto nel volume «Salvare l’Europa, salvare l’euro», Passigli 2013 -ha un cuore preciso. A danno dell’Europa si è perpetrato un «colpo di Stato», precisando che questa espressione viene usata «quando si modifica in aspetti fondamentali il sistema costituzionale di uno stato con violazione delle norme costituzionali vigenti». Il bisturi affonda sicuro: «un oscuro colpo di stato ... realizzato non con la forza ma con fraudolenta astuzia: attraverso la fraudolenta adozione da parte del Consiglio europeo di un regolamento, il 1466 del 7 luglio 1997, che ha sottratto agli stati la funzione esclusiva da esercitarsi singolarmente e come gruppo di promuovere lo sviluppo dell’UE e della zona con le proprie politiche economiche». In generale, egli osserva che «all’obiettivo dello sviluppo è sostituito un risultato consistente nella parità del bilancio a medio termine», un mantra divenuto poi ossessivo con decisioni e regolamenti quali il fiscal compact o la règle d’or del «pareggio di bilancio»: vere e proprie tagliole anche per i margini di movimento permessi dai trattati, per la stessa soglia di deficit pubblico al 3% del PIL. Ad aggiungere suspence vi è poi l’affermazione che «le persone fisiche, alle quali far risalire l’attuazione del golpe e dei mezzi fraudolenti per realizzarlo sono ignote. Non si conosce né chi ne sia stato l’ideatore, né il nome dell’estensore materiale del testo del regolamento». In realtà, in altra sede (risposta all’on. Morganti del 22-2-2013), il professor Guarino ha ben rappresentato la lunga catena decisionale allora intervenuta, tipica della procedura cosiddetta di codecisione: «Il lungo percorso della procedura (vi avevano partecipato la Commissione, il Consiglio, il Parlamento europeo, di nuovo il Consiglio) si era protratto per circa otto mesi». La precisazione chiarisce molto. Il regolamento in questione in realtà attuava una risoluzione adottata dal Consiglio europeo pochi giorni prima, ovvero il 16 e 17 giugno 1997. Non un Consiglio qualsiasi. Riunito ad Amsterdam aveva varato la revisione di Maastricht nota come Trattati di Amsterdam, accompagnata dalla risoluzione relativa al cosiddetto «Patto di stabilità e di crescita». Una decisione oscura e fraudolenta? Se ne discute per iniziativa dei tedeschi da oltre due anni. Kohl e Waigel, il ministro delle Finanze, avevano fatto notare che a Maastricht erano nate le regole per far nascere l’euro e definire i paesi rispettosi dei parametri su debito, deficit ecc. degni di partecipare all’impresa. Ma, partito l’euro e definiti i partecipanti, quale linea si sarebbe seguita? Si sarebbe tornati al lassismo di bilancio? Di qui il bisogno di un patto per sorvegliare e coordinare le politiche economiche.

La proposta è sul tavolo in accese discussioni da due anni. In Francia è al centro della campagna elettorale vinta dai socialisti. Jospin prova subito a proporre al Partito del socialismo europeo, riunito a Malmö il 5-7 giugno di farsi protagonista al Consiglio di Amsterdam, previsto per la settimana successiva, di una moratoria sul patto di stabilità. E’ bene ricordare che in quella primavera sinistra e centro-sinistra hanno conquistato 12 paesi dei 15 allora membri dell’UE. Ma il PSE con mille distinguo lascia soli i socialisti francesi (paradossale risultato della prima ed unica volta in cui un partito politico europeo si è riunito a congresso attorno ad un tema specifico e stringente di vita dell’UE: altro che atto oscuro e fraudolento). Jospin conquisterà nelle conclusioni di Amsterdam che la risoluzione, riscritta come «patto di stabilità e crescita» e di fatto composta di divieti imperativi, sia accompagnata da un’altra risoluzione su «occupazione, competitività e crescita», piena sola di ottativi e auspici. Di lì a poco anche Schröder arricchirà il palmares socialdemocratico europeo. Come sia andata a finire con le riforme del Welfare tedesco in omaggio alla stabilità è scritto nel DNA di Angela Merkel e della nuova Grosse Koalition.

Perché etichettare con la sigla di «colpo di Stato» un processo simile, concluso poi da ratifiche puntuali dei trattati, con risoluzioni e protocolli allegati, ad opera di tutti i parlamenti (nel caso specifico, Amsterdam sarà ratificato in Italia anche dal PRC in genere attestato sul diniego a trattati e costituzioni europee)? Vale la pena di notare nel merito che la procedura del patto di stabilità è di fatto attuativa degli articoli dei Trattati relativi al coordinamento delle politiche economiche. Insomma, un primo passo per delineare una politica economica comune, una tegola di quel tetto politico che ancora manca all’UE in forme compiutamente democratiche. Sicuramente non piace l’ intonazione ancor più rigorista delle prescrizioni sul limite del deficit al 3%, ma su questo punto ha avuto facilmente partita vinta Barroso nella sua risposta a Guarino quando ha evidenziato che si tratta di una garanzia preventiva rispetto al limite del 3% (e sicuramente pensava alla decisione informale di Germania e Francia del 2005, entrambe colte in fallo sui criteri di stabilità, che sospesero temporaneamente validità e sanzioni del «patto» con una discrezionalità ad altri negata). Schierarsi contro l’austerità è sacrosanto. Che lo si faccia in controtendenza rispetto al bisogno di conquistare una reale sovranità condivisa e sovranazionale non porta in alcun luogo.

 

Un vizio d’ origine

Più in generale, se il punto reale in discussione riguarda il fatto che si sarebbe «sottratta agli stati la funzione esclusiva da esercitarsi singolarmente e come gruppo di promuovere lo sviluppo dell’UE e della zona con le proprie politiche economiche», bisogna allora convenire che non si tratta di un fraudolento trabocchetto o incidente di percorso del 1997. Questo vulnus è congenito, istitutivo dell’UE. Unica al mondo su scala sovranazionale, ha scelto il comandamento esclusivo di vincolarsi -come è scritto nei «principi» di Maastricht -«ad una politica economica condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza» e ad «una politica monetaria e di cambio ... con l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi». Lungo questo dettato i trattati europei – qui ancora unici al mondo -da allora fanno esplicita proibizione di tutta una serie di strumenti di politica economica – facilitazioni creditizie o accesso privilegiato al credito per qualsiasi soggetto pubblico ecc. – fondativi non del lassismo di stato, ma di quell’ embedded liberalism, il liberalismo regolato di ispirazione keynesiana, colonna portante dei Trente Glorieuses, l’età aurea dello sviluppo occidentale. Come coesistono questi divieti – da Maastricht in poi riproposti in ogni carta e per ogni dove – e i principi del costituzionalismo antifascista, propri di fatto di ogni costituzione europea e limpidamente squadernati dall’art. 3 della nostra Costituzione repubblicana: «la Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della vita umana»? Come si fa a «rimuovere», quando il nuovo costituente europeo impone di usare solo e soltanto i mezzi e le logiche del mercato? Di un mercato che, con i suoi imperativi, in genere produce gli «ostacoli di ordine economico e sociale» in questione?

I risultati di questo dualismo costituzionale – risolto il più delle volte e per principio a favore della regolazione sovranazionale, come rivela anche la sentenza ultima di Karlsruhe – sono gli acidi ovunque corrosivi di welfare e democrazia, l’ottusità di una austerità che punta a ridurre i numeratori dei rapporti relativi a deficit e debito con politiche volte invece a schiacciare i denominatori. Il «patto di stabilità» e i suoi derivati – six plus, fiscal compact, pareggio di bilancio – non sono un parto di stupidità, come già disse Prodi, né il colpo di Stato (o di sonno) del dibattito odierno. Sono figli legittimi – aspidi allevati in seno -di una Unione che funzionalisticamente ha provato a fare della moneta e dei suoi imperativi neoliberali il motore immobile di una «integrazione sempre più stretta» Quei serpenti, nutriti dall’eurocrazia con le sue regole, avvelenano oggi l’Europa col loro morso e un livoroso antieuropeismo di massa. Da quella moneta così concepita è partito un immenso processo decostituente che, nello smontaggio dello Stato sociale, stravolge le democrazie europee. In nessun luogo più limpidamente che in Europa la postdemocrazia si rivela portato non di un semplice assalto delle multinazionali alla politica e alla democrazia, ma nuova, oligarchica regolazione della società, decostruzione elitaria della modernità a più livelli, negli equilibri segnati da nuove abissali diseguaglianze. Il neoliberismo, ancor più rispetto al passato, non ha a suo tratto distintivo il rifiuto dello Stato e della politica, ma la loro domesticazione a elemento di regolazione e ottimizzazione del mercato, di ulteriore mercificazione della vita. Perciò, soprattutto in Europa, non basta solo un cambio di politica economica (che pur permette di respirare) dal momento che quest’ultima significa anche istituzioni, regolazioni sovranazionali ordinate giuridicamente in vincoli mutualistici, ma pur sempre soggetti a diseguaglianze strutturali. Non c’è Palazzo di Inverno da conquistare né una unica stanza dei bottoni. Altro che casematte di gramsciana memoria. Nella nostra Europa l’azione più che mai si afferma per piani multipli e interconnessi. Per praticare e riscrivere le regole del gioco la sinistra non può attestarsi su letture crolliste e strumentali del politico – i comitati d’affari di Bruxelles e Strasburgo ecc. – o su consolatorie visioni della moltitudine, naturalmente disposta a rete nell’Unione, portatrice naturale con i suoi sussulti di nuove regolazioni del comune.

Il mondo e l’Europa riplasmati in quasi mezzo secolo dal neoliberismo sono ad una impasse che produce ormai mostri. La sinistra, i soggetti sopravvissuti alla rottura del 1989 o nati con essa non sono riusciti finora a prendere nemmeno le misure – soprattutto in Europa -di questa mutazione, Di qui spiazzamento e marginalità. Riconquisteranno un regolo utile solo liberandosi – e per davvero -dalla giacobina tentazione di scorciatoie e capri espiatori, balsamo d’ogni impotenza. Più che mai ne va della propria salute e sopravvivenza.

Isidoro Davide Mortellaro

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Illuminazioni

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Ieri su un bus a Parigi. Salgo e, come al solito, preferisco mettermi in piedi in un angolo. Con la coda dell’occhio noto nell’apposito spazio riservato  - e in Italia? - una carrozzina, anzi una motoretta per invalidi. Non è delle solite. Un po’ chiassosa, giallo sole, giovanile. C’è una ragazza: piccola, con una grande frangetta, stampelle in grembo. Noto distrattamente che usa lo specchietto retrovisore per truccarsi. E’ un’operazione lunga e accurata, intervallata da velocissimi messaggi sul telefonino. Mi colpisce la naturalezza, la disinvoltura, la calma con cui le sue mani si muovono. Ci sono posti liberi di fronte e allora mi siedo. Voglio osservare senza dare nell’occhio, senza divenire molesto.

Dapprima è il phard, lento, insistito. Passa al rossetto. E’ il turno di ciglia e sopracciglia. Tutto con grande precisione. Estrae i vari astucci e pennellino da una borsa appesa al manubrio, lato sinistro. Controlla con cura il risultato nello specchietto. Ritocca,  riguarda finché non è soddisfatta. A destra c’è un’altra busta appesa al manubrio, trasparente. E’ gonfia di una bella bottiglia di champagne e una scatola. Sembrano dolci. Spiegano tutto. Soprattutto perché è così assorta, così lontana da chi la circonda.

Arriva la fermata. Devo scendere. Mi alzo ma devo cederle il passo. Scende anche lei. Lo fa in retromarcia verso la porta, con la naturalezza di una lunga abitudine. Sfreccia nella folla su Boulevard Saint-Michel e mi distanzia. Negli occhi mi resta impressa la scritta incisa sul sedile: “À bientôt, j'espère”.

Ho gli occhi umidi. Mai vista tanta voglia di vivere, tanta ricerca di gioia e futuro.

 

Una nota forse inutile: “À bientôt, j'espère” è anche il titolo - divenuto modo di dire - di un famoso film del ’68 operaio francese in cui si lottava non solo per il salario ma per un’altra forma di vita

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Senza padri né maestri

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Senza padri né maestri

Titolo azzeccato di un bel libro pubblicato anni fa sui giovani e i loro mondi. Oggi s’attaglia bene alla condizione di quest’Italia e di noi tutti, da tempo incapaci di sbrogliare la matassa in cui, industriosamente e con una qualche voluttà, ci siamo avvolti

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Il bersaglio ideale

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Il bersaglio ideale

 Renzi l’ha scelto con cura. Tempestare di freccette Massimo D’Alema serve a più scopi. Niente di meglio di uno della vecchia ditta, un ‘comunista’, per coprirsi a destra e nel centrosinistra allargato nessuno più di lui ha seminato il ‘massimo’ di rancori a antipatie.  Tenerlo nel mirino di qui all’8 dicembre permette accrediti e incassi a più sportelli: un atout straordinario per l’OPA lanciata da Renzi sul PD.

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Vocabolario vecchio e inadeguato

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Vocabolario vecchio e inadeguato

Primarie, congresso, iscritti: termini che si rincorrono nella cronaca e nel dibattito sul PD e sui sussulti che ne movimentano le giornate. E' un vecchio vocabolario che in realtà non fa i conti con la realtà. Matteo Renzi invero ha lanciato una OPA - Offerta Pubblica d'Acquisto - e non solo sul PD, ma sull'intero sistema politico italiano. Assieme a molti punta sul collasso definitivo della Seconda Repubblica, favorito dalle diatribe democratiche e dallo schianto che comunque interverrà nel PDL privatizzato del magnate nazionale. 

Solo cambiando ottica e vocabolario si potranno finalmente comprendere le convulsioni di un insieme da tempo asciugato da qualsiasi cosa che assomigli lontanamente alla politica. Quella del tempo che fu o che negli altri paesi comunque, nel bene e nel male, anima le istituzioni e muove le genti.

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Monti, l'Italia e l'Europa, in «Democrazia e Diritto», nn.3-4, 2012, pp. 54-66

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 Monti l'Italia e l'Europa[i]

 Prologo

 Come un guanto

 

 «Il Trattato equivale per l'economia italiana a una radicale riforma  costituzionale. Esso rivolta come un guanto il modello di governo dell'economia».

Siamo al 22 e al 24 dicembre 1991 e dalle colonne del «Corriere della Sera» il professor Mario Monti, con due distinti editoriali[ii], introduce i lettori al mistero non della Natività ormai prossima, ma della neonata «Unione europea», UE. Con sobria e professorale cadenza egli provvede a disvelare il vaso di Pandora confezionato pochi giorni prima a Maastricht, in Olanda, dai leader europei raccolti il 9 e 10 dicembre nelle Conferenze intergovernative di revisione dei Trattati di Roma.

All'osservatore che oggi si dovesse avventurare per le cronache e i commenti sparsi, in quell'ormai lontano dicembre 1991, a proposito della nuova avventura europea, non è dato trovare giudizi più circostanziati sul lungo e straordinario rivolgimento che l'Italia si appresta a vivere. Non v'è nulla all'epoca che possa rivaleggiare col secco avvertimento allora espresso da Mario Monti e oggi quasi ammantato dal velo di lungimirante vaticinio.  Semmai, v'è da restare stupefatti per l'inevitabile, doverosa constatazione che è tutto ancora drammaticamente in corso: che «gli esami - per dirla con  Eduardo De Filippo - non finiscono mai».  E non solo per l'Italia. Rivoltati come guanti sono finiti ordinamenti e gruppi dirigenti dell'Europa tutta. In subbuglio, e da tempo, sono tutti i paesi aderenti all'UE o legati dall'euro. Ne è plastica rappresentazione quella regola del pareggio nei bilanci statali o règle d'or con cui, a partire dalla Germania, ci si inchina agli imperativi di risanamento imposti dalle normative comunitarie. Ovunque, in suo nome, si riscrivono costituzioni e ordinamenti[iii]. E così, nel tentativo di arginare un sommovimento che mette a rischio casa e moneta, Unione ed euro, si finisce magari con l'amplificare le onde d'urto economiche e sociali in scossoni o terremoti costituzionali.

Vale la pena, allora, per meglio comprendere natura e portata del salto allora presagito e tuttora in atto, sostare su quelle note per il «Corriere», rileggerle con attenzione. I toni sono quelli usuali del loro autore. Improntati a moderata severità. Ma, al momento, davvero adeguati all'amaro del  farmaco prescritto dalle Carte che governeranno il passaggio dalla vecchia Comunità economia europa, CEE, alla nuova UE. Per l'Italia soprattutto - secondo Monti - la partecipazione al processo di costruzione del nuovo soggetto sovranazionale comporta obblighi particolarmente stringenti e straordinari. In particolare, per il nostro paese la decisione di dotarsi di una moneta comune, «l'Unione economica e monetaria (UEM) rende più pressante la necessità del risanamento, cioè dell'eliminazione delle "divergenze" che caratterizzano l'economia italiana, soprattutto in materia di finanza pubblica e di inflazione». 

Di fatto, il docente della Bocconi individua al cuore delle nuove Carte europee il nucleo di una regolazione, di un ordinamento economico, affatto nuovi - «la "costituzione economica" di Maastricht» - e dal carattere eccezionalmente precettivo. «Nel fissare il tragitto verso l'UEM - egli sottolinea - il Trattato di Maastricht stabilisce anche i principi sui quali deve fondarsi il governo dell'economia  e della moneta da parte dei Paesi membri e della Comunità e detta una serie di prescrizioni in proposito». Evidenziato questo cardine costitutivo, Monti procede ad enumerare, articolo per articolo, gli imperativi entro cui si sostanzia, in uno e per prescrizioni comuni, il processo di convergenza delle varie economie nazionali nell'unione economica e la prefigurazione - sub specie aeternitatis - dei principi di politica economica e monetaria cui le future istituzioni dovranno ispirarsi. Innanzitutto, come filosofia generale di sviluppo, le istituzioni comunitarie e i vari paesi si impegnano ad adottare «una politica economica di mercato aperta e con libera concorrenza» e ad «evitare disavanzi pubblici eccessivi. Nel perseguimento di questi obiettivi, ci si propone inoltre di dar vita ad una banca centrale europea, BCE, e al sistema europeo delle banche centrali, SEBC, caratterizzati nei loro ordinamenti da assoluta indipendenza e votati all'«obiettivo primario del mantenimento della stabilità dei prezzi»: un fine talmente assoluto, da costituirsi in missione principale delle nuove istituzioni, così che,  solo «fatto salvo l'obiettivo della stabilità dei prezzi», possano essere sostenute le politiche economiche generali dell'UE. 

Con determinazione e acribia il cesello di Monti ripercorre i Trattati e sbozza, evidenzia le parti, i dati in cui s'addensano i tratti più nuovi e caratterizzanti del nuovo ordinamento. E' perciò inevitabile che l'attenzione ora s'appunti sui divieti che, inusualmente, punteggiano e sostanziano gli articoli del trattato dedicati alla politica economica e monetaria, dandole un'impronta assolutamente unica al mondo. I lettori del «Corriere» apprendono così che alle nuove autorità monetarie comunitarie è fatto divieto di far ricorso a tutta una serie di misure e strumenti assolutamente abituali e che per decenni hanno sostanziato i tratti dell'economia mista occidentale. Le banche centrali non potranno così più acquistare direttamente titoli di Stato o di altri enti pubblici né concedere loro linee di credito o adottare misure che comportino un accesso privilegiato al credito di qualsiasi istituzione pubblica.

La lingua di Monti batte ossessiva su un punto dolente: una costruzione siffatta si pone agli antipodi della regolazione politico-economica che ha spadroneggiato in Italia durante l'ultimo trentennio. Soprattutto, a spese del mercato e delle sue centralità e libertà. In particolare, alle nostre latitudini a partire dagli anni 60 si sarebbe affermato - in divergenza dagli altri paesi europei - un governo dell'economia improntato alla «disattenzione», ad una «insufficiente disciplina» per il «vincolo di bilancio del settore pubblico». All'ombra di questa regolazione 'anarchica' o 'particolaristica' si sarebbero così costituiti e radicati settori protetti, responsabili in particolare dell'alto livello inflazionistico, un accesso privilegiato del settore pubblico al credito, con relative distorsioni nella allocazione delle risorse, e il conseguente, sistematico dirottamento, infine, del risparmio nei comodi, ma costosi, recessi del debito pubblico.

Ricongiungersi agli altri paesi nella comune costruzione dell'Unione europea e dell'euro appare perciò qualcosa di veramente rivoluzionario per il Bel Paese e la sua classe dirigente. Si tratterebbe infatti - prosegue Monti - di far propri «principi che solo fino a pochi anni fa non erano, e in qualche caso ancora oggi non sono, accolti dal mondo politico, dalla cultura economica prevalente, dalle stesse autorità monetarie». Perciò il Nostro avanza un interrogativo inquietante sulle capacità e volontà stesse della classe politica di voler e poter guadagnare il nuovo approdo: «Se il Parlamento italiano si renderà ben conto del significato profondo di questa "riforma costituzionale" dell'economia scritta nel Trattato di Maastricht, non è detto che lo ratifichi tranquillamente». Per di più a fare ostacolo anche alla più adamantina delle volontà stanno le condizioni di accesso all'UEM. E qui le note sono quanto mai dolenti.  L'Italia arranca tra gli ultimi, i meno dotati. Stenta assai a ritrovarsi nei ranghi dei virtuosi. Intanto, per i parametri chiave: quelli sui tassi di interesse e di inflazione. Ma soprattutto quelli relativi alla finanza pubblica: ovvero debito e disavanzo pubblici. Qui le sottolineature si fanno cupe. Monti teme apertamente storiche attitudini delle classi dirigenti italiane. Magari machiavellici tentativi per far fruttare i criteri di elasticità introdotti nei trattati quanto alla valutazione del grado di convergenza: insomma, per evitare di dover fare i conti con le scelte del passato e scansare l'imperativo doloroso di cambiar passo e abitudini. Conseguentemente - per quanto scettico sulla possibilità di misure estreme nel poco tempo a disposizione - invoca misure draconiane nell'adozione di un «bilancio eurocompatibile». Diversamente egli profetizza per l'Italia un fosco futuro: «forse supererà ugualmente, grazie ai criteri "non meccanicistici" introdotti dal Trattato, la verifica per la partecipazione alla terza fase dell'UEM. Ma nel frattempo la competitività strutturale dell'industria e della finanza italiana si sarà tanto ridotta, da rendere magra la soddisfazione: nell'UEM entrerebbe non l'economia italiana, ma il suo scheletro».

Ad alimentare prospezioni così pessimistiche v'è un giudizio pesante sulle classi dirigenti italiane: per tanti versi, una condanna senza appello. Quale quella, ad esempio, pronunciata qualche mese prima: «In Italia è dubbio che vi sia una classe dirigente ed è certo che non vi è una radicata cultura  dell'economia di mercato.  Non vi è una classe dirigente. Vi sono singole classi dirigenti ... ma con poca mobilità tra le diverse classi dirigenti, poca omogeneità nella formazione scolastica ed universitaria, poca condivisione di valori fondamentali su quello che il nostro Paese è e potrebbe diventare»[iv].

Sono queste ripetute convinzioni, assieme a continue e radicali prese di distanza dal valore e dalla centralità della democrazia parlamentare, della rappresentanza politica e amministrativa, a fare nel tempo il 'personaggio' Monti e a dotarlo di una spiccata caratura. Probabilmente esse contribuiscono anche ad assolutizzare le sue visioni in bianco e nero, la contrapposizione tra un'Unione europea algida tutrice, frutto di teutoniche e continentali virtù, e un'Italia scolara indisciplinata, sfatta da vizi, stravizi e confusioni[v].

Come si potrà vedere, i referendum danese e francese, e la successiva crisi dello SME, riveleranno di lì a poco che i Trattati di Maastricht sono vissuti come salto nell'ignoto, forche caudine non solo a mediterranee latitudini. Tutta l'Europa, tutte le nazioni e i popoli che si avvieranno per quella strada inizieranno da allora - e per oltre un ventennio - a dannarsi l'anima, per trovare il modo di digerire quel traguardo senza perdersi. L'Unione europea avvia a Maastricht un potente magnete, ma diffonde anche un tarlo nel legno delle nazioni europee: come avanzare nell'integrazione senza smarrire ciò che in potenza - attorno allo Stato sociale, ad una comune forma di civiltà - fa un popolo europeo, gli dà carattere e identità. Paradossalmente, in Italia la meta europea imporrà pegni, ma funzionerà da collante, sia pure contraddittorio e instabile, di brevi e sussultori tentativi riformatori.

 

 

Cambio di passo

 

In quel dicembre 1991 Monti amplifica ed assolutizza oltre misura i termini di un caso italiano. Coglie però il bersaglio, sia pure in forme riduttive, quando sottolinea la drammaticità del cambio di passo imposto alla classe dirigente, alla Costituzione, al metabolismo del paese dal salto scelto a Maastricht: nulla sarebbe stato come prima in Italia rispetto all'Europa. Per ironia della sorte, la cronaca di quell'11 dicembre si incarica, a suo modo, di fornirne una prova evidente. Tra le colonne di piombo fuse per i resoconti finali, sia pure parziali, del defatigante vertice olandese campeggiano anche i 'coccodrilli' dedicati alla subitanea dipartita di Franco Maria Malfatti. Enfant prodige della DC fanfaniana, più volte deputato o ministro, era stato anche nominato - unico italiano fino ad allora - presidente della Commissione europea nel 1970. Pur alle prese con i dossier assai  impegnativi dell'allargamento della CEE a Inghilterra, Irlanda e Danimarca, nel febbraio 1972 aveva preferito, complice lo scioglimento anticipato del parlamento italiano, dimettersi da quell'incarico per ritornare a Montecitorio. Una scelta che allora aveva fatto molto discutere, per la disinvoltura con cui lo scranno più alto della Commissione europea era stato snobbato e abbandonato in nome del ritorno ad un più abituale teatro nazionale. In quel dicembre 1991 quella scelta viene ricordata come un fatto eccezionale. Fatto sta che da Maastricht in poi altre gerarchie si sarebbero istituite tra lo spazio europeo e i vari teatri nazionali della politica, tra alto e basso, sovranazionale e statuale: la politica italiana non avrebbe mai più riguadagnato i margini di manovra e scelta sfruttati, a suo modo, da Malfatti.

Monti coglie con prontezza il mutamento di quadro, soprattutto perché nei mesi precedenti, nel corso del 1991, ha seguito con grande impegno il comporsi dell'agenda del vertice, evidenziandone sviluppi, punti di approdo e pericoli. Soprattutto ha pungolato - e in qualche caso criticato - la delegazione italiana: nel mirino ha sempre tenuto la possibilità che gli italiani potessero conquistare nei trattati criteri o margini troppo elastici, laschi, nella valutazione dei parametri di convergenza. Con caparbietà e insistenza ha espresso il timore che si potesse allentare la presa sulla «classe politica italiana», che essa potesse «tirare un respiro di sollievo»[vi] e tornare magari ai vizi abituali. Ora però che la Conferenza intergovernativa si è conclusa e che i Trattati hanno promosso a principi costituzionali dell'Unione i precetti dell'economia di mercato, Monti non si accontenta di segnalare la novità. Di fatto, e con un qualche merito per quanto riguarda l'Italia, rivendica anche a sé e al proprio impegno il risultato.

Di lì a qualche mese farà dell'approdo europeo - «l'adeguamento al modello di governo dell'economia e della moneta delineato nella "costituzione economica" di Maastricht» - e della propria battaglia per conquistarlo il principio ispiratore dell'impegnativo volume entro cui raccoglie le fatiche e la presenza più che ventennali sulla stampa italiane e, soprattutto, sul «Corriere della Sera». Scorrendo pagine e sezioni del Governo dell'economia e della moneta, balza agli occhi la studiata articolazione in blocchi tematici fortemente coesi. Nel loro insieme evidenziano la critica puntuta delle classi dirigenti italiane e i risultati mano mano raggiunti, soprattutto nell'ultimo decennio: dal ridisegno dei rapporti tra Stato e mercato al rinsavimento dalla malsana acquiescenza al disavanzo pubblico; dal divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia alla conquista della liberalizzazione valutaria ecc., fino all'appuntamento finale di Maastricht.

Il travaglio della Repubblica - rivissuto sotto il pungolo assoluto e cogente a rinsavire dal particolarismo, a farsi europei - si illimpidisce nella linearità apprestata dal disegno politico e ideologico neoliberale, in una sorta di esemplare autobiografia. Affidato alla preveggenza e all'azione di élites illuminate appare infine libero dalle scorie, dai buchi e dalle contraddizioni che altre ricostruzioni, altre ricette evidenziano o accumulano. Basta, del resto, scostare appena la sguardo, ritrovare altre ricostruzioni, altri ricordi, per notare come su altri lidi il rendez-vous dell'Italia con la storia di quel dicembre 1991 sia stato vissuto con priorità e toni molto meno assillanti e lineari.

 

 

Demoni e picconi

 

Carlo Ripa di Meana, all'epoca membro della Commissione europea, vede presentarsi all'appuntamento nella città olandese «un'Italia assente e distratta», un «paese completamente introflesso che soffre della sua politica malata»[vii].  La denuncia è molto dettagliata: il paese ha accumulato, in realtà, enormi ritardi nell'adeguare la legislazione nazionale alle norme comunitarie. Ma, quel che è peggio, è l'unica nazione a non aver discusso, nemmeno a livello parlamentare, della Conferenza intergovernativa e della sua agenda. A dispetto di uno spiccato europeismo di facciata, non vi è stato dibattito: il tema è stato disertato da giornali, élites, istituzioni. Di fatto, la delegazione italiana a Maastricht - a fortissima caratura tecnocratica, influenzata fortemente dalla Banca d'Italia - è orfana di un mandato preciso. Non ne soffre, però. Prova piuttosto a mettere a frutto questa "assenza del padre", a mutarla in ricerca di nuove radici. Può accadere così che l'appuntamento storico con la trasfigurazione europea può essere pilotato per la cruna dell'ago apprestata dai 'tecnici' di via Nazionale con la teorizzazione del «vincolo esterno».

Un rapido sguardo ai giornali di quell'inizio di dicembre fa più nette le pennellate del quadro. Mentre si infittiscono le prime indiscrezioni - e preoccupazioni - sul trattato e sui suoi vincoli, il 6 dicembre il PDS guidato da Achille Occhetto si è deciso ad avviare la procedura per la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Nel mirino è il  «piccone» impugnato a piene mani e con voluttà su quel che resta della Repubblica. Si era giunti ad un punto di non ritorno, ormai. Non si poteva più tardare, né limitarsi alla denuncia del nuovo «rumore di sciabole»[viii]. La situazione era divenuta esplosiva. Specie dopo le ennesime rivelazioni su rapporti tra poteri occulti, P2 e politica e all'indomani del comunicato di solidarietà al presidente della Repubblica con cui il 4 dicembre, dall'interno dell'Arma dei Carabinieri, il Cocer aveva minacciosamente promesso di aggiungere al suo il proprio «piccone».

L'addebito nei confronti di Cossiga è di «attentato alla Costituzione».  Il presidente «ha compiuto atti diretti a creare un regime fondato su un presidenzialismo personalistico, dotato di potere tutorio nei confronti dei principali organi dello stato, presente sulla scena politica mediante l'uso sregolato dei media, con rapporti privilegiati con corpi militari e servizi di sicurezza».

Osservatori e media registrano però a malapena la svolta. I titoli del 7 dicembre, in realtà, sono tutti rubati dal Censis: in straordinaria sincronia con gli eventi ha licenziato il suo XXV Rapporto sullo stato del Paese. Il titolo è come al solito sapientemente allusivo: La tentazione all'inerte decostruire. La tesi è al contrario molto netta e tranchant. Il paese non crede più a tutti i livelli: nei partiti, nello Stato, nei grandi sistemi ideologici, nella possibilità di sconfiggere il crimine organizzato, nelle riforme istituzionali, nella stessa società civile. E i giornali all'unisono evidenziano la novità: La società infelice. Il paese picconato si disgrega e non crede più in se stesso; Un'Italia a rotoli che non crede più[ix].

Nell'«anno del piccone» l'abituale termometro, che da oltre un ventennio registra gli umori del paese, marca la svolta: «per la prima volta dal 1967 il Censis ha aperto il suo rapporto con un rilievo negativo: "alla forza del credere sembra essersi sostituito il demone della de-costruzione"»[x]. La spugna secolare del Belpaese ha smesso di assorbire, attutire, smorzare. Ora «si è rotto l'attendismo» su cui a lungo ci si era attestati. Si sta passando «ad un attivismo disordinato e decostruttivo». In questo generale cambiamento di aspettative e disegni, di clima complessivo, prende corpo, a sua volta, un rivolgimento di grande momento: mentre per il passato «la forza decostruttiva era propria dei movimenti che "insidiavano"  dal basso le istituzioni, per portare all'attenzione nuovi bisogni e nuove attese che emergevano dal corpo sociale. Oggi la de-costruzione scende dall'alto più che salire dal basso, mentre adotta modalità e linguaggi tipici da movimento più che da istituzione»[xi].

Muta la direzione del sommovimento e, assieme ad essa, la titolarità dell'iniziativa. Adesso è dall'alto che suona la diana. A menar le danze non sono più o non solo gli ultimi. Rubano la parola, scendono in campo ora direttamente, in carne ed ossa, le classi dirigenti, le élites, con una azione spesso paradossale nelle sue forme e nelle sue parole d'ordine. Può capitare così di «riconoscere una foga anti-istituzionale dentro le istituzioni che mostra una forza e una fantasia ben più radicali dello stesso movimento del lontano '68». A prima vista si riconosce un tratto antico, costitutivo e ricorrente, del caso italiano, un modo d'essere delle classi dirigenti italiane. Antonio Gramsci lo aveva battezzato «"sovversivismo" dall'alto»[xii]. Adesso però, secondo il Censis, l'azione decostruttiva, l'anti-istituzionalismo sono di straordinaria portata e profondità: «Il risultato è che si vorrebbe smontare tutto: l'assetto costituzionale, i partiti di massa, i grandi sindacati, gli ordinamenti regionali, per ricostruire tutto da zero, al meglio possibile»[xiii].

L'origine del processo è precisa, circostanziata. Ha a che fare con «l'esperienza culturale ed esistenziale nuova (non solo per l'Italia) della "perdita dei poli", la cui compresenza ha dato in passato ordine, significato e gerarchia alle nostre scelte individuali e collettive»[xiv].  I sommovimenti, di lungo corso, iniziati a metà degli anni Settanta acquistano un peso sconvolgente sotto la spinta dei nuovi processi globali attivati nel mondo e in Europa dalla caduta del Muro. Meno netti ed evidenti si fanno i contorni, però, quando dalle radici e dagli impulsi, anche esterni, si inizia a risalire per i rami di questa iniziativa decostruttiva fino ai suoi primi, devastanti risultati. A uscirne stravolto non è solo il legame sociale. In discussione  - nel fuoco di una critica al consociativismo che non conosce confini, che fa d'ogni erba un fascio - finiscono i fondamenti della convivenza e della stessa identità. Il «demone decostruttivo» ritratto dal Censis affonda in profondità il piccone, scava senza remora alcuna «in quel corpo combinato che è oggi il nostro sistema». Finisce col divenire «uccisione congiuta di padre e madre e liberazione dell'autonoma iniziativa dei fratelli "eredi dell'unica identità" (si chiamino essi tante piccole repubbliche ex sovietiche, tante regioni che diventano o vogliono diventare stati, tanti piccoli e medi partiti e sindacati)». Si mettono in moto a quel punto logiche e spinte incontrollabili: «quando una società perde la sua spinta a credere e vince il demone della decostruzione e l'aggressività tra fratelli, allora emerge un rischio ulteriore, poiché prende avvio il processo di appropriazione»[xv]. Si evocano le virtù e la genuinità della società civile, di contro alle lungaggini, agli inghippi e ai raggiri della società politica, di istituzioni asservite a logiche consociative e di partito. Si finisce però con l'attivare appettiti inconfessabili: «scatta la spinta all'espropriazione di beni altrui, individuali o collettivi». E' così che si fanno avanti interessi innominabili che muovono logiche e soggetti refrattari alle regole, adusi all'anomia quando non  all'anti-Stato: «aumenta il controllo privato (malavitoso e non) del territorio come delle procedure d'appalto, dei centri finanziari come pure della ricchezza ove questa risulta accumulata. A quel punto sempre più soggetti (non legati ad alcun "credo") considerano ciò di cui si sono appropriati come componente irrinunciabile della propria identità»[xvi]. Il cerchio finisce col chiudersi nella nascita di una società incivile che prospera nei ridotti e nelle casematte costruite dall'antipolitica, nella nuova regolazione attivata dai processi di privatizzazione e mercificazione.

In quel dicembre del 1991 è chiaro a molti che un arco disordinato e composito  di attori e movimenti preme - e da più direzioni - per un mutamento radicale del paese. Si vuole rimettere in discussione i nuovi equilibri imposti dalla modernizzazione repubblicana e da lotte e movimenti degli anni Sessanta. E assieme rivoltare, appunto, come un guanto l'ordinamento costituzionale italiano. Molto meno evidente è in che modo alcune di queste aspirazioni abbiano trovato a Maastricht alleati, detonatori o moltiplicatori potenti. E' molto più arduo comprendere come e per quali nodi nella cittadina olandese sia stato confezionato un vincolo destinato a indirizzare a senso unico la vita del paese e d'Europa. A contenere e stravolgere - dall'esterno e dall'alto - lettera e spirito della Costituzione.

 

 

Di principati e nuove repubbliche

 

In realtà in quei giorni è difficile orizzontarsi nelle nebbie e tra i fumi sollevati dal crollo del mondo che fu. I giornali del 3 dicembre riportano i dati del referendum con cui quasi plebiscitariamente l'Ucraina - una delle repubbliche atomiche, ospiti di basi missilistiche - sceglie l'indipendenza dall'Unione Sovietica.  Di lì a qualche giorno, mentre a Maastricht s'apprestano i tavoli che all'indomani accoglieranno i padri fondatori dell'UE,  giunge l'annuncio del colpo di piccone vibrato a Brest da Ucraina, Russia e Bielorussia: le tre repubbliche slave archiviano l'URSS e si avviano a fondare una nuova, confusa realtà confederale, la futura CSI. Dubrovnik intanto è stata bersagliata dalle bombe di un esercito che non si rassegna ad essere cancellato assieme alla Repubblica federale jugoslava. Avanza inarrestabile nei Balcani il cancro della guerra civile.

Nello stesso giorno in cui si apre a Maastricht la Conferenza intergovernativa, il PDS convoca la sua direzione. L'evento spicca rispetto ad un cupo ripiegarsi del pentapartito attorno alle proprie viscere e nella preparazione della campagna elettorale. La relazione di Occhetto prova a mettere ordine e a diradare le nebbie[xvii]. Intanto ad assumere un'iniziativa adeguata alla crisi e al passo compiuto con la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica. Anche il segretario del PDS  - come Monti di lì a qualche giorno - crede che mutamenti radicali, profondi hanno investito e stanno investendo la Repubblica italiana, imponendole un cambio di passo, di natura e orizzonti costituzionali. A dominare la scena, però, nella visione del segretario del PDS è il tramonto dei mondi separati e trattenuti dal bipolarismo. Ora la dissoluzione dell'URSS sospende sull'Europa del dopo-Muro incognite straordinarie. A rischio appaiono i processi che avevano fatto sperare nell'affermazione di dinamiche unitarie e pacifiche, nella costruzione della «casa comune» dall'Atlantico agli Urali. Secessioni e dissoluzioni hanno ora la meglio. Si fa avanti, in luogo dell'agognata «Europa dei popoli», una «Europa delle tribù».

In realtà, anche in Occidente - secondo Occhetto - sono in atto processi disgregativi profondissimi: in particolare, avanza «una crisi degli strumenti, dei metodi e dei soggetti (primo fra tutti il partito) della democrazia politica come finora si è configurata». In questo quadro e nell'ambito del generale spostamento a destra che rischia di determinarsi in Europa, spicca la particolare gravità della crisi italiana oggi giunta ad un vero e proprio «salto di qualità». Qui «il deficit pubblico è fuori controllo. L'inefficienza dei servizi riduce sensibilmente la competitività delle aziende industriali. Gli squilibri territoriali minano sempre più la coesione sociale e l'unità stessa della nazione. Tutto ciò ostacola quella accelerazione dei processi di integrazione europea che pur sarebbe necessaria, e che è in discussione oggi al vertice di Maastricht».

Come nel Monti degli editoriali sul «Corriere», Occhetto tratteggia un «caso italiano», individuandone le caratteristiche nella arretratezza del paese, nella difficoltà a stare al passo con gli altri, negli «ostacoli» che il nostro modo d'essere frappone ad una più compiuta - auspicabilmente accelerata - integrazione europea. A complicarne la soluzione stanno inoltre i tratti particolarmente devastanti assunti nel nostro paese dalla fine del mondo bipolare e dalla insostenibilità di un sistema politico colpevolmente costruito sull'architrave anticomunista rappresentato dalla DC. Perciò più che altrove da noi sono «in crisi le vecchie forme della politica»; più profondo che altrove si è fatto «una sorta di vuoto di potere». Ecco perché è divenuta così «aperta la partita per definire i caratteri e gli assetti di quella che molti chiamano la seconda Repubblica». Di fatto, prosegue Occhetto, «il confronto e la lotta riguardano ormai il "come" saranno i nuovi assetti e i nuovi equilibri. Non il "se"». A contendersi la guida di questa transizione ad un'altra forma repubblicana stanno in campo: da un lato, «la seconda repubblica di Cossiga», fondata «sugli apparati e sulle forze che hanno combattuto la prima repubblica o che non si sono riconosciuti in essa», sulle «Leghe», su «un rapporto plebiscitario fra il presidente e il popolo»,; dall'altro, «non una impensabile difesa dell'esistente, dello status quo», ma «un'altra riforma, una Repubblica nuova che si fondi su una maggiore responsabilità e un maggior potere dei cittadini elettori, chiamati a scegliere la maggioranza cui affidare il governo, su istituzioni pienamente autorevoli e responsabili sottratte alla simbiosi dei partiti»; insomma, «una Repubblica in cui sia diffusa e generale la responsabilità dei cittadini, del Parlamento, del governo, della magistratura».

Accomunati nel giudizio sulla divergenza del paese dal resto d'Europa e sulla necessità di adottare una più decisa integrazione europea, la ricetta di Maastricht, per curarla, i due si distanziano su un punto essenziale: per Monti, l'ingresso nell'UE, se perseguito fino in fondo, comporta una secca perdita di sovranità e di autonomia degli stessi attori politici nazionali; per Occhetto, la partita e la posta - per quanto  collocati nell'orizzonte europei - stanno tutti ancora sul tavolo nazionale o, meglio, italiano, in mano a giocatori di fatto ancora onnipotenti nelle loro scelte.

Di lì a qualche giorno, a Conferenza intergovernativa conclusa e a commento del nuovo Trattato, Sergio Segre - a lungo responsabile per il PCI degli Esteri e della Sezione Europa - confermerà e approfondirà l'analisi svolta da Occhetto, delineando ulteriormente i tratti della Seconda Repubblica da opporre a quella populistica capeggiata fin lì da Cossiga. Per il PDS, di fatto già lanciato nella campagna elettorale, «rigore e coerenza europeistici sono una grande carta». Lì si delinea il banco di prova più severo e conseguente di un riformismo moderno, all'altezza dei tempi, perché «portare l'Italia a livello dell'Europa più avanzata e farla entrare tutta in Europa è certo oggi, per il nostro paese, il più ambizioso e il più impegnativo dei programmi. Non basta però averle in mano, le carte buone. Bisogna anche saperle e volerle giocare, con tempestività, con efficacia e continuità». Pena, «un distacco incolmabile da questa Europa in cammino»[xviii].

Silenzio sul resto, sulle scelte concrete che la via di Maastricht comporterà, sui farmaci particolarissimi raccomandati in quel prontuario: una afonia ancor più pesante e significativa, nel momento in cui l'orizzonte europeo, con le sue cogenze e strettoie, diviene anima e corpo del nuovo riformismo, stella polare del PDS. A dispetto del mutamento, scatta qui un vecchio condizionamento culturale, un 'vizio' antico, duro a morire: una sorta di provvidenzialismo storicista. Provvede di bussola nei momenti di svolta, quando i marosi si fanno cattivi. Quel che conta è individuare la linea di progresso, là dove passa e si fa la storia. E mettersi a favore di vento, per afferrare poi saldamente il timone, e affrontare, attraversare la tempesta. Salvo scoprire, a distanza di tempo, di essere finiti in una scia poco conosciuta, su una rotta orientata da altri.

 



[i] Anticipiamo, fidando nel loro interesse, alcune pagine di un volume di prossima pubblicazione che l'autore - docente di Storia delle relazioni internazionali nell'università di Bari - sta completando.

[ii] Titolati rispettivamente L'Italia, l'Europa e il guanto di Maastricht e Europa, una lezione dai tassi. Successivamente fusi assieme con il titolo Il Trattato di Maastricht e l'Italia nel volume Il governo dell'economia e della moneta. Contributi per un'Italia europea 1970-1992, Milano, Longanesi, 1992, pp. 512-8.

[iii] L'Italia l'ha fatto con la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Avendo raggiunto, sia al Senato sia alla Camera, il quorum dei due terzi dei componenti nella seconda votazione, non potrà essere sottoposta a referendum popolare.

[iv] Dal discorso a Roma del 16 giugno 1992 all'Assemblea dell'Unione petrolifera, raccolto poi con il titolo Integrazione europea e classe dirigente in Il governo dell'economia cit., p. 506-9.

[v] Esemplare la sottolineatura della «notevole confusione di ruoli tra pubblici poteri, parti sociali, autorità monetarie» che, assieme alla denuncia della divergenza tra modello europeo e caso italiano, fa da leit motiv dei pezzi raccolti in Il governo dell'economia cit.; ivi, p. XI.

[vi] La cura olandese, in «Corriere della Sera», 24 novembre 1991, ora con il titolo La convergenza superficiale in Il governo cit., p. 512.

[vii] Ripa di Meana "Assente e distratta, l'Italia è in ritardo", in «la Repubblica», 8 dicembre 1991.

[viii] Così l'editoriale, Questo rumore di sciabole, a firma di Giuseppe Caldarola, su «l'Unità» del 5 dicembre 1991.

[ix] Questi i titoli degli editoriali di R. Rossanda sul «manifesto» e di L. Tornabuoni sulla «Stampa» del 7 dicembre.

[x] M. Garbesi - D. Mastrogiacomo, All'Italia non serve la voglia di piccone, in «la Repubblica», 7 dicembre 1991.

[xi] Da 1991 - La tentazione all'inerte decostruire, in Censis, Se trent'anni vi sembran pochi. 1976-1996 L'Italia nell'interpretazione del Censis, Milano, Franco Angeli, 1997, p. 382.

[xii] Valga per tutti il riferimento in Quaderni del carcere, vol. I, Torino, Einaudi, 1975, pp. 326-7.

[xiii] La tentazione all'inerte cit., p. 382.

[xiv] Ivi, pp. 382-3.

[xv] Ivi, p. 387.

[xvi] Ibid.

[xvii] Il testo completo della Relazione in «l'Unità», 11 gennaio 1991.

[xviii] S. Segre, La nuova Europa c'è. Ora bisogna portarci l'Italia, in l'Unità», 12 dicembre 1991.

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Coro e assoli

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Grillo dirige il coro "Rodotà, Rodotà for president", che fortunatamente ha accenti e dimensioni che vanno al di là dei post orchestrati dal comico e dai suoi stretti accoliti. Chi può però dovrebbe riconquistare autonomia rispetto a questa gestione strumentale. Nell'armadio di Grillo, riposti temporaneamente, stanno pure gli strali sui pensionati d'oro della prima repubblica già in altri tempi diretti contro lo stesso candidato presidente. 

Non temo il futuro ricatto ma il condizionamento su quanti un po' fideisticamente oggi traguardano un possibile futuro in una figura prestigiosa, non a caso emblema di istituzioni vivificate dalla partecipazione popolare, non sequestrate da oligarchie e leaderismi, anche mediatici

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Una crisi organica

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Oligarchie e piazze, dall'alto e dal basso, strappano a morsi, e non solo virtualmente, quel che resta della repubblica, costretta all'ennesima, livida metamorfosi. 

La rappresentazione più limpida è naturalmente in Gramsci: «A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come propria espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all'attività di potenze oscure, rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici.

Come si formano queste situazioni di contrasto tra «rappresentati» e «rappresentanti» che dal terreno dei partiti ... si riflettono in tutto l'organismo statale, rafforzando la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dell'alta finanza, della Chiesa, e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell'opinione pubblica? In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. E il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse ... sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di «crisi di autorità» e ciò appunto è la crisi di egemonia, e crisi dello Stato nel suo complesso (...)

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»