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QUELLA BOMBA SOSPESA DI PUTIN

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QUELLA BOMBA SOSPESA DI PUTIN

(Pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 5 giugno 2022 con il titolo "Quella bomba sospesa di Putin che angoscia il mondo dalla «profezia» del 1945)

«All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro … Le ombre del giardino sparirono … gli oggetti si fecero indistinti … Con mio grande stupore, mi accorsi che ero completamente nudo». Con queste parole Michihiko Hachiya avrebbe poi ricordato il 6 agosto 1945, l’apocalisse. Su, in alto, il velo si era squarciato anche agli occhi di Robert Lewis, il secondo pilota dell’Enola Gay, il B-29 che aveva sganciato la bomba: «Dio mio cosa abbiamo fatto!», esclamò alla vista del fungo che divorava Hiroshima. 

Il mondo entrò in quell’istante in un’altra era: atomica. Pochissimi - un pugno di uomini, ma anche una donna - compresero quel tornante della storia. Tra di essi naturalmente Albert Einstein. Nel contemplare la catastrofe in Giappone, prova a immaginare il futuro: «se l’umanità vorrà sopravvivere dovrà pensare in modo completamente nuovo».

Auspicio caduto nel vuoto. Il mondo s’avviava per vie nuove sì, ma con segnaletiche marchiate da ossimori paradossali: «guerra fredda». L’ha appena coniato Eric Arthur Blair, alias George Orwell. Si appresta a stendere 1984, il racconto sul mondo avveniente. Dovremo abituarci magari ad ««uno Stato invincibile ma che viva al tempo stesso in una perenne condizione di “guerra fredda” coi propri vicini … il prezzo da pagare sarà quello di prolungare a tempo indefinito una “pace che non è pace”». 

Sarà una donna, comunque, a prendere magistralmente le misure del nuovo universo disegnato dalla bomba. È Freda Kirchwey, instancabile animatrice e editrice di «The Nation», l’organo che dal 1865 si muove come coscienza critica degli States, espressione per eccellenza del dissenso.Per lei l’esplosione dell’atomica impone una «rivoluzione nel pensiero degli uomini e nella loro capacità di reinventare società e politica». In particolare, rispetto all’ONU appena nata a San Francisco.  Come conciliare la nuova realtà della bomba con una struttura delle Nazioni Unite dominata dal cosiddetto potere di veto dei Grandi? Per caso le «Grandi Potenze hanno creato un’organizzazione e fatto leggi da cui esse sono esentate? Non c’è un diritto al quale tutte le nazioni siano egualmente soggette? … Cosa accade quando uno dei Grandi ha il potere di «ridurre il mondo in schiavitù, o in polvere»? Fulminante la conclusione: «Nello spazio di un giorno l’ONU è passata dall’infanzia alla vecchiaia. Adesso deve essere ripensata».

Mai previsione fu più azzeccata, così come mai agenda è stata più a lungo disattesa. La guerra di Putin all’ Ucraina, con le minacce di olocausto finale platealmente esibite, ne è prova evidente. Essa costituisce al tempo stesso una novità assai inquietante di cui ancora oggi, dopo i tanto commentati 100 giorni di conflitto, stentiamo a prendere le misure.

Nella lunghissima «guerra fredda» che ci ha accompagnato dopo la II guerra mondiale e nel XXI secolo, infiniti sono stati i conflitti gestiti direttamente dai Grandi: dalla Corea al Vietnam, al Kosovo, a quelli iracheni o afghani. Mai però si è passati alla minaccia atomica contro il nemico. Solo durante la guerra di Corea, nell’establishment americano vi fu chi, come il generale Douglas MacArthur, propose di utilizzare l’atomica per piegare i cinesi accorsi in difesa della Corea del Nord. Truman lo licenziò in tronco. 

Con la guerra in Ucraina la Russia di Putin ha aperto una pagina inedita. Non solo per la minaccia sospesa sul capo del mondo e dei propri vicini: un pezzo dell’eterna Russia, addirittura. Cosa ne sarebbe anche dei paesi confinanti o anche delle regioni russe limitrofe non è dato sapere. Quel che adesso qui importa sottolineare è il ricatto esercitato sugli alleati dell’Ucraina: badate a quel che fate, alla quantità e alla qualità degli aiuti inviati. Potremmo considerarli armi offensive, una vera e propria dichiarazione di guerra. Per non parlare del veto esercitato in sede di Consiglio di sicurezza ONU. Di fatto, in questo modo è bloccata ogni iniziativa di pace. 

All’ombra del ricatto atomico l’agenda della guerra e della pace finisce così interamente nelle mani di Vladimir Putin. Non a caso, egli ora prova ad amministrare a suo piacimento anche modalità, rotte e dimensioni del commercio agro-alimentare globale.

Freda Kirchwey aveva visto giusto nel lontano 1945. Purtroppo è rimasta inascoltata per troppo tempo. Atomica e veto in Consiglio di sicurezza possono divenire clave di incredibile potenza in mano oligarchica.

La «bomba sospesa» da Putin sul capo del mondo è davvero altro dal «caffè sospeso» in uso nei vicoli di Napoli. 

Isidoro Davide Mortellaro

Docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari «Aldo Moro»

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VISIONI E OSSESSIONI DI UNO ZAR DEL TERZO MILLENNIO

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VISIONI E OSSESSIONI 

DI UNO ZAR DEL TERZO MILLENNIO

(Pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno»  del 21 aprile 2022 con il titolo "Visioni e ossessioni di uno Zar del Terzo Millennio)

L’ingombro dell’URSS e del comunismo nella storia del Novecento, assieme alla lunga ed estenuante querelle sull’allargamento della Nato, hanno quasi sigillato al secolo scorso la nostra visione d’Europa e della Russia. Stentiamo perciò spesso a cogliere in tutta la loro portata le mosse di Putin nel mutato quadro europeo ed internazionale. Di qui i tanti interrogativi spesso suscitati dalle sue azioni e l’ansia suscitata dal loro carattere quasi sempre ultimativo, se non fatale.

In realtà, gli orizzonti sono completamenti mutati. Né è più tempo di «guerra fredda». La frequenza con cui viene ormai evocato o persino minacciato il ricorso all’atomica, più o meno tattica, ci fa temere che  quell’epoca, con le sue cautele, sia ormai sepolta. Il terrore di immani distruzioni è tra noi, ma mosso ormai da altre visioni, da altri disegni. In realtà, poco conosciuti, se non da ristrettissime schiere di esperti. 

Troppo spesso proiettiamo su Putin l’ombra sovietica. Ma i cieli ormai sono altri. Indagati da altri sguardi e visioni, magari mutati profondamente durante il nuovo ciclo presidenziale del nuovo «Zar di Russia», per stare all’etichetta ormai abitualmente affibbiatagli.

A partire dal 2012, inizio del nuovo ciclo presidenziale – allungato a 12 anni e ora aperto al raddoppio – matura una svolta profonda. L’ossessione iniziale di conservare l’universo russo, dopo i timori per la dissoluzione possibile del dopo-Eltsin, muta in esplicite teorizzazioni di Eurasia. Ad evocarla come sorgente di virtù incontaminate - in contrapposizione all’Occidente decaduto, senza più regole, perso nelle dissolutezze di una morale post-cristiana - provvede da tempo in Russia una folta schiera di intellettuali ed esperti.  Si rifanno in genere agli insegnamenti non solo della Chiesa ortodossa ma di una serie di teorici della destra storica russa, cresciuta in esilio, vicina al fascismo italiano e al nazismo tedesco. Parliamo per il passato di Ivan Ilyin o di tradizionalisti come Nikolaj Berdjaev. A loro si ispirano nella Russia del XXI secolo circoli intellettuali quali l’Izborsk Club o il Valdai Discussion Club, quest’ultimo omaggiato da interventi annuali di Putin. Entrambi questi think-tank, animati da figure di destra dichiarata quali Aleksander Prochanov o Aleksander Dugin, già noto per le sue frequenti incursioni in Italia, vedono nella tradizione russa la sorgente per una riorganizzazione complessiva di una comunità allargata dall’Oceano Pacifico fino alla malaticcia penisola europea ad Occidente. Riecheggiando le idee di Carl Schmitt su terra e mare, rivisitate da Dugin, contemplano l’eterna lotta tra il sano e virtuoso popolo della terra contro il popolo del mare, degenerato per le sue innominabili ibridazioni e frequentazioni. 

A questo universo si ispira l’ultimo Putin. La svolta nel documento ufficiale di politica estera, il Foreign Policy Concept del 18 febbraio 2013, da allora riproposto negli assi fondamentali ogni anno. In un futuro dominato dai processi di globalizzazione e da caos e lotta per l’accaparramento delle risorse, è necessario riconquistare grandi spazi adeguati a preservare patrimoni, giacimenti di cultura e civiltà. Di qui la necessità di garantire rapporti e legami nell’intera area euro-asiatica. Di fatto, in una rilettura militante dello «scontro di civiltà» teorizzato all’indomani della guerra fredda da Samuel Huntington, Putin fa virare la geopolitica classica in una sorta di crociata contro l’Occidente e l’Europa decadenti. Il tutto mascherato dalla guerra al neonazismo risorgente che muoverebbe all’attacco dell’universo russo.

Ma come sostenere questa epica battaglia alla testa di una società come quella russa, guidata oggi da un manipolo di siloviki corrotti fin nel midollo? Un apparato pubblico centrale mutato da tempo in cleptocrazia istituzionalizzata dedita all’esportazione di immense ricchezze  nascoste ai quattro angoli della terra alle possibili ganasce dello Stato russo? Come combattere la corruzione del mondo e dell’Occidente stando alla testa dell’oligarchia più corrotta del pianeta? 

Anche questa incongruenza gigantesca indebolisce l’attacco di Putin all’Ucraina. E non solo l’inaspettata resistenza di un popolo. Come finirà è assai arduo prevederlo. Per parte nostra sta ai nostri concreti comportamenti mostrare la falsità dei giudizi di Putin e della destra russa. Con la costruzione di una Europa solidale con tutti gli ultimi del mondo. Senza illusioni nelle virtù salvifiche di spese militari drogate da fumi di guerra. 

 Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari “Aldo Moro”

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ATOMICA E "PACE PERPETUA"

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Atomica e “pace perpetua”

(Pubblicato il 31 marzo 2022 su «fuoricollana.it»)

Siamo ancora in un mondo governato dalla Carta delle Nazioni Unite? Ci orientiamo ancora tutti su quell’altra bussola guadagnata tempo fa per navigare nel nostro tempo?

Gli annali della NATO-OTAN ci dicono che all’alba degli anni Cinquanta si lavorò molto per trovare un emblema confacente alla nascente organizzazione. Stalin già a fine 1949 aveva fatto deflagrare la prima atomica sovietica, sorprendendo gli americani che avevano pensato di avere un vantaggio strategico di almeno 10 anni nella corsa al nucleare.

Sorpresi dallo sbocciare del fungo mortale e dal quasi contemporaneo scoppio della guerra in Corea, sulle due coste dell’Atlantico ci si affrettò perciò per dar corpo e sostanza militari a quel Trattato del Nord Atlantico firmato a marzo 1949, sotto l’urto del blocco di Berlino e del successivo ponte aereo. Ci volle però un bel po’ per trovare un simbolo adatto. Una idea originaria di Eisenhower si affaticò su un insieme di stellette. Si scontrò con l’obiezione, invero fondata, di variazioni successive nel caso augurabile di un allargamento della platea di nazioni aderenti. E così, dopo varie ricerche e proposte, solo nell’ottobre del 1953 si giunse alla soluzione. Fu Lord Ismay, primo segretario dell’organizzazione a suggerire l’immagine stilizzata di una rosa dei venti o bussola: l’ideale per orizzontarsi nella ricerca della pace. Tutto racchiuso entro un cerchio utile a garantire l’unità dei vari firmatari del patto.

Insomma, fin dagli inizi un emblema, uno strumento progettato per epoche assai tempestose. Allora come oggi necessario per mantenere la rotta tra marosi e burrasche. Un marchingegno di cui si sente un gran bisogno oggi, in altro secolo e millennio, mentre infuria una guerra in cui si fa ormai giornaliero ricorso alla minaccia dell’atomica o d’altre armi assai micidiali.

La decisione di Putin di muover guerra all’Ucraina è stata condita fin dall’inizio dal ricorso a misure ultime: «chiunque tenti di ostacolarci, e ancor di più di creare minacce per il nostro Paese, per il nostro popolo, deve sapere che la risposta della Russia arriverà immediatamente e porterà a conseguenze che non avete mai visto nella storia». Così nell’annuncio fatale del 24 febbraio. Da allora titoli e resoconti di giornali e social-network, così come i lanci di TG e talk show, sono zeppi di ricorsi a scenari catastrofici. Da tempo vediamo moltiplicarsi sugli schermi di computer e TV nubi o funghi malefici. Così come siamo angosciati dal vedere che altrove, in trasmissioni televisive, la minaccia del ricorso alla soluzione finale può  divenire materia diretta per l’intrattenimento televisivo: «I Polacchi debbono sapere che in trenta secondi non resterebbe più nulla di Varsavia», si è gridato nel corso di una diretta di «Rossyia 1».

Il giorno dopo i giornali di tutto il mondo hanno fatto a gara nel rilanciare notizia e interrogativi. Unitario il ricorso alla riproposizione globale dell’interrogativo fatale: “Rethinkink the Unthinkable”? “Ripensare l’Impensabile”? Con tanto di inevitabile rinvio al suo autore: a quel “Thinking the Unthinkable”, dovuto alla penna di Herman Khan, scienziato e ricercatore della Rand Corporation, che per primo e in solitaria aveva pensato a come rendere possibile il ricorso ad un first strike ultimativo, un «primo colpo» al di fuori delle costrizioni della deterrenza nucleare, senza la sicura garanzia dell’annichilimento generale. Sforzo vano, rimasto fortunatamente confinato in un malefico libro dei sogni che ha popolato le biblioteche del mondo e guadagnato all’autore l’immortalità nel capolavoro di Stanley Kubrick: Il dottor Stranamore.

Da allora i richiami alla possibile mutua distruzione dell’umanità come conseguenza di azzardi nella vicenda ucraina si sprecano. Conditi però ora da molteplici enumerazioni di ben altre fatali occorrenze. Che succede nel caso si usi – come sembra già accaduto e per più volte – il fosforo bianco? E se si fa ricorso ad altri composti chimici? Qualcuno potrebbe pensare ad armi batteriologiche? E se queste sfuggissero da questo o quel laboratorio?

Il tutto accompagnato da tante avvertenze sulle soglie già varcate, sul fatto che i russi sono stremati: la situazione sta loro sfuggendo di mano, non vi sono più apparenti vie d’uscita. Si paventa ormai anche la possibilità che, nel tentativo di trovare una rapida soluzione, una scorciatoia, vengano azzardate mosse estreme: e se provano infine a passar parola all’atomica? Non quelle micidiali proiettate all’altro lato del mondo dai vettori intercontinentali. Magari si sgancia qualche bomba “tattica”: un multiplo modesto – per dir così – dei funghi sbocciati su Hiroshima o Nagasaki …

E via alla giostra su giornali e TV. La parola passa subito agli esperti. Vi è bisogno di orizzontarsi seriamente. È l’ora delle stellette, degli strateghi d’ogni indirizzo e cultura. Il tutto però tradotto nel linguaggio immediato dei talk show, condito magari e ad intermittenza da lazzi e lanci pubblicitari. Lo spettatore o il lettore comune fa fatica ad orizzontarsi, a destreggiarsi con cartine e mappe complicate, sigle astruse. Poi all’improvviso cade la menzione per qualche venticello fatale. E allora anche il termine più astruso, più strambo – “spill-over” – si illimpidisce e rivela i suoi risvolti mostruosi. Che succede e dove se nell’attimo fatale in cui si sgancia un composto chimico, batteriologico o atomico – “tattico”, per carità – su qualche angolo di Ucraina, il vento spira da Ovest?  E se non è Tramontana, con strascichi sul Mar Nero, ma Libeccio? O Ponente? Tutto rischia di tornare indietro, di rivoltarsi contro, verso la casa di chi ha sganciato?

Allora anche il lettore meno acculturato, lo spettatore meno smaliziato comprende, trasale e rabbrividisce. Alle nostre latitudini, nel Mezzogiorno, ne abbiamo già fatto esperienza. In buona parte d’Europa abbiamo già conosciuto questi venti e questi annunci col disastro di Chernobyl. Vietato andare per boschi a raccogliere funghi. Meglio lasciar perdere verdura e finocchi. Sui campi è calata una nebbiolina di incerta natura. Meglio esser prudenti. In Francia si si ricorda ancora dello scandalo e dei brutti quarti d’ora rimediati allora da Chirac e Sarkozy per colpa dei servizi metereologici nazionali. Sicuri avevano annunciato che la nube radioattiva non aveva valicato le alture francesi. Ancora oggi grava il peso delle accuse e dei dubbi del tempo.

Non vi sarebbe spazio adesso se non per malinconici o mesti sorrisi. Solo che a turbare ora i nostri sonni stanno news assai inquietanti. A infoltire la chiacchiera usuale ci si sono messe le notizie dalle riunioni dei Grandi riuniti in consessi emergenziali. Sono stati giorni di sfilate e discorsi memorabili ai vertici di Nato, Unione Europea e Gruppo dei 7. Dai retrobottega in gran fermento di quei meeting sono venute notizie assai allarmanti. Ci dicono che si è pensato di modificare i paragrafi dei documenti relativi alla cosiddetta “postura strategica”. Insomma, si sarebbe pensato a quali risposte brandire nel caso qualche malaugurata nube chimica, radioattiva o atomica superi il confine ucraino e raggiunga terre “atlantiche”? Magari in Polonia o sul Baltico? La risposta sembra vaga. Perciò assai inquietante: “Ogni utilizzo da parte russa di armi chimiche o biologiche sarebbe inaccettabile e provocherebbe severe risposte … Stiamo accelerando la trasformazione della Nato rispetto ad una situazione strategica più pericolosa … rafforzando la nostra capacità di deterrenza»: queste le parole adoperate nel comunicato ufficiale pubblicato alla fine del vertice NATO Insomma, adesso non è più solo Putin a minacciare il ricorso a misure estreme. Lo si contempla ormai da ogni versante.

Il tutto mentre all’ONU appaiono bloccati tutti gli strumenti di intervento. La Russia si fa forte del suo voto in Consiglio di sicurezza ed esercita spregiudicatamente il cosiddetto «potere di veto». Non rimane spazio che per solenni ma inconcludenti risoluzioni dell’Assemblea generale, dimidiate ulteriormente dal ricorso all’astensione di realtà fondamentali: prime fra tutte, Cina e India. E allora diventa inevitabile interrogarsi sul tempo che viviamo, su questo XXI secolo.

Siamo ancora in un mondo governato dalla Carta delle Nazioni Unite? Ci orientiamo ancora tutti su quell’altra bussola guadagnata tempo fa per navigare nel nostro tempo? Su quell’altra regola, su quel comandamento supremo solennizzato alla fine del secondo conflitto mondiale? «Salvare le future generazioni dal flagello della guerra»?

Per noi Italiani, intanto vale ancora? Come ci muoviamo? Ci riconosciamo ancora, anche noi, in quel Trattato di non proliferazione nucleare firmato nel 1968 e finora ratificato da quasi 190 stati sovrani? Non ci siamo forse anche noi impegnati (in base all’articolo II) a non accettare il trasferimento sul nostro suolo di qualsiasi arma nucleare? E allora perché mai ospitiamo nelle basi di Aviano e Ghedi tra 70 e 90 atomiche cosiddette “tattiche”, marchiate a «stelle e strisce», nell’ambito del programma di condivisione della deterrenza nucleare NATO?

Ancora: perché mai – assieme a tutte le potenze atomiche e a quella aderenti alla Nato e poche altre – anche noi Italiani non abbiamo ancora firmato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari? Non è stato forse sottoscritto già da 129 nazioni e 7 organizzazioni internazionali? Non è forse già entrato in vigore il 22 gennaio 2021? È così che rispettiamo quel «ripudio della guerra» sancito nell’art. 11 della nostra Carta fondamentale?

Sarebbe forse il caso allora di mettere a frutto una lezione che ci è stata impartita proprio dall’Ucraina. Un precedente purtroppo relegato in qualche libro di storia (anzi, non in molti libri di storia e soprattutto dimenticato oggi nelle cronache quotidiane dei nostri giorni terribili). Pochi ricordano che gli Ucraini, sia pure divisi da lingue e culture diverse e qualche volta contrapposte, hanno saputo in frangenti difficilissimi assumere decisioni esemplari. Oggi sono sommersi da fuoco e ceneri micidiali. Sarebbe veramente assurdo se questa catastrofe fosse la risposta alla decisione presa nel 1991 quando l’Ucraina, nel dar vita assieme a Bielorussia e Federazione Russa alla CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), rinunciò, con l’aiuto logistico e finanziario degli USA, a migliaia di ogive e vettori nucleari. Furono allora tutti ceduti alla Russia di Eltsin o utilizzati come combustibile nelle varie centrali atomiche nazionali. È il caso di non dimenticare mai che quel micidiale armamentario, ereditato dalla dissoluzione dell’URSS, costituiva allora il terzo arsenale atomico del mondo per numero di testate e potenza. Ancor oggi farebbe dell’Ucraina un pilastro della deterrenza globale.

Forse è il caso di disporsi con ben altra disponibilità ad apprendere da questi passaggi fondamentali di vicende relegate in angoli remotissimi di una memoria troppo spesso tribalizzata da una comunicazione frettolosa e strumentale. È in questi frangenti che la storia torna ad esser utilmente maestra.

(Una anticipazione, assai più breve, di questo contributo è stata pubblicata sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 27 marzo 2022)

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LO SGUARDO DI PUTIN

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Lo sguardo di Putin

(pubblicato su «Fuori collana» 1 aprile 2022

Nel mirino l'accerchiamento calamitoso dell'Occidente: «Il collasso dell’Unione Sovietica è stato il maggiore disastro geopolitico del XX secolo». Ma «abbiamo saputo risollevarci», individuando nuovi vettori di sviluppo nella salvaguardia dei valori autenticamente russi».

Smarrimenti e incertezze
Sprofondiamo ormai da tempo. A precipizio, sia pure con attriti assai urticanti. Ancora impossibile valutare profondità e ampiezza della voragine aperta dell’89 e dai suoi vari post, con le loro scansioni del nostro ingresso nel Terzo Millennio. Né va meglio con l’esame puntuale di cause e antecedenti. Anche quando scevri da ogni malaccorta e sia pure inevitabile nostalgia per il «bel tempo andato»: «quando partiti e sindacati erano vivi …, un tempo ci si muoveva nelle sicure geografie di destra e sinistra. …. ecc ecc».
Arranchiamo a comprendere soprattutto se e come riusciremo a tradurre in soggettività politica, più o meno organizzata, l’immensa socialità profusa a piene mani nell’inesausta artificializzazione del mondo che ci circonda. L’abbiamo dissolto nei bit di una comunicazione infinita e negli atomi di un post-umano in perpetua interrogazione dell’ignoto. Ma lungi dal librarci nella libertà sconfinata promessa dal neoliberismo, corriamo verso una catastrofe ambientale, quando non finiamo prigionieri di inedite e mortificanti tribalizzazioni. Sono il frutto di una socialità eccitata da una individualizzazione senza freni, che puntualmente ci condanna al ruolo di apprendisti stregoni, vittime predestinate delle proprie macchinazioni. Quando la giostra si acqueta, puntuali e forzute si fanno avanti formule antiche, coriacee, con la loro offerta di ancoraggi sicuri alla mobilità e all’insicurezza picare e zingaresche delle reti: familismo, nazionalismo, sovranismo tutte dotate di solidi scettri, con autorità riconosciute, paternità onnipotenti.
Arranchiamo ancor più dal 24 febbraio, presi dal vortice di una «terza guerra mondiale». Al pari delle altre due, iniziata come «guerra civile europea». Come tale concepita e annunciata da Putin: una «operazione militare speciale» in un pezzo di mondo, l’Ucraina, che «è una parte inalienabile della nostra storia, cultura e spazio spirituale … i nostri compagni, le persone a noi più care – non solo colleghi, amici e persone che hanno servito insieme, ma anche parenti, persone legate dal sangue, dai legami familiari». Il tutto promettendo, a chi volesse opporsi, «conseguenze che non avete mai visto nella storia». E per non lasciar dubbi: «Siamo pronti per qualsiasi scenario. Tutte le decisioni necessarie al riguardo sono state prese, spero di essere ascoltato».
L’«impensabile» – l’«unthinkable» di Herman Khan, lo stratega della Rand Corporation immortalato come «Stranamore» da Stanley Kubrik – è tra noi. È divenuto incubo quotidiano, titolo di testa d’ogni giornale o annuncio televisivo. Radicato in uno scenario altro da quelli che hanno contornato le due catastrofi del XX secolo. Ora ci muoviamo in una geografia terremotata dall’innovazione radicale annunciata nel 1990 dall’allora segretario di Stato americano, James A. Baker III: «gli USA sono e resteranno una potenza europea». L’impegno, l’hanno mantenuto: nella Bosnia e nel Kosovo, sulla spinta innanzitutto delle divisioni e dell’ignavia europee. Su quelle onde hanno poi consolidato il loro ruolo di colonna portante dell’ordine continentale, saldi alla guida di una Nato divenuta faro e calamita nella disgregazione complessiva dell’Est europeo. Come dimenticare la discussione e lo scandalo suscitati nel 2003 dalle due contrapposte etichette apposte da Donald Rumsfeld alla Old Europe – Francia e Germania, soprattutto, dubbiose sulla proclamata «guerra al terrorismo» e sull’avveniente avventura irachena – e alla New Europe: l’ampio stuolo di paesi, nuovi membri o candidati, ansiosi di contribuire all’allargamento della Nato?
È al cuore di questa Europa che Putin mira quando scatena il maglio dell’aggressione all’Ucraina. Nel mirino l’accerchiamento calamitoso esercitato dall’Occidente, ad un tornante della storia in cui s’affollano liste e pressioni dei nuovi attori globali. Le parole impiegate negli annunci di guerra sono chiare: «Mentre la NATO si espande a est la situazione per il nostro Paese peggiora sempre di più, diventando pericolosa … Questa presenza a est sta nutrendo nei territori storicamente affini alla Russia un sentimento di ostilità verso la nostra Patria. Si tratta di territori posti sotto il pieno controllo esterno fortemente plasmato dalle forze della NATO. Questa situazione porta la Russia di fronte un bivio: vita o morte? Da questa decisione dipende il nostro futuro, come Stato e come persone … C’è in gioco la sovranità della Russia. La linea rossa, citata diverse volte, è stata superata. Loro l’hanno superata». Il tutto condito da ricostruzioni circa la capacità ucraina di padroneggiare l’energia nucleare, appresa in età sovietica, e di poterla ora riattivare con l’aiuto atlantico: «Se l’Ucraina ha un’arma di distruzione di massa, la situazione nel mondo cambierà drasticamente, soprattutto per noi» (così l’annuncio in tv dell’attacco all’Ucraina il 24 febbraio).
Lo scenario disegnato a teatro della decisione fatale è ultimativo e senza scappatoie. Vale la pena allora di provare a fermarsi un istante per comprendere meglio i timori che lo sommuovono e i disegni che se ne dipartono. Almeno per provare a non perdere orientamento e speranza.

Affreschi istituzionali e tentazioni geopolitiche
Doveva terminare la storia in quel fatale 1989 o magari distendersi in una lunga, interminabile stagione neoliberale. E invece hanno preso avvio scossoni e terremoti che hanno reso assai accidentato il passaggio al XXI secolo: Guerra del Golfo, fine dell’URSS, disintegrazione jugoslava, Bosnia, Kosovo. L’11 settembre ha poi fatto da porta ad un Terzo Millennio che non ci ha risparmiato né crisi finanziarie sconvolgenti né guerre: da quella impossibile «al terrorismo», alla seconda interminabile in Afghanistan, alla seconda guerra del Golfo nel 2003, per passare poi a Libia, Siria, o ai vari conflitti civili o variamente colorati su e giù per il globo, soprattutto a Sud. Fino ai tragici, ripetuti annunci di Papa Francesco «sulla Terza Guerra Mondiale a pezzetti».
Dall’89 ad oggi l’intero nostro presente è di fatto mappato, contornato da guerre: raramente con timbro ONU. Tutte con le loro etichette epocali, con i loro ossimori. Due tra tutte: «guerra umanitaria», «guerra al terrorismo». Sempre e solo «guerre celesti», quasi sempre a guida o conduzione «a stelle e strisce». Tutte ossessionate e istruite dall’esperienza vietnamita, dalla sconfitta e dalle perdite dolorosissime lì rimediate, e in parte da quella vista – e in un qualche modo sobillata – nell’Afghanistan invaso dall’URSS. Unico il comandamento messo a frutto: condurre possibilmente il tutto a distanza di sicurezza: ‘celestiale’, persino. E nelle forme più rapide: magari per ripristinare diritti nella paradossale negazione di quello fondamentale alla vita. Il tutto per risparmiare perdite e dolori al proprio campo. Tragiche illusioni pagate a carissimo prezzo. Basti pensare all’Afghanistan, il conflitto durato più a lungo nella storia USA. Soprattutto basta riflettere sul riflesso, sul rinculo domestico di quelle guerre: amplificazione e incrudelimento della «guerra civile», di quelle «cultural war» che da decenni – almeno dalla stagione della lotta per i diritti civili – scuotono e polarizzano la società americana; accentuazione ovunque del senso di smarrimento e insicurezza, corsa al rifugio – illusorio e impotente, il più delle volte – di nazionalismi e sovranismi.
Meno nota – magari appena evocata ma relegata in un angolo – la mappa delle guerre che hanno scandito la metamorfosi sovietico-russa e, soprattutto, l’ascesa di Vladimir Putin. L’elenco è noto: due interventi in Cecenia, fino al 2009, poi l’impegno in Georgia, con il riconoscimento come entità indipendenti di Abkazia e Ossezia del Sud (applicando il modello occidentale del Kosovo, gestito anche dalla Russia con la com-partecipazione alla Kosovo Force), l’intervento in Crimea (applicato richiamandosi all’intervento americano in Iraq), quello in Siria e infine in Kazakhistan. Il tutto giustificato dalla necessità di garantire la tenuta del tutto, spesso costellato dall’intervento di servizi e forze di sicurezza in emergenze non sempre limpide e comunque indirizzato – soprattutto nei primi anni Duemila – alla costruzione di una salda leadership di governo. Sono quelli gli anni più bui della presidenza eltsiniana e della devastazione oligarchica del paese.
Con perseverante applicazione la guerra è stata costantemente impugnata a strumento principe per preservare e conservare l’intero. Ma anche – e soprattutto – a colonna portante di una riscrittura dall’alto delle regole di convivenza in un organismo complesso sottoposto a tensioni inaudite, paventate ai primi passi della neonata CSI come dissoluzione imminente. La frammistione continua tra guerra e separatismi – ora avversati, si pensi alla Cecenia; ora promossi, Abkazia e Ossezia o più recentemente Crimea o Donetsk e Lugansk – di fatto si è affermata come elemento cardine di quella costruzione della «democrazia sovrana» o «democrazia gestita», secondo la traduzione di Timothy Snyder, che costituisce l’elemento distintivo del putinismo: una riscrittura sistemica delle regole istituzionali che dall’alto ha irregimentato la dialettica sociale e ridisegnato convenienze e opportunità del sistema economico. L’anarchia di oligarchie, il più delle volte a formazione e struttura regionali, dedite al saccheggio delle risorse e del patrimonio pubblico è stata lentamente ma decisamente destrutturata, per riorientarla nella decisa affermazione di una cleptocrazia istituzionalizzata a vari livelli, contigua allo Stato. Il tutto per effetto di uno scontro formidabile sostenuto in forme molteplici tra gli oligarchi dell’epoca eltsiniana, variamente legati spesso a organizzazioni criminali, e la classe dei “siloviki”, uomini d’apparato, spesso provenienti dai servizi o in senso lato da settori della sicurezza statale, ricollocati nei gangli fondamentali dell’amministrazione pubblica, deputata istituzionalmente alla ristrutturazione di ampi settori produttivi: riorganizzazione generale, fortemente centralizzata, di finanza, industria estrattiva e pesante, media, produzione di armi ecc.
La riconquista di una certa stabilità istituzionale è divenuta perciò la chiave per una parziale ricucitura sociale che ha permesso – sia pure nella parossistica esaltazione di straordinarie diseguaglianze sociali – la diffusione e lo sviluppo di un consumismo vagamente orientato a modelli occidentali, fondativo di ampie fasce di ceto medio. Il balzo delle quotazioni del petrolio (da 35 dollari per barile fino a 150) proprio all’alba della prima presidenza Putin fu manna dal cielo. Nel frattempo si iniziava a rimodellare ampiamente dall’alto l’armatura istituzionale, costruendo la cosiddetta «verticale del potere»: revisione della legge elettorale con innalzamento della soglia di sbarramento, riorganizzazione a maglie larghe del sistema federale e dei vari governatorati, ora di nomina presidenziale, sottomissione al parere del presidente dell’intero percorso legislativo, rivisitazione del sistema politico, con la tappa fondamentale della fondazione del partito putiniano «Russia Unita». A vari livelli si iniziava a picconare decisamente il sistema di formazione delle oligarchie regionali, riportando sotto il controllo centrale gangli fondamentali della vita pubblica e della regolazione politico-economica.
Sono anni in cui le essenziali cure di governo – spesso militari – sono tutte rivolte all’interno, finalizzate alla conquista di stabilità e sviluppo. In politica estera si afferma una linea attendista. Non vengono sottaciuti appunti e critiche al modo in cui la dissoluzione del vecchio blocco di Varsavia e di parti dell’ex URSS lentamente vengono a disporsi nell’Unione Europea o nella Nato che si allargano ad Est. Ma esse sono di fatto composte entro forme di consultazione e collaborazione, più o meno istituzionalizzate. Putin non ha mai minimamente messo in discussione le formule di cooperazione ereditate da Eltsin, in particolare l’ Euro-Atlantic Partnership Council (1991), il programma di Partnership for Peace (1994) oppure il fondamentale Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security firmato a Parigi nel maggio 1997 fondativo del Permanent Joint Council. Anzi, dopo l’11 settembre 2001, la Russia concede l’utilizzazione del suo spazio aereo alla coalizione internazionale impegnata nella campagna in Afghanistan e, soprattutto, nel maggio del 2002 al Summit Nato di Roma viene raggiunto un accordo complessivo per dar vita al Nato-Russia Council allo scopo di combattere il terrorismo e approfondire la cooperazione in campo militare, anche attraverso esercitazioni comuni e l’approfondimento dell’inter-operabilità.
Mugugni e divisioni momentanee turberanno il clima di collaborazione: ad esempio, per il riconoscimento del Kosovo, dal lato occidentale, o per gli interventi in Georgia da parte della Russia. Ma non vi saranno grandi sconvolgimenti quando verranno a conclusione i due grandi round di allargamento: Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia che diventano membri dell’Alleanza nel 1999 dopo la candidatura al vertice Nato di Madrid del 1997; Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia e Romania nel 2004. Seguiranno poi nel decennio successivo e per varie tappe Albania e Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord. Meno spigoloso ancora l’atteggiamento della Russia e del primo Putin, nei suoi iniziali due cicli di presidenza, nei confronti dell’Europa o dell’Occidente tutto. Basti pensare alla partecipazione della Russia e dello stesso Putin al G8 sino alla crisi del 2013-2014 causata dall’intervento in Crimea.

Vecchi sipari e nuove attrattive
Rispetto al mugugno continuo con cui dal lato russo l’allargamento della Nato sarà accompagnato, poche voci si leveranno in Occidente a suonare l’allarme per la pace e la stabilità future. George Kennan, padre putativo del contenimento e del mondo bipolare – sia pure in aperta critica delle loro accentuazioni militaristiche – parlerà di «errore fatale»: nella sua visione, l’allargamento appariva come detonatore per future pericolose fiammate del nazionalismo russo anti-occidentale. L’occasione per il suo allarmato editoriale sul «New York Times» del 5 febbraio 1997 saranno le prime notizie sulle candidature di Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia. Anni dopo, allo scoppio della crisi in Crimea, sarà un altro grande della diplomazia a «stelle e strisce», Kissinger, a sollevare il problema in un editoriale sul «Washington Post» e nel suo fondamentale World Order: evitare rotture irreparabili, l’Ucraina magari aderisca all’UE ma non alla Nato e si provi a risolvere il problema della Crimea consensualmente.
A dar voce, invece, al mainstream atlantico ha provveduto per anni Zbigniew Brzezinski. Fin dal 1993, nel suo Out of Control, passando per The Grand Chessboard (1998), fino a The Choice del 2004 egli ha insistito a senso unico sulla centralità dell’Ucraina negli equilibri geopolitici complessivi: «l’Ucraina è un cardine geopolitico, nel senso che la sua stessa esistenza come Stato indipendente contribuisce alla trasformazione della Russia. Senza l’Ucraina la Russia cesserebbe di essere un impero euroasiatico». Al contrario, «se la Russia conquisterà il controllo dell’Ucraina», con le sue risorse e il controllo del Mar Nero, ritornerà automaticamente un «potente Stato imperiale, tale da abbracciare Europa ed Asia, con ripercussioni immediate sull’Europa centrale, con la Polonia trasformata nella zona cardine del confine orientale di una Europa unita». Di qui la sua insistenza e la sua collaborazione nel rafforzamento del generale accordo sulla formazione della Confederazione degli Stati Indipendenti, CSI, ad opera nel 1991 di Federazione Russa, Bielorussia e Ucraina, conseguito con il Memorandum di Budapest del 5 dicembre 1994. Una pagina poco nota e commentata, ma di fondamentale importanza per gli avvenimenti successivi. Con quell’accordo storico l’Ucraina aveva deciso di smaltire l’enorme scorta di armi nucleari ereditato con la dissoluzione dell’URSS, aderendo al trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Le migliaia di testate nucleari sarebbero poi state inviate in Russia per lo smantellamento nei successivi due anni con l’aiuto finanziario anche degli USA. In contropartita Russia, Stati Uniti e Regno Unito – seguiti poi da Cina e Francia – assicuravano all’Ucraina sicurezza, indipendenza ed integrità territoriale nei confini riconosciuti al momento della formazione della CSI. In questo modo, senza mortificare la voglia di indipendenza della stragrande maggioranza degli ucraini – celebrata dal referendum generale del 1° dicembre 1991, con oltre l’84% di partecipazione popolare, il 90% di sì e persino il 54% di favorevoli nella russofona Crimea – si provava ad offrire alla Russia una garanzia inoppugnabile sulla perpetua volontà di amicizia e buon vicinato. Più tardi allo scoppio della crisi in Crimea Brzezsinki avrebbe indicato la via d’uscita in una ‘finlandizzazione’ condordata dell’Ucraina.
Speculari a quelle di Brzezsinki – ma senza esasperazioni – le posizioni prevalenti nelle principali correnti di opinione in Russia nei primi anni Duemila: il rapporto con l’Ucraina è decisivo per il futuro della Russia e della sua influenza nel mondo. Del resto si trattava di una postura tradizionale, vero e proprio fulcro della geopolitica classica. Superfluo il richiamo ai grandi del passato – da Karl Haushofer a Halford Mackinder – e alle loro elucubrazioni sull’«Eurasia», regione perno, vero e proprio Heartland, «cuore della Terra», da cui dipendono le sorti degli equilibri mondiali. Il dibattito, il confronto e a volte lo scontro accompagneranno il cosiddetto «allargamento della Nato» ad Est nel passaggio agli anni Duemila. Il tutto in una sostanziale riproposizione del vecchio bipolarismo e a dispetto del suo sostanziale tramonto anche in quest’area.
Alcuni dati, però, finiscono con l’essere trascurati in questo scenario dominato dall’egemonia americana e dal nuovo clima imposto soprattutto dall’11 settembre. Relegati sul fondo rimangono alcuni dati essenziali, destinati però ad esercitare il loro peso sia nell’immediato sia a distanza di tempo.
Come e quanto pesa lo strumento militare ampiamente e senza molti limiti utilizzato da Putin – ad esempio in Cecenia, soprattutto nella seconda tornata di quella guerra – nello spingere in pratica la totalità degli Stati dell’ex Patto di Varsavia o ex sovietici a cercare sicurezza, a chiedere l’adesione alla Nato? Perché un movimento tanto unitario e compatto di un intero mondo? Tutto frutto del potere di attrazione, del soft-power a «stelle e strisce»? O, peggio, di una caparbia volontà degli USA di scavare in quella miniera geopolitica, magari sotto l’influsso esercitato dai neocons di Bush II, alla ricerca di una chiara supremazia anche rispetto agli antichi alleati europei. È il caso sicuramente già segnalato di Rumsfeld e delle sue elucubrazioni su Old e New Europe, «Vecchia e Nuova Europa».
A cercar meglio si possono trovare altri dati che spiegano i movimenti sulla scena: ma di tutti i protagonisti. Gli Europei non sono stati con le mani in mano dopo la caduta del Muro. E anche loro hanno funzionato da calamita. La deriva da Est verso Occidente non è a senso unico verso la Nato. Anche la UE appena nata a Maastricht sfodera attrattive. Ma non a tutto campo. Quando ha provato a fare il salto da comunità economica a unione politica non ce l’ha fatta. Non è riuscita a liberarsi dal generale quadro di condizionamento segnato dalla Guerra del Golfo, e dallo strapotere lì esercitato dagl USA. Si è divisa infine nei suoi ranghi alti al G7 di Londra sugli aiuti a Gorbaciov e rispetto ai primi passi della dissoluzione jugoslava. E così, avviandosi al traguardo di Maastricht, ha mancato l’appuntamento sulle questioni fondamentali della politica estera e di sicurezza. Ha finito col dividersi tra due ipotesi: quella franco-tedesca di cominciare a costruire un esercito europeo e quella anglo-italiana di non abbandonare il coordinamento strategico con la Nato. E così nelle tavole della legge per la nuova Europa non v’è posto per una politica estera e di difesa comune ed è rimasto l’abbraccio atlantico per gli stati che aderiscono a quel Patto.
Più al fondo del dibattito tra i costituenti europei – scandagliati solo dagli specialisti e di fatto sottaciuti al grande pubblico – alcuni grandi nodi. Inghilterra e Francia, Grandi Europei, hanno atomica e potere di veto in Consiglio di Sicurezza all’ONU. A chi passerebbe l’esercizio di queste supreme, ultime, prerogative se si riuscisse a dar vita ad una configurazione federale di politica estera e di sicurezza simile a quella prefigurata in campo monetario con l’Euro? E poteri siffatti sarebbero compatibili con una seconda corazza atlantica? O la renderebbero obsoleta o magari bisognosa di un ripensamento radicale?
L’Unione Europa nasce così monca a Maastricht e amputata di prerogative nel campo della sicurezza. Sprigiona fascino per attrarre ma non in misura sufficiente a guarire da vecchi mali. E nei paesi che da Est vengono ad allargare il perimetro pesano vecchi malanni e abitudini consolidate: meglio non cedere completamente sovranità. Piuttosto contrattarla e duramente. Visegrad diventerà l’etichetta di un allargamento continuamente rimesso in discussione, costantemente chiamato a nuove conferme dall’esercizio della «democrazia sovrana». Più sicuro e limpido l’orizzonte della Nato. Almeno fino a che le acque non si intorbidano.

Uno sguardo cangiante e ossessivo
Il cielo comincia ad oscurarsi già nel 2005, quando Putin inizia a traguardare l’inevitabile passaggio di consegne presidenziali a Medvedev e all’indomani di quelle «rivoluzioni colorate» che nel biennio 2003-2005 hanno rimesso in discussione tra Georgia, Ucraina, Kirghizistan e Bielorussia i vecchi poteri. Soprattutto hanno rivelato profondi influssi occidentali. Nel discorso presidenziale alla Duma del 25 aprile 2005 inaugura quello che diverrà un leit-motiv permanente, sottoposto poi nel tempo ad arricchimenti progressivi: «il collasso dell’Unione Sovietica è stato il maggiore disastro geopolitico del XX secolo». La Russia intera ne è stata sconvolta, sì da far temere lo sfascio definitivo come agonia prolungata del sistema sovietico sotto l’assalto del terrorismo, di oligarchie senza scrupoli, di un’economia in rotoli e di una arrembante povertà. Ma «abbiamo saputo risollevarci», individuando nuovi vettori di sviluppo nella salvaguardia dei valori autenticamente russi.
Ecco: combinare bisogno di innovazione e tradizione per conquistare la stabilità. E quale migliore scelta se non il privilegio e la primazia accordati alla Chiesa ortodossa nella chiamata a soccorso al capezzale di una realtà uscita boccheggiante dagli anni di Eltsin? O ancora lo strumento della repressione – anche crudele – per ogni atto di separatismo, ogni conato terroristico – reale o esagerato, magari costruito – che si affacci a turbare la vita comunitaria. Di qui l’accento continuo, condito anche dall’esibizione esteriore della propria religiosità, sulla centralità della Ortodossia nella lunga storia russa, come perno capace di conferire unità ad una realtà multi-etnica e multi-culturale. Di qui il privilegio accordato, fin dai primi passi come presidente, a consiglieri quali Tikhon Shevkunov, teorico della Russia come «Terza Roma», ultimo baluardo rispetto alla corruzione di Bisanzio, mai contrastata dall’Occidente traditore e in disarmo spirituale. Di qui l’inizio di tante celebrazioni per tanti momenti della lunghissima vicenda russa, sì da mettere in parentesi il periodo sovietico e da iniziare a differenziare meriti e colpe storiche di questo o quel leader: ad esempio, la lenta ma continua rivalutazione di Stalin, eroe della guerra nazional-patriottica contro il nazismo, o la condanna per il Lenin che tratta con la Germania e tiene a battesimo l’Ucraina novecentesca.
Nel biennio 2007-2008 inizia un nuovo ciclo a partire dalla chiusura della guerra cecena e dalla cesura nella carica presidenziale, dopo i primi due mandati consecutivi. La «democrazia sovrana» di Vladimir Surkov, specialista di pubbliche relazioni assurto al ruolo di consigliere principe di Putin, inizia a dispiegare tutto il suo potere suadente, mentre inizia a farsi ossessivo il richiamo a Ivan Alexandrovich Ilyin, filosofo espulso nel 1922 dalla Russia, riparato dapprima a Berlino e poi a Zurigo, profondamente influenzato dalla vicenda fascista e nazista, e approdato a concezioni filosofiche fortemente segnate dal misticismo religioso. Col tempo, il richiamo a questa figura centrale nella cultura russa di stampo conservatore e nelle elaborazioni putiniane si farà così continuo da convincere alcuni attenti studiosi – tra i quali, ad esempio, Timothy Snyder – a intravedere nel filosofo il teorico di una sorta di «neozarismo» putiniano. E così sulla scorta delle suggestioni fornite da Ilyin, sulla necessità di trasfigurare nell’eterna, necessitata figura del «redentore», la più moderna affermazione di un «dittatore democratico», Surkov ridefiniva come pilastri del nuovo Stato russo e delle sue rivisitate istituzioni democratiche la centralizzazione, la personificazione e l’idealizzazione del potere. Di qui il bisogno di unità dietro un solo individuo: s’avverava il sogno di Ilyin di un individuo che si riscopre libero immergendosi in una comunità che si sottomette ad un leader.
Il tutto favorito da una economia in cui la crescita inizia a sfiorare il 7% annuo, grazie ai prezzi vantaggiosissimi sui mercati internazionali dell’energia. E così Putin, traguardando già oltre la futura presidenza Medvedev, può mettere in cantiere la riforma dell’istituto presidenziale, portato da 4 a 6 anni a partire dal 2012, quando potrebbe essere rieletto (nel 2020 si provvederà ad allungare la presidenza di altri due possibili mandati). Intanto si conduce la guerra in Georgia, conclusa con il riconoscimento dell’indipendenza di Ossezia e Abkazia, e inizia lo smarcamento in campo internazionale rispetto al basso profilo finora osservato.
Di rilievo due discorsi del biennio 2007-2008. Nel primo, partecipando all’abituale appuntamento in Germania, a Monaco, sulla sicurezza europea, si produce in un forte attacco alla Nato, dichiarando che la sua estensione «non ha alcuna relazione con i bisogni della sua modernizzazione». La denuncia è molto netta: è in atto «una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia». L’anno seguente, poco prima di lasciare la presidenza della Federazione Russa, partecipa direttamente nell’aprile 2008 ad un meeting della Nato a Bucarest. I toni sono particolarmente diretti e combattivi. Dopo aver contestato l’opportunità e la legittimità di basi per la «difesa missilistica avanzata» in Polonia e Repubblica Ceca, dirige un attacco frontale al ventilato, sia pur lontano, ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza atlantica: «la Nato non può garantire la propria sicurezza a spese della sicurezza di altri paesi» e denuncia la «totale demonizzazione della Russia» in corso ad opera di paesi un tempo alleati.
Si gettano così le basi per una complessiva revisione della politica estera. Quando Putin quattro anni dopo riassumerà le sue vesti presidenziali i toni muteranno definitivamente. Intanto lentamente si darà corso ad una ulteriore revisione costituzionale ed istituzionale, particolarmente attenta alla nuova permeabilità di idee e comunicazioni veicolata dai social network. Memori dei vari sommovimenti variamente colorati negli anni passati, ora si mette sotto torchio le ONG, di qualsiasi colore o radice, nazionale o straniera: sottoposte a controllo della Corte costituzionale, possono vedere i propri membri multati o imprigionati per possibili minacce all’ordine costituzionale o alla sicurezza. Il giro di vite si allarga anche alle nuove società di comunicazione online, costrette a conservare su server sul territorio russo i dati su ogni utente, pena la cessazione delle attività. Si penetra infine nel sancta santorum familiare: con il sostegno della Chiesa ortodossa si procede alla depenalizzazione di buona parte delle violenze domestiche. Val la pena anche di ricordare ora come, nel 2011 sul finire del mandato presidenziale di Medvedev, si tenga il congresso fondativo di «Russia Unita», il cui momento culminante sarà costituito dall’annuncio della terza candidatura di Putin a presidente.
È a partire da questo momento che il suo sguardo si colora ora di nuove, più accese sfumature, mentre la spesa per armamenti raddoppia il suo peso nel bilancio pubblico statuale. Il pensiero di Putin si arricchisce di nuovi apporti, come frutto della diffusione anche in Russia di esperienze quali quelle tipiche nel mondo anglo-sassone dei think-tank. Spiccano tra i tanti, per l’assiduità della loro attività, circoli di discussione e elaborazione teorica quali il Valdai Discussion Club, omaggiato annualmente dalla presenza di Putin al periodico meeting, o l’Izborsk Club, fondato dallo scrittore neofascista Aleksander Prochanov e vagamente ispirato alle dottrine del filosofo cristiano Nikolaj Alexandrov Berdjaev o dello storico Lev Gumilev. Al centro delle teorizzazioni di quest’ultimo gruppo una netta propensione geopolitica, ma soprattutto geo-filosofica, sull’Eurasia, o meglio sulla Mongolia come fonte autentica del carattere russo, tale da tenerlo al riparo dalla decadenza occidentale. Lì una possibile patria, sorgente di una comunità allargata dall’Oceano Pacifico fino alla malaticcia penisola europea ad Occidente. Pronto ad attivarsi entro queste generali prospezioni, un personaggio come Alexandr Dugin, assai presente in varie iniziative europee ed italiane, con le sue teorizzazioni sull’Ucraina come barriera frapposta al destino euro-asiatico della Russia contemporanea. Per questi tratti del suo pensiero assai vicino a Putin e alle sue teorie sull’Ucraina come parte costitutiva della civiltà russa.
Riecheggiando le idee di Carl Schmitt su terra e mare, rivisitate da Dugin, le teorie propalate dall’ Izborsk Club, fondato non a caso nel 2012, si appuntano sull’eterna lotta del sano e virtuoso popolo della terra contro il popolo del mare, vuoto e astratto. La geopolitica vira in filosofia e battaglia delle idee o di civiltà contrapposte. L’Europa sta morendo insidiata da mali molteplici: matrimoni gay, promozione della pederastia, crisi della famiglia. L’Occidente ha però attivato anche una macchina ideologica formidabile che ora minaccia dall’interno la società russa, in un cannoneggiamento diretto verso la Chiesa ortodossa, base spirituale della nazione.
Bisogna perciò reagire attraverso un piano straordinario di mobilitazione, culturale e economico, per concentrare ogni risorsa nella preservazione della sovranità russa e della sua cultura profonda. Questo martellamento produce un mutamento fondamentale negli indirizzi di politica estera. Lo testimonia il documento ufficiale di politica estera, il Foreign Policy Concept del 18 febbraio 2013, firmato dal ministro degli Esteri Lavrov e approvato direttamene dal presidente Vladimir Putin. In un futuro dominato dai processi di globalizzazione e da caos e lotta per l’accaparramento delle risorse, è necessario riconquistare grandi spazi adeguati a preservare patrimoni, giacimenti di cultura e civiltà. Di qui la necessità di garantire rapporti e legami nell’intera area euro-asiatica. Perché non prevedere perciò che nei colloqui in corso su futuri legami tra Ucraina e UE venga inclusa anche la Russia, grazie soprattutto al suo retroterra vitale in tempi così bui e di crisi dei meccanismi decisionali.
In quello stesso 2013, al Valdai Club, a settembre Putin si spinge anche più avanti. Sull’onda sempre del pensiero di Ivan Ilyin parla di un «modello organico» russo di cui l’Ucraina fa da sempre organicamente parte: «Abbiamo tradizioni comuni, una mentalità comune, una storia e una cultura comuni». Perché rompere questa unità con i colloqui in corso tra Ucraina e UE sotto la presidenza Janukovic?
Inizia allora una attenzione spasmodica nei confronti dell’Europa e della politica europea. Nascono molteplici tentativi di penetrare in quel mondo, di intessere legami, provare ad esercitare influenza. Di qui i rapporti intessuti con vari leader: da Gerhard Schröder al ceco Milos Zeman, eletto presidente nella Repubblica Ceca nel 2013, o Silvio Berlusconi, dal 2011 periodicamente ospite di Putin in Russia. O l’appoggio, la lenta penetrazione in partiti e movimenti contrari all’approfondimento dell’UE o votati a forme regionali o nazionali di ispirazione sovranista o separatista. Si pensi ancora alla preferenza accordata a leader quali Nigel Farage o Marine Le Pen, su una rete televisiva come Russia Today, con i suoi canali in varie lingue, oppure financo i finanziamenti, più o meno occulti, a questo o quel partito o movimento. Si pensi ad esempio all’accordo di cooperazione con gli austriaci del Freiheitliche, premiati nel 2017 con il 26% dei voti e ammessi a dicembre nel governo di coalizione. Oppure – caso assolutamente eclatante – alla figura di Donald Trump e alla relazione speciale istituita con Putin sulla base di una ventilata reciproca simpatia, oltre che di una serie di ‘affari’ in terra russa in corsia preferenziale. È assai arduo comprendere quanto e come la facilità nello stabilire simili relazioni abbia favorito la visione presso le élites raccolte attorno a Putin di un Occidente di fatto senza più spina dorsale, incapace di decisioni risolute in tempi bui. A testimoniarlo, comunque, stanno parole precise di Putin, assai simili a quelle pronunciate dal patriarca Kirill in una analoga occasione. Per Putin, sempre al Forum di Valdaj del settembre 2013, «Molti Paesi euro-atlantici stanno negando le loro radici, tra cui i valori cristiani che sono alla base della civiltà occidentale. Stanno negando i principi morali e la propria identità: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale. Mettono in vigore politiche che pongono allo stesso livello delle numerose famiglie tradizionali, le famiglie omosessuali: la fede in Dio equivale ormai alla fede in Satana».
Su questo stesso sfondo, ma ancora più deciso, Dugin, sulle orme di Samuel Huntington e del suo «scontro di civiltà», identifica in Ucraina il punto focale di uno scontro non più contenibile. Qui l’universalismo liberal-americano, l’atlantismo, l’occidentalismo incarnati dall’attuale dirigenza ucraina si scontrano con la tradizione euro-asiatica ortodossa, russa, anti-americana ma non anti-europea: perché l’Europa ha il suo vero cuore pulsante nella sua dimensione continentale terrestre, nei suoi legami euro-asiatici. Con mosse simili, di fatto la Russia prova a mettersi alla testa di un vasto e variopinto fronte, accomunato da una grande attenzione per le mosse di Vladimir Putin e per una possibile rivoluzione conservatrice. Unico il grido levato da tutti: «rischiamo di vivere nel mondo descritto dai romanzi di Aldous Huxley e Anthony Burgess, una società edonistica, ignara della Patria, della Famiglia, di Dio».

Conclusioni provvisorie
Se questo è lo sguardo con cui Putin legge il mondo che ci circonda, sono chiare le motivazioni dell’attacco all’Ucraina. Riguadagnare spazio vitale, intanto verso il Mar Nero e le promesse che di là vengono di nuove «vie della Seta». Subito dopo muovere nei confronti di una Europa in bilico e in difficoltà nel dialogo con l’«amico americano», indebolito dallo scisma di Trump e dall’amarissima ritirata afghana. La minaccia subito brandita persino dell’arma fatale, serve a complicare subito la ricerca di una risposta efficace da parte della comunità atlantica tutta, costretta immediatamente a contemplare precipizi fatali. A ingarbugliare il tutto ci si è messa però la inattesa resistenza ucraina. Adesso è tutto più difficile. E vengono fuori i lati più deboli.
Una sfida geostrategica è stata gestita tramutandola – sulla scorta di una attivistica rivisitazione dello «scontro delle civiltà» di Huntington – in una «crociata» della civiltà mongola contro quella occidentale, di una sana Russia profonda contro la decadente Bisanzio d’Occidente, contro la sua deboscia inarrestabile. A chiamare alla battaglia è però una élite tra le più debosciate al mondo, una oligarchia dimentica di fatto della propria patria e dei propri simili e dedita ad una delle spoliazioni più radicali del proprio pezzo di mondo: pronta poi ad esportare la ricchezza conquistata ovunque, al sicuro da possibili, sia pure improbabili, ganasce dello Stato russo. Di qui la teorizzazione tanto insistita quanto risibile del nuovo nazismo annidato in Ucraina e Occidente: un male da estirpare, mentre ogni giorno si celebra l’abbraccio con una destra radicale assai tiepida nella presa di distanza da tristi ascendenze novecentesche. Sono tutti fronti che rendono debole la posizione di Putin, in un momento in cui la guerra non solo si prolunga ma soprattutto sparge attorno a sé miasmi di lunga durata e persistenza. Quanto costerà il post-guerra, se e quando verrà? E non solo in termini economici, ma di inimicizie durature, di rotture assai difficili da sanare?
Meglio non avventurarsi in simili prospezioni assai rischiose e inutilmente fantasiose. Meglio interrogarsi su alcune pressanti domande dirette. Può l’Europa o meglio l’UE reggere ancora e in queste forme, nel carapace atlantico, uno scontro di queste dimensioni e pericolosità? Avviarsi finalmente per la costruzione di una vera identità, di una reale presenza globale non è questione di un 2% nelle spese militari. Sono ben altre le decisioni da assumere, ancora più complicate ora che l’Inghilterra se ne è andata e premono quelli di Visegrad. Quale Europa, con quali poteri e quali visioni del mondo? Ancora minacciato dall’atomica? È il caso o no – su questo terreno fondamentale su cui si gioca davvero la partita per una reale identità europea – di giocare fino in fondo la partita? A partire da una firma decisa su quel trattato di proibizione delle armi atomiche su cui soprattutto alle nostre latitudini hanno imperversato finora silenzi e reticenze

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EOLO E L'ATOMICA

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Eolo e l’atomica

Pubblicato il 28 marzo 2022 su «pagina21.eu» Rivista della Fondazione Giuseppe Di Vagno

Le cronache dell’epoca ci dicono che fu assai elaborata la ricerca di un emblema per la nascente NATO-OTAN, quando all’indomani della guerra di Corea si volle dar vita all’organizzazione militare fondata sul Trattato del Nord Atlantico firmato due anni prima, nel 1949. Dopo varie ricerche e proposte solo nell’ottobre del 1953 si giunse infine – su indicazione di Lord Ismay, primo segretario dell’organizzazione – all’immagine stilizzata di una rosa dei venti o bussola: l’ideale per orizzontarsi nella ricerca della pace. Tutto racchiuso entro un cerchio utile a garantire l’unità dei vari firmatari del patto.

Insomma, un emblema, uno strumento per tempi assai tempestosi, per mantenere la rotta tra marosi e burrasche. Un aggeggio di cui si sente un gran bisogno oggi, mentre infuria una guerra in cui si fa ormai giornaliero ricorso alla minaccia dell’atomica o d’altre armi assai micidiali. Ne son piene le prime di giornali e social-network, così come i lanci di TG e talk show. E senza più nemmeno la faccia di Putin, moltiplicato sugli schermi di tutto il mondo al momento degli annunci fatali alla nazione russa. Da tempo ogni sera vediamo moltiplicarsi sugli schermi nubi o funghi malefici. Turbano ormai le serate di ognuno. Le mutano in incubi popolati dalle immagini quotidiane di morti e rovine. L’altro ieri, in prima serata, Vladimir Solovyov, intrattenitore principe di Rossya 1, ha sollazzato il pubblico con il ricorso alla minaccia dell’arma fatale. E così si è prodotto in un annuncio mortifero: «I Polacchi debbono sapere che in trenta secondi non resterebbe più nulla di Varsavia».

Immediate le reazioni in ogni parte del globo e da ogni versante. Dalle colonne del Corriere della Sera passando a quelle del New York Times, per Le Monde o il Washington Post o per la celebrata, prestigiosissima, Foreign Affairs, uno solo l’interrogativo sospeso sulla testa del mondo: Rethinkink the Unthinkable? Ripensare l’Impensabile?

E giù con i richiami fatali alla mutua distruzione dell’umanità. Conditi ora dalle molteplici enumerazioni di ben altre fatali occorrenze. Che succede nel caso si usi – come sembra già accaduto e per più volte – il fosforo bianco? E se si fa ricorso ad altri composti chimici? Qualcuno potrebbe utilizzare armi batteriologiche? E se queste sfuggissero da questo o quel laboratorio?

Attenzione, i russi sono stremati. La situazione sta loro sfuggendo di mano. Può darsi anche la possibilità che, nel tentativo di trovare una rapida via d’uscita, una scorciatoia, azzardino mosse estreme. Se provano infine a passar parola all’atomica? Non quelle micidiali proiettate all’altro lato del mondo dai vettori intercontinentali. Magari si sgancia qualche bomba tattica: un multiplo modesto – per dir così – dei funghi sbocciati su Hiroshima o Nagasaki.

E via alla giostra su giornali e TV: la parola passa subito agli esperti.

Vi è bisogno di orizzontarsi seriamente. È l’ora delle stellette, degli strateghi d’ogni indirizzo e cultura. Il lettore comune fa fatica a destreggiarsi con cartine e mappe complicate, sigle astruse. Poi all’improvviso cade la menzione per qualche venticello fatale. E allora anche il termine più astruso, più strambo – spill-over – si illimpidisce e rivela i suoi risvolti mostruosi. Che succede e dove se nell’attimo fatale in cui si sgancia un composto chimico, batteriologico o atomico – tattico, per carità – su qualche angolo di Ucraina, il vento spira da Ovest?  E se non è Tramontana, con strascichi sul Mar Nero, ma Libeccio? O Ponente? Tutto rischia di tornare indietro, di rivoltarsi contro, verso la casa di chi ha sganciato?

Allora anche il lettore, lo spettatore meno acculturato comprende, trasale o rabbrividisce. Alle nostre latitudini, noi pugliesi ne abbiamo già fatto esperienza. Abbiamo già conosciuto questi venti e questi annunci col disastro di Chernobyl. Vietato andare sulla Murgia a raccogliere funghi. Niente cardoncelli, per ora. In Francia si si ricorda ancora dello scandalo e dei brutti quarti d’ora rimediati allora da Chirac e Sarkozy per colpa dei servizi metereologici nazionali. Sicuri avevano annunciato che la nube radioattiva non aveva valicato Alpi e alture francesi. Ancora oggi grava il peso delle accuse e dei dubbi del tempo.

Non vi sarebbe spazio adesso se non per malinconici o mesti sorrisi. Solo che a turbare ora i nostri sonni stanno news assai inquietanti. A infoltire il chiacchiericcio atomico usuale ci si sono messi i dispacci provenienti dai retrobottega strategici dei meetings di Nato, UE e G7. Ci dicono che si sta pensando di modificare i paragrafi dei documenti relativi alla cosiddetta postura strategica.

Insomma, quali risposte bisogna brandire nel caso qualche malaugurata nube chimica, radioattiva o atomica superi il confine ucraino e raggiunga terre atlantiche? In Polonia o sul Baltico? La risposta sembra vaga. Perciò assai inquietante: «Ogni utilizzo da parte russa di armi chimiche o biologiche sarebbe inaccettabile e provocherebbe severe risposte […] Stiamo accelerando la trasformazione della Nato rispetto ad una situazione strategica più pericolosa […] rafforzando la nostra capacità di deterrenza»: queste le parole adoperate nel comunicato ufficiale pubblicato ieri alla fine del vertice NATO. Insomma, adesso non è più solo Putin a minacciare il ricorso a misure estreme. Lo si contempla ormai da ogni versante.

E allora affiora inevitabile interrogarsi sul tempo che viviamo, su questo XXI secolo.

Siamo ancora in un mondo governato dalla Carta delle Nazioni Unite. La nostra bussola è ancora quel comandamento supremo lì solennizzato: «salvare le future generazioni dal flagello della guerra»? E noi in Italia, come ci muoviamo? Non ci riconosciamo forse anche noi in quel Trattato di non proliferazione nucleare firmato nel 1968 e finora ratificato da quasi 190 stati sovrani? Non ci siamo forse anche noi impegnati (in base all’articolo II) a non accettare il trasferimento sul nostro suolo di qualsiasi arma nucleare? E perché mai ospitiamo nelle basi di Aviano e Ghedi tra 70 e 90 atomiche cosiddette tattiche, marchiate a «stelle e strisce», nell’ambito del programma di condivisione della deterrenza nucleare NATO? E perché mai – assieme a tutte le potenze atomiche e a quella aderenti alla Nato e poche altre – anche noi Italiani non abbiamo ancora firmato il Trattato per la proibizione delle armi nuclearisottoscritto invece già da 129 nazioni e 7 organizzazioni internazionali, entrato in vigore il 22 gennaio 2021? È forse così che rispettiamo quel «ripudio della guerra» sancito nell’art. 11 della nostra Carta fondamentale?

Sarebbe forse il caso, ancora una volta, anche noi di imparare dall’UcrainaI suoi abitanti sono tutti, sia pure con lingue e culture diverse e qualche volta contrapposte, sotto fuoco e ceneri micidialiSarebbe veramente assurdo se questa catastrofe fosse la risposta alla decisione presa dai governanti ucraini che nel 1991 rinunciarono, con l’aiuto logistico e finanziario degli USA, a migliaia di ogive e vettori nucleari allora ceduti alla Russia di Eltsin o utilizzati come combustibile nelle varie centrali atomiche nazionali. È il caso di non dimenticare mai che quel micidiale armamentario ereditato dalla dissoluzione dell’URSS costituiva allora il terzo arsenale atomico del mondo per numero di testate e potenza. Ancor oggi farebbe dell’Ucraina un pilastro della deterrenza globale.

Una lezione che dovremmo saper far fruttare soprattutto oggi, quando venti di tempesta chiudono con nubi minacciose ogni orizzonte.

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ATOMICA E ROSA DEI VENTI

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ATOMICA E ROSA DEI VENTI

(pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 27 marzo 2022 con il titolo: «Atomica e Rosa dei Venti. L'Italia dai "due volti". Sull'incubo nucleare»)

 L’atomica riempie le prime di giornali e social-network, così come i lanci di TG e talk show. Ora anche senza più la faccia o gli annunci fatali di Putin. Nubi e funghi malefici turbano ormai le serate di ognuno, mutandole in incubi. L’altro ieri, in prima serata, Vladimir Solovyov, intrattenitore principe di “Rossya 1”, ha sollazzato il pubblico con la minaccia dell’arma fatale. Testuale: «I Polacchi debbono sapere che in trenta secondi non resterebbe più nulla di Varsavia». 

E così tra ieri e oggi è stata tutta una fioritura ferale. Dal “Corriere della Sera”, al “New York Times”,  passando per “Le Monde”, “Washington Post” o la paludata, prestigiosissima, “Foreign Affairs”, uno solo l’interrogativo sospeso sulla testa del mondo: “Rethinkink the Unthinkable”? “Ripensare l’Impensabile”? Ritorna l’incubo  della mutua distruzione dell’umanità? E giù con l’enumerazione delle varie possibilità. Che succede nel caso si usi – come sembra già accaduto – il fosforo bianco? O altri composti chimici? O magari armi batteriologiche diffuse o sfuggite da questo o quel laboratorio?  Ma se poi, invece, la parola passa all’atomica? Non alle ogive proiettate all’altro lato del mondo dai vettori intercontinentali. Magari alle cosiddette “tattiche”: multipli modesti – per dir così – dei funghi sbocciati su Hiroshima o Nagasaki … E via con la parola agli esperti, agli strateghi d’ogni indirizzo e cultura. 

Il lettore comune si destreggia a fatica con cartine e mappe complicate, sigle astruse. Finché poi non si finisce col far menzione di qualche venticello fatale. E allora anche il termine più strambo – “spill-over” – si illimpidisce e rivela i suoi risvolti mostruosi. Che succede e dove se nell’attimo fatale in cui si sgancia un composto chimico, batteriologico o atomico – “tattico”, per carità – su qualche angolo di Ucraina, il vento spira da Ovest?  E se non è Tramontana, con strascichi sul Mar Nero, ma Libeccio? Tutto rischia di tornare a casa di chi ha sganciato?

Allora anche il lettore meno acculturato comprende e rabbrividisce. Alle nostre latitudini abbiamo già conosciuto queste ventate col disastro di Chernobyl. Vietato andar per funghi sulla Murgia allora. E poveretti quei francesi che si fidarono dei loro servizi metereologici, sicuri che la nube radioattiva non sarebbe arrivata sulle alture francesi. Chirac e Sarkozy portano ancora il peso delle accuse e dei dubbi del tempo.

Materia tutta per malinconici e mesti sorrisi, se non fosse per le news odierne. In risposta allo slargarsi del chiacchiericcio atomico, giunge notizia che nel retrobottega strategico dei meetings di Nato, UE e G7 si sarebbe messo mano alla cosiddetta “postura strategica”. Insomma, come rispondere se qualche malaugurata nube chimica, radioattiva o atomica supera il confine ucraino e raggiunge terre “atlantiche”? Polacche o baltiche che siano? Vaga la risposta. Perciò assai inquietante: “Ogni utilizzo da parte russa di armi chimiche o biologiche sarebbe inaccettabile e provocherebbe severe risposte … Stiamo accelerando la trasformazione della Nato rispetto ad una situazione strategica più pericolosa … rafforzando la nostra capacità di deterrenza»: si legge nel comunicato ufficiale NATO di ieri. Insomma, il ricorso a misure estreme ora è contemplato da ogni versante. 

Ma siamo ancora in un mondo governato da una Carta delle Nazioni Unite e dal suo comandamento supremo di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra»? E in Italia? Come mai da firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare (1968) siamo impegnati (articolo II) a non accettare il trasferimento sul nostro suolo di qualsiasi arma nucleare, ma invece ospitiamo nelle basi di Aviano e Ghedi tra 70 e 90 atomiche cosiddette “tattiche”, nell’ambito del programma di condivisione della deterrenza nucleare NATO? E perché mai – assieme a tutte le potenze atomiche e a quella aderenti alla Nato e poche altre – anche noi Italiani non abbiamo ancora firmato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, sottoscritto invece già da 129 nazioni e 7 organizzazioni internazionali, e entrato in vigore il 22 gennaio 2021? Così rispettiamo quel «ripudio della guerra» solennizzato nell’art. 11 della nostra Carta fondamentale?

Sarebbe forse il caso, ancora una volta, di imparare dall’Ucraina. Ora sotto fuoco e ceneri micidiali. Forse in risposta alla decisione presa nel 1991 rinunciando a favore della Russia di Eltsin – è il caso di non dimenticarlo mai – a migliaia di atomiche allora ereditate dalla dissoluzione dell’URSS? Il terzo arsenale atomico del mondo: a quel tempo e ancor oggi.

Una lezione fondamentale per il mondo tutto, soprattutto oggi, mentre venti di tempesta chiudono con nubi minacciose ogni orizzonte.

 

Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali 

Università di Bari “Aldo Moro”

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LA GUERRA SULLA PELLE

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La guerra sulla pelle

Pubblicato il 6 marzo 2022 su «pagina21.eu» Rivista della Fondazione Giuseppe Di Vagno

 

Prologo
«Nell’epoca dell’innovazione, nell’epoca dell’elettricità indossiamo l’umanità come una seconda pelle». Così Marshall McLuhan, di fronte all’apparecchio televisivo, spalancando gli occhi sulle rivolte dei neri nei ghetti delle metropoli americane. L’inventore della metafora del «villaggio globale» affondava così la lente consegnandoci una coscienza molto meno bucolica del mondo «grande e terribile» ormai vissuto come casa. E pensare che allora non c’era Internet, né i social network. Tanto meno quegli smartphone con cui ci portiamo e compulsiamo il «mondo in tasca» in ogni istante del giorno e della notte.

Da giorni l’Ucraina danza dolente nei nostri occhi sotto le scie abbacinanti dell’attacco russo. L’angoscia per una «terza guerra mondiale» cresce e con essa interrogativi – magari inconfessabili, un po’ più egoistici – sul nostro futuro immediato.

C’è già stata una prima volta. Qualche decennio fa a memoria dei più anziani: Cuba1962. Un altro mondo, un’altra età. Già allora alta si levò la voce di un Papa, ad ammonire, a suscitare speranza. Allora Giovanni XXIIIOggi Papa BergoglioFrancesco I.

L’impensabile
A far la differenza ci si è messa invece la pandemia. Per due anni e passa ci ha flagellato con la devastazione della vita quotidiana esposta alle incursioni del globale. Nulla però rispetto ad oggi. Ancora qualche giorno fa non avevamo piena coscienza di come il tempo potesse finire terremotato dall’incalzare degli eventi e della cronaca. Il pieno di benzina diviene incubo per il portafogli così come lo sguardo che si fa ansioso nella ricerca rassicurante di pane e pasta sullo scaffale del supermercato. La finanza era un tempo un mondo impenetrabile, abitato da sigle misteriche. Oggi con i suoi prime e subprime squaderna, sotto il fuoco delle sanzioni, tutto il suo potere nell’angoscia con cui aspettiamo al bancomat la risposta fatale al ticchettio del nostro PIN: non è che adesso mancano risposte e soldi come in Russia? Rimbalzano anche qui le sanzioni?

Herman Khan, lo stratega della Rand Corporation che ispirò a Stanley Kubrick il personaggio del Dottor Stranamore, sosteneva già nel titolo della sua opera più famosa che, per sopravvivere e vincere nell’età nuclearebisognava «pensare l’impensabile»: Tkinking the Unthinkable. Ciò che non credevamo di poter nemmeno immaginare oggi è divenuto cronaca, assillo continuo.

D’ora in ora e da giorni l’angoscia sale. E con essa interrogativi capitali. Da quando il 21 febbraioscorso Vladimir Putin ci ha sorpreso con un discorso memorabile: ««L’Ucraina non è solo un paese vicino per noi. È parte inalienabile della nostra storia, cultura e spazio spirituale. Questi sono i nostri compagni, le persone a noi più care». Sono giorni però che su questi compagni di strada e di sangue la Russia fa piovere bombe. È guerra, guerra dichiarata tra Stati o stasis, come dicevano i Greci, «guerra civile», guerra tra fratelli?

Putin in realtà ha deciso di impugnare le armi non contro nemici giurati: per quanto dipinti come guerrafondai, magari «drogati e nazisti», nelle sue parole. Sta facendo a pezzi le viscere profonde della «Grande Madre Russia». Una guerra civile che sospende il mondo su un baratro indicibile: «la Russia moderna anche dopo il crollo dell’URSS resta una potenza mondiale, con un proprio arsenale nucleare e altro ancora (nuovi tipi di armi) […] Chiunque tenti di ostacolarci, e ancor di più di creare minacce per il nostro Paese, per il nostro popolo, deve sapere che la risposta della Russia arriverà immediatamente e porterà a conseguenze che non avete mai visto nella storia». Con queste parole, nel suo secondo discorso del 24 febbraio alla nazione e al mondo, Putin sospinge il pianeta sull’orlo di un precipizio mai varcato.

 Un mondo nuovo
Di qui il nostro bisogno di orientarci, di tornare ad inquadrare il nostro presente, la nostra collocazione nel mondo e nello spazio. A far tappa l’89 sicuramente: la caduta del Muro di Berlino. Quell’evento giunse come un vero e proprio cataclisma sul blocco socialista aggregato attorno all’URSS. Eppure, quello scossone era iniziato altrove. Proprio nella Cina di Tienanmen. Solo che già dieci anni prima Deng Xiaoping, con l’apertura delle «zone economiche speciali» e le «quattro modernizzazioni», aveva trasformato la Cina nel retrobottega, nell’officina del mondo intero. Forte di quei legami aveva potuto reprimere il grido dei giovani che chiedevano in piazza libertà e apertura.

Altra la vicenda in Russia, giunta esausta e stremata a quel tornante storico. E là dove tutto era iniziato tutto finì all’indomani del cataclisma provocato nel mondo dagli strappi inferti dall’Iraqdi Saddam al tessuto internazionale. La risposta allora fu unitaria, sia pure sotto il segno arrembante e guerresco dell’unilateralismo americano. La tela fu risarcita grazie alla mobilitazione globale, ma anche al prezzo di una nuova guerra fortemente voluta dagli USA.

A far la differenza le scelte di Gorbaciov in Europa e nel Golfo: le sue aperture alla riunificazione tedesca, lo sguardo fisso sulla pace durante tutta la guerra del Golfo. Si apriva una pagina nuova. L’Europa intera pensò che era il momento di muoversi per strade inedite, dall’Atlantico agli Urali. Nasceva l’Unione europea. Per la prima volta nella storia un impero provava a non suscitare guerre o terremoti pur vedendo messa in discussione la sua stessa esistenza.

Al G7 di Londra del 1991, aperto finalmente all’URSS, Gorbaciov chiese aiuto per una inedita transizione: la sua mano tesa però non fu stretta da alcuno. I Grandi lasciavano cadere ogni prospettiva di collaborazione nel domani indeterminato di un futuro mutamento di sistema. In risposta arriverà il Golpe di Agosto con un complessivo rivoluzionamento di uomini e regimi.

Archiviata la mutazione cui Gorbaciov – sia pure domando a stento le prime spinte separatiste – stava  dando corso con il referendum sulla conservazione dell’URSS e la successiva creazione dell’“Unione degli Stati sovrani”, Eltsin accantonerà Gorbaciov e l’Unione Sovietica. Vi riuscirà, grazie alla scelta di gran parte della nomenklatura sovietica di salvarsi, magari mettendosi in affari, provando a perpetuarsi in «oligarchia».

Nasce allora la CSIComunità degli Stati Indipendenticon l’esclusione di LettoniaLituania ed Estonia che sul Baltico riconquistano a distanza di oltre mezzo secolo l’indipendenza. Nascono allora Federazione RussaUcraina e Bielorussia: figlie di un parto plurigemellare attivato dalla dissoluzione dell’URSS in CSI. Successiva l’associazione alla Confederazione delle altre 9 repubbliche (compresa quella caduca della Georgia). Gemmate – per reciproco riconoscimento e in sovrana autonomia – da un unico grembo con grandi comuni tradizioni ma marchiate anche da odi insanabili. A testimoniarlo sta ancor oggi, in particolare per l’Ucraina, l’Holodomor, con i suoi milioni di morti. Sta lì a dividere e contrapporre, soprattutto lacerare, nei racconti di nonni e genitori, memoria e vita di chi abita quelle terre.

Vale allora la pena di osservare come all’indomani della nascita della CSI, l’Ucraina – similmente a Bielorussia e Kazakistan – rinunci ai propri arsenali atomici per renderli alla Federazione Russa o disfarsene: ereditati dall’URSS (con circa 4300 testate nucleari, ovvero il 16% circa del complesso delle atomiche sovietiche) le avrebbero permesso oggi, se avesse voluto, di ergersi tra i Grandi della Terra con pollice sul bottone rosso della distruzione totale.

Ignavia europea e atlantismo calamitoso
In Europa intanto scoppiava, lungamente covato, il bubbone jugoslavodegenerato ben presto in guerra civile. Ad alimentarlo soprattutto divisioni e egoismi degli europei, incapaci a Maastricht di andare oltre la prefigurazione di una Europa neoliberale, orientata dalla moneta unica, ma orba di una visione del mondo e di una strumentazione di sicurezza comune. L’ignavia europea avrebbe permesso di lì a qualche anno, costellato di massacri e barbarie etniche, di dare pieno riconoscimento alla profezia-promessa lanciata dal segretario di Stato americano, James A. Baker III, all’indomani della caduta del Muro: «Gli USA sono e rimarranno una potenza europea». Saranno i loro bombardamenti, prima in Bosnia e poi in Kosovo, a mettere fine a quei massacri ma anche a dare nuovo lustro all’Alleanza Atlantica e al suo cuore militare, la Nato, proprio nel cuore della nuova Europa.

 Sull’onda di una inedita teorizzazione dei «diritti umani», unilateralmente rivisitati alla luce dell’ineludibile «dovere di ingerenza umanitaria», l’Alleanza atlantica all’indomani della «guerra celeste» in Kosovo riscriveva surrettiziamente i propri trattati istitutivi modificando la propria postura strategica. Il postulato della difesa dall’attacco esterno veniva latamente reinterpretato in base alle nuove onnipresenti minacce potenzialmente rappresentate per ognuno dalla permanente permeabilità ai flussi e ai processi di interdipendenza globale.

Nasceva così nel cuore d’Europa, accanto e in sovrapposizione alle permanenti carenze strategiche dell’UE, l’attrattore potentissimo della Nato. Una calamita, amministrata con grande sapienza dagli USA e con somma negligenza dagli europei. A potenziarla ulteriormente provvedevano l’ingresso del mondo nel Terzo Millennio sospinto dal vento di una storia che si voleva alla «fine» e dal bagliore fatale dell’11 settembre. Come dimenticare l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica con il suo obbligo assoluto della mutua difesa? Mai invocato nella vicenda della più fortunata alleanza della storia umana, capace di piegare il «male assoluto» del comunismo, ma attuato a parti invertite con gli Europei in soccorso degli USA colpiti dal nuovo terrorismo globale.

È da lì, da quella porta di fuoco che la Nato entra nel XXI secolo e si espande in un vortice di allargamenti continui. Avevano cominciato PoloniaRepubblica Ceca ed Ungheria nel marzo 1999, ma è dopo l’11 settembre e l’apertura del fronte afghano che i movimenti si fanno convulsi e continui fino ad inglobare altre 11 repubbliche tutte ad Est, tutte allevate e cresciute nell’universo o sotto il controllo sovietico. Un mondo intero ripudia il vecchio controllore per cercare sicurezza nell’entità diabolicamente esecrata per quasi mezzo secolo. Il tutto senza inaugurare grandi basi militari, se non postazioni per la difesa missilistica specie dopo l’11 settembre: un tema assai controverso vissuto dai Russi come minaccia.

Adesso tutte le potenze neutrali del Nord stanno chiedendo di essere ammesse alla Nato: Svezia e Finlandia (questa addirittura con la richiesta di un referendum). La Svizzera ha condiviso con le altre le sanzioni alla Federazione Russa.

Le profferte e le effusioni dei vari MAP, Membership Action Plan, nei confronti di Bosnia ed Erzegovina, Georgia o Ucraina hanno animato la cronaca più recente (senza dimenticare che concretamente nei confronti dell’Ucraina domande e inviti si sono finora risolti nel riscontro da parte occidentale di alcuni impedimenti nel processo di democratizzazione delle istituzioni ucraine: incompleta garanzia del controllo civile sulle forze armate, scarsa presenza di civili all’interno dei ministeri chiave ecc.).

Né è possibile dimenticare le strane – a guardarle oggi – liaisons tenute a battesimo soprattutto dall’11 settembre tra Russia e Alleanza Atlantica: proprio allora vede la nascita il Russia-Nato Council, con le sue molteplici forme di cooperazione nella guerra afghana: una cornice ancora più ampia entro cui hanno trovato una sistemazione più organica i rapporti a lungo intessuti tra Nato e Russia fin dal 1991 all’interno del North Atlantic Cooperation Council, vieppiù rafforzati nel 1994 dal programma Partnership for Peace.

Val la pena di ricordare che tutte queste forme di cooperazione e reciproco riconoscimento non sono mai state revocate da parte russa, anche in momenti di estrema tensione: ad esempio, quando nell’aprile 2014 la Nato all’unanimità decise di sospendere ogni pratica cooperazione con la Federazione Russa in risposta all’annessione della Crimea. C’è voluto l’incidente nell’ottobre 2021, con cui la Nato ha espulso dal quartier generale di Bruxelles otto ufficiali russi accusati di spionaggio, perché la Russia si decidesse ad ordinare la chiusura della dipendenza Nato di Mosca.

Perché la guerra?
Ma allora perché? Perché questa escalation?

La risposta è forse nei processi che hanno sconvolto e rifatto questo immenso paese dopo l’inabissamento dell’URSS. Nella curva spaventosa in discesa del suo PIL, negli anni di Eltsin, a malapena ma in forme sbilenche e a fatica messa all’insù da Putin: un Paese oggi di 140 milioni di abitanti, ma con indici produttivi inferiori a quelli italiani, inflazionati da gas e petrolio, ma fortemente penalizzati dalle importazioni nelle alte tecnologie.

La risposta è forse in una demografia sconvolta dalla mancanza di futuro e prospettive, destinata secondo le prospezioni più accreditate ala condanna di 132 milioni di abitanti nel 2050 rispetto agli attuali 144 o ai 149 del 1991.

In crescita e in maniera stanno sicuramente le spese militari, giunte ad oltre il 4% del PIL. Lì forse un segno della ricerca affannosa per conservare uno spazio e un ruolo rimessi duramente in discussione da un pianeta in subbuglio, dall’ascesa della Cina e dell’India.

Perché? Perché allora questo mutamento così repentino?
Cosa resta del leader da tanti acclamato fino a pochi giorni fa per la sua visione degli equilibri mondiali, per la sua capacità di riportare la Russia a nuovi fasti globali?

Ben poco. Soprattutto perché questa guerra nell’immediato rischia di avere effetti devastanti. E non solo in Ucraina. Il pericolo vero è per la stessa Russia. Come reggere ad una impresa e ad una possibile occupazione militare ben più dure e devastanti di quelle in Afghanistan? E senza calcolare l’effetto delle sanzioni. Sui russi stessi prima ancora che sull’Europa e sul mondo?

Che fare allora? E con quali mezzi.

A guardarsi attorno si è assaliti dallo sconforto. Quando ci si volge all’ONU si trova sicuramente un consesso ancora capace di far udire la sua voce. E lo ha anche fatto con la sua Assemblea generale. Fatto sta che in materia di pace e sicurezza internazionale sovrano è il Consiglio di Sicurezza. E lì pesa imperioso il sicuro no della Federazione Russa, il cosiddetto «potere di veto». Non si va molto lontani dal verosimile se si pensa che all’unisono – e sia pure in forme diverse – USA e Cina ne approfitterannoL’interrogativo forte, ma pieno di speranza, volge all’Europa. Può molto. Ma lo farà? Riuscirà? Invierà aiuti, sicuramente. Ma come?

Che la storia fosse alla «fine» si rivela oggi veramente una favola dei tempi andati. Siamo trascinati ormai in un galoppo cupo e sfrenato.

L’unica sicurezza, oggi più che mai, è il no alla guerraLì vi è il primo dovere di ognuno.

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UNA BATTAGLIA SUICIDA

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(Pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 5 marzo 2022 con il titolo "Una battaglia sudicia. Il pericolo vero è per la stessa Russia")

UN ATTACCO SUICIDA

Vladimir Putin ha deciso di muover guerra all’Ucraina, definita comunque «parte della nostra storia … con compagni e persone a noi più care».  Non a nemici giurati, perciò, ma alle viscere profonde della «Grande Madre Russia». Una guerra civile che sospende il mondo su un baratro indicibile: « la Russia moderna … resta una potenza mondiale, con un proprio arsenale nucleare….Chiunque ci ostacoli deve sapere che la risposta della Russia arriverà immediatamente e porterà a conseguenze mai viste nella storia». Così Putin sospinge il pianeta sull’orlo dell’impensabile.

Per i più anziani già visto una volta sola. Cuba, ottobre 1962: crisi dei missili. Allora come oggi alta la voce del Pontefice. Ieri di Giovanni XXIII. Oggi di Francesco I. A far la differenza rispetto alla TV di allora Internet. E assieme ad essa finanza e globalizzazione con ansia e timori nella vita quotidiana di ognuno: prezzi impazziti, rifornimenti interrotti.

Putin vuole la «smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina», nonché «assicurare alla giustizia coloro che hanno commesso crimini sanguinosi contro i civili».  Come farlo senza «l’occupazione - e con la forza – dei territori ucraini» non è dato sapere.

Siamo entrati nel III millennio sospinti dal vento di una storia che si voleva alla «fine» e dal fatale bagliore dell’11 settembre. Con l’URSS che aveva trovato in Afghanistan il proprio «Vietnam» e il preannuncio della propria fine. Ma anche nel sogno dell’egemonia «a stelle e strisce», condita spesso da inaccettabili unilateralismi: guerra in Kosovo come nel Golfo e in Iraq, fino alla seconda tragedia afghana. Ogni «guerra celeste» si è rivelata un boomerang, fatta di occupazioni, tragedie, rinculi devastanti. 

La Russia e l’Ucraina sono, assieme ad altre realtà statuali, figlie di un parto plurigemellare: nate dall’URSS e dalla sua dissoluzione in CSI. Gemmate – per reciproco riconoscimento e in sovrana autonomia - da un unico grembo con comuni tradizioni ma marchiate anche da odi insanabili. L’ Holodomor, con i suoi milioni di morti, lacera ancor oggi, nei racconti di nonni e genitori, memoria e vita di chi abita quelle terre.

All’indomani della nascita della CSI l’Ucraina nel 1992 rinuncia unilateralmente alle proprie atomiche ereditate dall’URSS (3900 testate, il 14% dell’intero arsenale sovietico) e le rende alla Russia per dismissione. Avrebbe potuto oggi sedere tra i “Grandi» col pollice sul bottone rosso della distruzione totale. Ha da anni chiesto, come tutte le realtà fuoruscite dall’orbita o dalla dissoluzione sovietiche, l’adesione all’Alleanza Atlantica o alla Nato. Una richiesta finora non accolta. Fanno ancora ostacolo per gli occidentali alcuni impedimenti nella democratizzazione delle istituzioni ucraine: incompleta garanzia del controllo civile sulle forze armate, pochi civili all’interno dei ministeri chiave ecc.

Eppure per Putin questo paese – con la ventilata appartenenza all’Alleanza atlantica o alla Nato – rappresenta una grave minaccia. Tale da imporre una guerra con effetti sconvolgenti in Europa e nel mondo. Cosa resta del leader da tanti acclamato fino a pochi giorni fa per la sua visione del mondo, per la capacità di riportare la Russia a nuovi fasti globali? Ben poco. Soprattutto perché questa guerra rischia di avere effetti devastanti non solo in Ucraina. 

Il pericolo vero è per la stessa Russia. Un paese con oltre 140 milioni di abitanti ma con un PIL inferiore a quello italiano. Come reggere ad una occupazione militare ben più devastante di quella afghana? E senza calcolare l’effetto delle sanzioni. Sui russi stessi prima ancora che sull’Europa e sul mondo.

Che la storia fosse alla «fine» è davvero una favola dei tempi andati. Siamo trascinati ormai in un galoppo cupo e sfrenato. Oggi più che mai il no alla guerra si rivela il primo dovere.

 

Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari

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Tra diritti umani e Washington Consensus

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Isidoro Davide Mortellaro

TRA DIRITTI UMANI E “WASHINGTON CONSENSUS”: EVOLUZIONI E AVVENTURE DEL POTERE SOVRANAZIONALE (1971-1989)

In «Ricerche Storiche», Anno XLVII, n. 2, maggio-agosto 2017, pp. 54-66

Le memorie divise d’Europa dal 1945 a oggi

a cura di

Carlo Spagnolo e Luigi Masella

 

 

            Premessa

 

Con «Washington Consensus», viene in genere inteso il processo istituzionale, politico e culturale attraverso cui è stato promosso e alimentato il consenso al decalogo di regolazione economica e finanziaria proposto, in origine, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla World Bank, a fine anni 80, come cura alla esplosione del debito estero in America Latina. Col passare del tempo, l’espressione si è sempre più slargata, fino a comprendere latamente l’insieme delle politiche economiche neoliberali o addirittura il complesso di mutazioni divenute cuore e motore di quel salto di civiltà battezzato, al passaggio di secolo e millennio, come ‘globalizzazione’[1].

In queste righe si seguirà un’altra strada, Con quell’etichetta si proverà a descrivere il nuovo ciclo di egemonia a stelle e strisce che ha colorato il mondo a partire dalla rottura di Bretton Woods e che, passando per la fine del bipolarismo, ha presieduto allo sviluppo di nuove sedi e forme della regolazione politica sovranazionale, di nuove forme di soggettività e coscienza planetaria. Al cuore di quest’altra chiave analitica vi è il rifiuto di ogni economicistica riduzione dei processi di globalizzazione all’imperio crescente del mercato internazionale, nuovo dominus della vita globale. Il mondo di Terzo Millennio non è il prodotto meccanico del ritrarsi della politica rispetto all’economia predicato dalla vulgata liberale. A sospingerlo ed animarlo coi nuovi fantasmagorici artifizi prodotti dal rimescolio di bit e atomi, di informatica e biotecnologia, vi è piuttosto il discorde dialogo intrattenuto dalle élites delle economie sviluppate, in particolare nord-americane, con la coscienza planetaria gemmata dagli anni Sessanta e la multiforme teorizzazione dei diritti umani. A regolarne il passo hanno provveduto nuove sedi politiche e istituzionali, sempre più rapprese in forme oligarchiche, ma capaci di sguardi lunghi, da tempo fissi sul Pacifico. E’ su quel cardine che ora il mondo si sta riassestando attraverso una epocale ritessitura delle reti del lavoro e della comunicazione.  E’ un passo nel futuro che ridetermina pesi e grandezze, angosce e speranze di una umanità sempre più sospinta da un comune destino.

 

 

 

Spazi, sguardi, soggetti nuovi

 

L’esercizio della memoria è attività di per sé mutevole, soggetta agli accidenti in cui siamo impigliati e ancor più alle sfide che ci si stagliano contro. È allora che siamo costretti a far ricorso a tutte le nostre risorse, a mobilitare ogni conoscenza dell’ostacolo che dobbiamo superare o aggirare. Di qui il ripensamento su quando, come e dove abbiamo preso a frequentarlo e conoscerlo, a saggiarne caratteristiche e asperità.

Val la pena, allora, di interrogarsi su quando il mondo, il globo tutto, il sovranazionale, ha preso a imporsi nella nostra vita quotidiana con la cogenza con cui oggi lo riconosciamo – e subiamo. Insomma, di chiedersi da quando - volenti o nolenti - lo sentiamo cornice d’ogni nostra esperienza e al contempo acido corrosivo di ogni vecchio, abituale riparo.

Nell’esercizio della memoria cui oggi siamo chiamati il pensiero va allora immediato a Earthrise: a quel «sorgere della Terra» impresso in foto il 24 dicembre 1968, vigilia di Natale, da William Anders mentre in orbita lunare, assieme a Frank Borman e Michael Collins, completava la missione Apollo 8. Quell’immagine allora invase ogni teleschermo. Da allora campeggia su ogni manuale di geografia, marchia qualsiasi evocazione della globalizzazione. Sarà Marshall McLuhan a tematizzare retrospettivamente la svolta, la cesura: quell’inquadratura ebbe su di noi «un impatto enorme. Eravamo, per così dire, ‘dentro’ e ‘fuori’ allo stesso tempo. Eravamo sulla Terra e sulla Luna contemporaneamente. Fu la nostra percezione individuale di quell’evento a dargli significato»[2].

A partire dalla conquista di un inusuale punto d’osservazione, un nuovo sguardo prospettico ridispone il mondo entro un ordine inedito. Una plastica immagine di cosmica interdipendenza condensa la repentina accelerazione impressa a fine anni Sessanta alla compressione del globo in «villaggio globale». Faccia a faccia col futuro rappreso nel video vediamo spazio e tempo restringersi fino ad annullarsi.

Raccolti e riuniti come umanità di fronte allo schermo televisivo siamo costretti a riscoprirci e riconoscerci racchiusi tutti nel tondo della Terra[3]. Quasi come specchio la TV ci costringe a rimirare quel globo come immagine riflessa di noi stessi, ipertecnologica rivisitazione del mito di Narciso. Solo allora abbiamo finalmente percezione piena del cammino compiuto, cominciamo a riconoscere i processi di globalizzazione come figli del nostro potere di manipolazione del globo, dell’umanissima crescente capacità di ridurlo a cosmico artificio, irretirlo, manipolarlo entro reti, volute sempre più fitte, veloci, cogenti. A mutare, però, non sono solo le modalità in cui ora percepiamo spazio e tempo. E’ in quel momento che scopriamo anche – sempre con McLuhan - che l’innovazione, l’elettricità, «riunendo con repentina implosione tutte le funzioni sociali e politiche, ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza della responsabilità umana». È solo allora che riusciamo davvero a comprendere latitudine e profondità raggiunte dall’azione umana, quanto e come essa possa interagire e mutare la scena globale: «è questa componente centripeta che modifica la posizione dei negri, degli adolescenti e via dicendo. Non è più possibile contenere politicamente questi gruppi sociali entro limiti determinati; essi sono ora, grazie ai media elettrici, coinvolti nella nostra stessa vita, come noi nella loro. È l’età dell’angoscia dovuta a un processo d’accentramento che impone partecipazione e impegno, indipendentemente da qualsiasi specifico ‘punto di vista’»[4].

A distanza di tempo, un’altra lente ha sottolineato quel passaggio di fine anni Sessanta – l’assunzione del «villaggio globale», dell’«astronave Terra» come categorie analitiche - come un punto nodale per l’emersione di uno sguardo unitario sull’avventura umana, un primo passo per l’affermazione della tematica dei «diritti umani». Secondo Barbara J. Keys «le fotografie della Terra dallo spazio che lo facevano rassomigliare ad una minuscola biglia blu rafforzarono la sensazione che il pianeta fosse ormai un unico soggetto. “Tu non guardi più giù al mondo da Americano» disse un astronauta dell’Apollo X «ma come un essere umano”». In uno con quella vista d’insieme sulla Terra sembrava maturare «una coscienza globale immediata, una intensa insoddisfazione per lo stato di cose esistenti e la spinta a far qualcosa in proposito.  Legata alle crescenti conoscenze sull’Olocausto, quella percezione dell’interdipendenza aiutò in generale il convincimento che l’ingiustizia nei luoghi più remoti fosse divenuta insopportabile e che il silenzio di fronte alla prepotenza dovesse essere considerato complicità»[5].

Illuminanti e di straordinaria preveggenza si rivelano perciò oggi le annotazioni con cui Hannah Arendt, commentando in quel fatale 1968 pensiero e avventura di Karl Jaspers[6], annotava come «l’umanità», vissuta sempre come «concetto» o come «ideale», fosse ormai «divenuta questione di scottante attualità» sulla base non già di «sogni degli umanisti», «ragionamento dei filosofi» o sviluppo di «eventi politici». Bensì in forza dello «sviluppo tecnico del mondo occidentale». Di fatto ormai «per la prima volta nella storia tutti i popoli della terra hanno un presente condiviso: non c’è evento della minima importanza nella storia di un paese che possa rimanere ai margini nella storia di un altro. Ogni paese è diventato il vicino diretto di ogni altro paese, ed ogni uomo rimane impressionato  da eventi che accadono  nella parte opposta del globo». Al tempo stesso la Arendt sottolineava che «questo reale presente comune non si fonda su un passato comune e non garantisce affatto un futuro comune». In realtà, a conferma della potenza costituente di tecnica e scienza, «allo stato dei fatti il simbolo più potente dell’unità del genere umano» è rappresentato dalla sia pur «remota possibilità che le armi atomiche usate da un paese secondo la saggezza politica di qualcuno possano in definitiva segnare la fine del genere umano sulla terra»[7].

L’esame del mondo nuovo disegnato dalle capriole astronautiche riguadagna una terrestre ma apocalittica dimensione con la minaccia del fungo, sospeso da Hiroshima in poi sul destino dell’uomo e quotidianamente brandito, agito nel gioco della deterrenza bipolare, divenuta cornice prima della politica mondiale. È dentro questi orizzonti che muove i suoi primi passi l’umanità intesa come soggetto, rivendicazione di un universo di diritti. A metterla in cammino, darle faccia provvedono le gambe e i volti di una nuova generazione. Hannah Arendt battezza i giovani del Sessantotto, della contestazione giovanile, «quelli che sentono  il «ticchettio». A scendere in piazza è «la prima generazione che cresce all’ombra della bomba atomica … affatto sicura di avere un futuro», dal momento che il futuro assomiglia a «una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente»[8].

Ecco, a far da pendant epocale alle orbite e alla svolta disegnate dalle missioni Apollo vi sono sommovimenti ben più corposi, “assalti al cielo” più partecipati e diretti di quelli intravisti in tv. Dispongono sul terreno il primo movimento globale, «il primo, esplicito anticipo della globalizzazione»[9]. In critica empatia con i volteggi lunari, movimenti di nuovo tipo, ondate di protagonismo giovanile affollano piazze e strade, animano e scuotono le città del mondo, il globo intero. Hanno cominciato anni prima, negli USA a Port Huron, nel fuoco della battaglia per i diritti civili, e continuato dopo, con la crisi di Cuba, con l’opposizione e il boicottaggio della guerra in Vietnam, a prendere atto della «presenza inesorabile della Guerra Fredda, simbolizzata dalla presenza della Bomba», e del fatto che «la nostra potrebbe essere l’ultima generazione a fare esperimenti con la vita»[10]. Vivono appieno le contraddizioni del mondo e come altri mai riconoscono quel presente condiviso che scandisce ora il tempo quotidiano dell’umanità. Sanno, sentono – per dirla ancora una volta con McLuhan – che «nell’era elettrica abbiamo come pelle l’intera umanità»[11].

Sui banchi della scuola che sottopongono a critica corrosiva hanno imparato ad ascoltare e interrogare questo sensorio planetario con l’abbecedario appreso alla scuola dell’atomica, dell’Olocausto e della cortina di ferro. Non si rassegnano ad un futuro sospeso all’ombra del fungo, condannato ad un silenzio finale. Nasce lì – come anche dalle lotte per i diritti civili - la pratica di un nuovo pacifismo e del costituirsi in immediata rappresentanza dell’umanità minacciata dalla bomba. Dalle letture sui campi di sterminio hanno appreso delle possibilità di soluzioni finali e che ribellarsi allora non è solo una possibilità, ma spesso un dovere, se si vuole conservare umanità. Dal cappio del bipolarismo, di cui a Cuba hanno avvertito la morsa intollerabile, hanno sperimentato che il moderno cemento non è più dato dagli Stati, ma dalle ideologie, da appartenenze a campi che scavalcano territori e confini, e che innanzitutto cancellano ogni divisione tra pace e guerra nel gelo quotidiano della confrontation bipolare.

Quella generazione prova a costruire un futuro e un pianeta non più in ascolto spasmodico del ticchettio di fondo. Magari niente affatto silenti. Semmai animati, se non frastornati, da altri suoni e rumori. È un momento di accumulo di tensioni, energia. Così come il 1848 aveva stretto il rapporto tra politica e popoli nel bozzolo delle nazioni, il 1968, nel suo costituirsi in rappresentanza dell’umanità, della specie, chiede e pretende una “ridefinizione della politica” a misura del globo[12].

La speranza è tanta ma inizia impercettibilmente a frammischiarsi all’ angoscia di fronte ad un mondo che, appena scoperto nei suoi tratti unitari, rivela anche altre facce non tutte scoperte. Proprio a Port Huron, in straordinario anticipo sui tempi, quel documento aveva colto un tratto dell’improvviso slargarsi del mondo che in futuro sarebbe divenuto dominante, fino a tramutarsi in agorafobia: timore per i grandi spazi, spaesamento, paura per la perdita di controllo sul proprio ambiente. Quei giovani avevano colto attorno a sé «la diffusa sensazione che semplicemente non esistano alternative, che la nostra epoca sia stata testimone dell’esaurirsi non soltanto delle utopie, ma anche di una qualsiasi nuova via». Di lì la constatazione – che diverrà poi dominante – che «nel sentire il vuoto della propria vita condizionata da problemi di una complessità senza precedenti la gente ha paura di pensare che le cose da un momento all’altro potrebbero sfuggire al suo controllo. Ciò che temono è il cambiamento in quanto tale, poiché il cambiamento rischierebbe di infrangere tutti quegli schemi invisibili che in questo momento gli consentono di tenere lontano il caos».

In realtà non saranno quei giovani a traghettare nel futuro il Mondo Nuovo disvelato dagli anni Sessanta. La loro spinta globale, assieme a quella accumulata dai Trente Glorieuses[13] e dalle loro contraddizioni, sarà capitalizzata da altri.

 

 

 

 

 

 

The Times They Are A-Changin’

 

E che i tempi stessero cambiando – e non nel senso auspicato da Bob Dylan nei suoi versi – lo provava l’ingresso negli anni Settanta salutato da una salva impressionante di svolte. In rapida successione venivano demolite una serie di certezze che avevano ancorato il mondo nella vociante ma stabile gabbia del bipolarismo.

In verità primi segni di incertezze e inquietudine – annunci di svolta - erano partiti proprio dal culmine delle missioni Apollo. Il 20 luglio del 1969 il piede di Neil Armstrong sulla Luna aveva frantumato ogni vecchia idea di confine e disposto l’uomo su altri, inediti fondali. La storia umana, fin lì trattenuta dall’indissolubilità d’un legame naturale, si affacciava a contemplare l’idea di un possibile divorzio tra l’avventura umana e la Terra. Con Earthrise l’umanità si era riconosciuta tutta nella biglia blu rilanciata dallo schermo, ma aveva anche visto il globo levarsi, muoversi autonomo, fronteggiare l’umano.

Di lì a poco, nel 1972, proprio la duplicazione del soggetto – l’uomo e la Terra – conquista l’attenzione generale e fa tappa nell’affermazione di una nuova coscienza ecologica. MIT e “Club di Roma” pubblicano I limiti dello sviluppo, un ammonimento epocale ad ogni prometeico protagonismo: la Terra non è il teatro inanimato di una infinita, inarrestabile manipolazione umana. È risorsa limitata, finita, che bisogna accudire, proteggere e con cui imparare a convivere rispettosamente. Il suo deterioramento, per inquinamento, sovrappopolazione, non è solo costoso, ma pericoloso. Spesso conduce a reazioni all’alterazione ambientale – disboscamenti dissennati, cementificazione selvaggia ecc. – di straordinaria pericolosità, fino a vere e proprie catastrofi o mutazioni[14].

L’anno seguente a rendere molto più cogente e comprensibile l’ammonimento ci penserà l’APEC, l’associazione dei paesi produttori di petrolio, con la decisione di portare a 5 dollari il prezzo del barile di greggio, di petrolio.

In realtà da tempo il mondo intero è in subbuglio. Due anni prima Nixon e Kissinger hanno provveduto a mettere a soqquadro l’universo, sottraendo a economia e finanza internazionale la stella polare del dollaro: è della metà del 1971 la decisione sulla convertibilità del biglietto verde, con relativa sospensione e successiva svalutazione. Nelle più svariate sedi internazionali si susseguono e si accavallano riunioni e progetti per riportare l’universo sotto controllo. Lenta e sottile avanza però una certezza. Nulla sarà ormai come prima. Nel mondo di ieri tutto o quasi è sotto il controllo dei Grandi e delle organizzazioni gemmate dalla II guerra mondiale. Una regola non smentita dalla nascita del Terzo Mondo e dalla moltiplicazione dei seggi nell’assemblea delle Nazioni Unite. Tutto risponde al comando di politica e sovranità rigidamente disposte sugli scranni dei vari organismi internazionali e soprattutto nella morsa e nelle gerarchie dell’ordine bipolare.

Le svolte dei primi anni Settanta – soprattutto quella sul dollaro – prendono atto o promuovono ora la relativa autonomia di nuovi soggetti, svincolati dal vecchio ordine. La rottura dell’ordine di Bretton Woods, in particolare, autonomizza il nuovo soggetto della finanza internazionale. Nuovi protagonisti, in genere privati, ora affermano una propria presenza e contribuiscono ad affollare la scena. Bisognerà farci i conti.

C’è qualcuno in particolare che sa affondare lo sguardo in questo magma. E’ Zbigniew Brzezinski. Si appresta a varare la piattaforma programmatica della Trilateral Commission, ovvero del think tank, del pensatoio collettivo che tenterà una risposta globale alle questioni poste dal ’68. Egli rifiuta la metafora del villaggio globale avanzata da McLuhan e tenta di riportare il mondo con i piedi per terra. Dove sono la «stabilità, l’intimità interpersonale, la condivisione di valori e tradizioni» tipiche del villaggio? Meglio l’immagine della città globale: «una rete nervosa, smossa, ansiosa e frammentata di relazioni interdipendenti». Viviamo in tempi di «congestione globale» in cui «l’umanità simultaneamente diventa più unificata e più frammentata», in cui spazio e tempo si comprimono fino al punto di determinare tendenze a «forme più strette di cooperazione così come alla dissoluzione delle tradizionali lealtà ideologiche ed istituzionali»[15].

Addio al vecchio mondo: alle sue lealtà e tradizioni, alle sue catene di comando. Retrospettivamente Charles S. Maier vedrà all’opera una grande slavina in cui il globo si va attestando inarrestabile su nuovi equilibri e proporzioni. A mano a mano si manifesteranno mutazioni del lavoro, della territorialità, dell’industria, così come della rappresentanza politica. Il termine ‘crisi’ rivelerà nel decennio le metamorfosi più varie: sarà fiscale, di accumulazione, legittimità per sfociare infine nella generale «crisi di fiducia» denunciata da Jimmy Carter nel 1979[16]. Nel passaggio alla nuova società transnazionale la crisi si rivelerà infine come «metabolismo di società complesse», passo faticoso ma naturale nella evoluzione dei sistemi, nella transizione – ad Ovest come ad Est – al postindustriale[17].

L’Europa ha compiuto il «rattrapage» – per dirla con i «Trente Glorieuses» di Fourastié. Ha terminato la rincorsa rispetto all’American Way of Life. Hanno pesato e come le varie forme di cooperazione avviate nel dopoguerra su pressione e invito americani. Ma è indubbio che l’americanizzazione si è compiuta per vie nazionali: in Francia à la De Gaulle, in forme sovraniste e nell’esaltazione della «politica di piano». In Italia magari facendo del cattolicesimo il cavallo di Troia per un duraturo insediamento tra noi delle ideologie americane dello sviluppo[18]. La Germania attraverso l’esaltazione della «economia sociale di mercato».

Il Terzo Mondo – come G77, Gruppo dei 77 all’interno dell’UNCTAD - chiede un riequilibrio, di avviarsi per un «nuovo modello di  sviluppo»[19], altro da quello indicato a suo tempo da Truman con il Quarto Punto e le sue implicite gerarchie[20]. Al di là del Muro Mosca ha reagito alla primavera di Praga castrandosi per sempre, avventurandosi per una risposta militare che, divenuta abituale, le sarà fatale poi nel «Vietnam afghano»[21]. A Pechino l’«assalto al cielo» della rivoluzione culturale frana nei meandri di un partito-stato che s’appresta ora, strizzando l’occhio in funzione antisovietica allo Zio Sam, ad aprirsi al mondo e all’ONU[22]. Al passaggio di decennio iniziano a farsi avanti quelli che Nicolas Baverez chiamerà Les Trente Piteuses[23]: la speranza svanisce e quell’angoscia appena intravista dai giovani di Port Huron ora si tramuta in spirito del tempo. Il futuro diventa oscuro e indicibile fino a farsi Shock[24].

Da più parti avanzano i fabbri di un ordine nuovo nel tentativo di risistemare il mondo trasformato su nuovi cardini. In prima fila naturalmente il duo Nixon - Kissinger alla testa di Stati Uniti scossi dall’incombente débâcle in Vietnam e da qual sommovimento per i diritti civili che annunciava le Culture Wars infinite (dissoi logoi) in cui sono ancor oggi profondamente immersi e che da allora segnano irreversibilmente la polarizzazione crescente della vita politica americana[25]. Parte allora - nel punto più basso, in un momento di precipizio generalmente colto come irreversibile - l’azione per prepararsi ad un altro mondo e provare a risistemare l’impero.

 

 

Rivoluzione passiva

 

In primo piano, ci sono naturalmente lo scossone inferto alle ‘catene’ di Bretton Woods e il cambio di visione dall’Atlantico al Pacifico, con l’apertura alla Cina. Di quegli atti e passaggi si son date generalmente letture quasi tutte e sempre orientate da categorie quali ‘crisi’ e ‘declino’, scelte da «ultima chance»,  «acqua alla gola». E lo sguardo il più delle volte è stato tutto per il turbinio di compromessi e accordi che seguirono quelle decisioni- in particolare quella sul nuovo statuto del dollaro, sulle straordinarie difficoltà che le accompagnarono e ne scaturirono. Oggi possiamo valutarle meglio entro cornici analitiche più adeguate e informate. Svariati studi hanno rivelato quanto lunga e accurata sia stata la preparazione di quel colpo, fin da una campagna elettorale tesa a rompere il tradizione blocco politico-elettorale cementato decenni prima dal New Deal. L’unilateralismo non è la risorsa dell’ultimo momento: la mira è da tempo sui legacci che imprigionano dollaro e politica[26]. Nixon e Kissinger – e con loro John Connally, segretario al Tesoro - sanno di scatenare la finanza internazionale, un soggetto ormai non più controllabile da leve statuali, per quanto imperiali. Decidono di farlo secondo un calcolo che punta a conquistare il maggior grado di autonomia possibile in un mondo ormai inevitabilmente interdipendente. Mettono così il dollaro al centro di un nuovo turbine globale, sapendo che gli altri - da tempo impegnati nella difficile ricerca di una alternativa, di una moneta comune (Piano Werner) - non sapranno opporre o trovare, almeno a breve, un’altra strada. Dovranno acconciarsi.

Si avvia così una rivoluzione che ridisegna le forme del comando imperiale, mettendo fine all’«embedded liberalism», il liberalismo regolato, che aveva presieduto alla ricostruzione del «mondo libero». Lungo una tradizione che – dalla proclamazione della Dottrina Truman all’annuncio del Piano Marshall – alla pratica degli arcana imperii ha sempre preferito la comunicazione dei propri obiettivi, adesso il punto cardine delle scelte è proprio la consapevole attivazione di una folla di attori che si affiancano e rafforzano l’azione prettamente statuale nell’indirizzare i vari processi globali: grandi imprese multinazionali con i loro investimenti all’estero, o TNC, Transnational Corporations, organizzazioni non governative ecc. Il mondo non è più il liscio bigliardo di un tempo dominato uniformemente dalla rete degli Stati-nazione e regolato dalle feluche della diplomazia. Il governo cede il passo alla governance, alla moltiplicazione di attori e forme del governo, così come l’hard power - «farai quel che voglio» - al soft power: «sognerai di fare quel che io voglio».

La fine di Bretton Woods, la triangolazione del mondo realizzata a Pechino, segnano l’atto iniziale di una storia che ora procede sistematicamente con la costruzione di casematte a livello sovra e transnazionale. La società civile internazionale ora s’affolla e complica oltre ogni dire.

Del resto, basta distanziare lo sguardo dalle luci della ribalta internazionale per notare come a contribuire nel lungo periodo a quell’arrovesciamento del mondo, alla delineazione di un nuovo modo di condurre il gioco, c’è un clamoroso sforzo politico e intellettuale. Come non cogliere e sottolineare lo straordinario rinnovamento delle chiavi analitiche dell’occhio americano? Tra il 1970 e il 1973 vengono pubblicati Between Two Ages. America’s Role in the Technetronic Era,  di Zbigniew Brzezinski, The Coming of Post-Industrial Society di Daniel Bell, Anarchy, State and Utopia di Nozick, The World in Depression di Kindleberger, Transnational Relations and World Politics di Keohane e Nye[27]. Nascono allora parole d’ordine e visioni della società, dei suoi soggetti, del mondo, con le quali ancora oggi stentiamo a fare i conti. Categorie come ‘Stato minimo’, ‘post-industriale’, ‘transnazionale’, ‘egemonia’, ‘beni pubblici’, ‘network’, ‘globalizzazione’ da allora hanno ampliato e mutato il nostro vocabolario.  Oggi presidiano a gran parte della nostra attrezzatura analitica.

In quello stesso torno di tempo nasce la Trilateral Commission con la sua fortunatissima ricetta sul sovraccarico di democrazia da semplificare con la primazia degli esecutivi: una primazia sì nel comando ma soprattutto nella promozione e nel coordinamento del molteplice, attraverso il coordinamento nelle agende di lavoro di nuove élites e tecnocrazie.

Non sarà con questo bagaglio che Nixon finirà nelle maglie dell’empeachement. Ma sarà questa panoplia così ampia di temi ed attori a presiedere alla risalita degli USA dal baratro vietnamita, dalla crisi del Watergate. Una ripresa retrospettivamente più ampia e profonda di quella in genere frequentata dalla letteratura del declino. Basta far mente alla sequenza impressionante di innovazioni che si dipartono in quegli anni dai laboratori a stelle e strisce. Tra il 1970 e il 1975 vengono ideati e lanciati: codice a barre, microprocessore, floppy disc, la CAT o tomografia assiale computerizzata, e-mail,  marmitta catalitica, calcolatore tascabile, Altair, primo home computer ecc. Una nuova ondata di innovazione tecnologica inizia a sommergere il globo, dando l’avvio ad una rivoluzione planetaria nelle forme della comunicazione. Un nuovo individualismo fa il suo esordio: adesso non ascolta più solo la voce del mondo. Inizia a portarlo in tasca.

Le élites a stelle e strisce, la nuova dirigenza USA si ripensano nel mondo.  Con quel globo emerso dall’avventura spaziale e impugnato dalla contestazione. Gli USA proveranno a mettere a frutto il discorde dialogo con il protagonismo critico, a forte caratura giovanile, emerso dalle pieghe del mondo post-bellico: insomma, con quella soggettività variamente etichettata come Sessantotto. Muovono di lì, dalla risposta a quel nuovo soggetto, a quella straordinaria e globale domanda di ripensamento della politica, di rottura dei vecchi assetti bipolari, per avanzare un nuovo «assalto al cielo» della politica mondiale. Mentre l’URSS inizia ad accartocciarsi in difesa, dietro i suoi carri armati e i suoi missili – in Cecoslovacchia come in Afghanistan –, gli USA  si apprestano a digerire la sconfitta vietnamita e la crisi della «presidenza imperiale», finita impicciata nel Watergate.

Il rilancio sarà profondo e duraturo. Nulla lo spiega meglio della gramsciana categoria di rivoluzione passiva. Ai giovani del ’68 e alla loro domanda di forme nuove di responsabilità e governo mondiale, gli USA risponderanno accettando quell’arena di confronto, ma rimescolando poste e sfide sul terreno di individualismo e consumismo, del loro sviluppo e della loro promozione globali. Sarà in quelle forme che proveranno a riplasmare il mondo in forme sempre più parossistiche, a mano a mano che finanza e comunicazione imporranno al globo i loro nuovi diritti di signoraggio.

 

 

La riscoperta dei diritti umani

 

A schermare e rafforzare quest’opera di rilancio di egemonia e primato contribuirà anche la lenta, contraddittoria riscoperta di una tematica rimasta silente e negletta anche nei momenti più rigidi della «guerra fredda»: la battaglia sui «diritti umani».

Uno strano destino la accompagna nel passaggio dagli anni Sessanta al decennio successivo. Nasce all’alba degli anni Sessanta nel fuoco dello scontro sui diritti civili. Rafforzata lentamente dalla crescente consapevolezza dell’Olocausto, permessa anche da una nuova letteratura sul tema, esplode come critica delle stragi e delle degenerazioni belliche in Vietnam, «antidoto al peccato e alla colpa»[28].  Sarà George McGovern a farla propria nelle proprie battaglie nelle primarie democratiche del 1968 e poi nelle elezioni presidenziali del 1972. Finirà però anche distorta nelle mani della destra americana che la lancerà, sempre nella battaglia elettorale del 1972, in versione anticomunista e antisovietica. A metà degli anni Settanta celebrerà un suo trionfo nelle formule diplomatiche che coroneranno ad Helsinki  la firma dell’ «Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa».

Non vi è spazio qui ora per ricostruire i canali molteplici attraverso cui si alimentava – tra mille contraddizioni e anche altrove, specie nell’Europa dell’Est – questa riscoperta di temi e parole d’ordine scolpite nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il lungo inverno della «guerra fredda», con l’esaltazione delle tematiche  della ricostruzione dalla guerra e dell’autodeterminazione, aveva fatto sì che anche la lunga stagione della battaglia di liberazione dal neocolonialimo riconoscesse una primazia al tema della sovranità  politica. Questa passa in secondo ordine a mano a mano che la politica di potenza,  in Vietnam o Cecoslovacchia, finisce sul banco degli accusati e che dalle parti più varie del globo – dall’America latina di Pinochet o dell’Uruguay, dal Burundi all’Uganda, all’Indonesia o al Pakistan - si infittiscono le denunce su torture, imprigionamenti, stragi o veri e propri genocidi. Impugnarli significa allora tornare a riconoscere il mondo per quello che è, provando a purgarlo degli abusi più intollerabili, ma con uno sguardo mondo dell’ampia fiducia un tempo concessa alla statualità.

Volta a volta i diritti umani finivano così vissuti o vantati per fini diversi e magari opposti: viatico per recuperare ora l’innocenza ora lo spazio perduti in Vietnam. E così i neoconservatori ritornava a magnificare, sotto altre spoglie, l’anticomunismo di sempre, mentre i liberal tornavano a predicare virtù.

Da sponde e con accenti diversi, comunque, queste riprese d’attenzione per le libertà e i diritti umani sottilmente congiurano infine nel decennio ad una sottile ma comune accentuazione di un tema antico della tradizione politica americana: l’eccezionalismo.

Prima vi sono gli USA che si affacciano sul globo, forti sì dello stato di superpotenza loro consegnato dall’atomica, ma soprattutto disposti a mutare il mondo, a provvederlo di pace e sicurezza e sviluppo, come strada principe per curare il legno storto della democrazia americana, per sospingerla oltre le libertà ereditate dalla storica Dichiarazione di indipendenza.  Era questa la sostanza del rooseveltismo, la sua proclamazione delle Quattro libertà, la sua teorizzazione di un Economic Bill of Rights a coronamento della rivoluzione promossa con il New Deal: le libertà del moderno Novecento - «libertà dalla paura», «libertà dal bisogno» - per affermarsi non avevano bisogno più di contrapporsi al potere, ma di piegarlo, addomesticarlo, dirigerlo, in una nuova e inedita alleanza, così da espandersi in campi nuovi, per coniugarsi come eguaglianza e incarnarsi in nuovi diritti politici, ma soprattutto civili e sociali.

Riguardando parole ed esempi di figure quali quelle di Reinhold Niebuhr, nume tutelare del pensiero democratico statunitense, o di George F. Kennan, padre del contenimento o delle letture del mondo sottese al Piano Marshall, si nota con immediatezza che per loro la democrazia «è qualcosa che dobbiamo perseguire non qualcosa che incarniamo naturalmente, qualcosa che conquistiamo non esortando gli altri, ma combattendo il male che è in noi stessi. L’ironia dell’eccezionalismo americano di allora era di ispirare il mondo riconoscendo la propria fallibilità»[29].

La lettura neoliberale e infine neoconservatrice, che si alimenta di una variegata riscoperta dei diritti umani, provvede  a stravolgere il rapporto tra USA, democrazia e mondo. Gli Stati Uniti si ergeranno ora come moderna, risplendente incarnazione di A City on the Hill, «una città su una collina, gli occhi del mondo fissi su di noi», così come tramandata nell’iconografia più classica dei Padri Pellegrini. E’ da questo roccioso, esemplare e infallibile fondamento che muoveranno contro il male nel mondo, in lotta al fondamentalismo, moderna incarnazione del totalitarismo già due volte sconfitto nel Primo Novecento. La democrazia si può esportare perché essa è incardinata saldamente nell’American Way of Life: la sua riproducibilità, assieme ad un modello di mercato e di consumi, è garantita dal saldo possesso vantato sul suo copyright originario. La rivendicazione degli USA come alfieri dei «diritti umani» nel mondo finirà con l’alimentare al volgere di secolo e di millennio gli eclatanti ossimori della «guerra umanitaria» e la santificazione della «democrazia da esportazione».

 

 

 

 

Colpo di reni

 

L’Europa prova ad abbozzare una risposta, vogliosa di succedere o d’affiancarsi all’”amico americano” nella stanza dei bottoni del Nuovo Mondo. Il duo Schmidt-Giscard tenta di approfittare dell’occasione storica offerta dal capitombolo americano per i gradini ripidissimi di Vietnam e Cile, Watergate e Culture wars. Su loro ispirazione si materializza il sogno supremo della Trilateral: un coordinamento globale degli esecutivi al massimo livello[30]. A Rambouillet e subito dopo Francia e Germania provano persino a far da sponda alla richiesta di “nuovo ordine mondiale” che viene dal Sud. Sarà un fallimento in cui si incuneano gli USA che rompono l’assedio e con il nuovo dollaro, provvisto di margini di fluttuazione, si offrono come sicuro approdo dei petrodollari che copiosi affluiranno negli States. Il Terzo mondo ne esce sfrangiato, l’Europa dovrà cercare ulteriori strade per sopravvivere unita

Si faranno così avanti – spesso promosse in questi coordinamenti esecutivi, animati il più delle volte dalle divisioni europee e da una nuova sicurezza americana - altre regolazioni e ordinamenti. Ad orientarli il nuovo verbo a stelle e strisce che da tempo affatica gli americani nel tentativo di far rifiatare dollaro ed egemonia. A Helsinki si chiude intanto il primo capitolo della galoppata dei diritti umani: l’eredità della seconda guerra mondiale e la coesistenza dei blocchi viene  regolata all’insegna del rispetto per i diritti umani e la libertà fondamentali. In primo piano la libertà di scelta. Non c’è menzione alcuna invece per la promozione di eguaglianza e benessere – vero tratto caratteristico dell’antifascismo e di tutte le costituzioni del dopoguerra, dello stesso New Deal. Esemplari di questa deriva le letture speculari date sulla preminenza dei diritti umani da Jimmy Carter o da Vàclav Havel, tutte all’insegna di un politica legalitaria, depotenziata di ogni capacità trasformatrice[31]. Lo Stato, la leva pubblica sono ovunque sul banco degli accusati per la crisi fiscale finita ovunque fuori controllo.

E’ il «Rapporto McCracken» – Towards Full Employment and Price Stability - a nominare il problema[32]: le politiche keynesiane hanno ormai creato un problema di compatibilità tra capitalismo e democrazia. Il sovraccarico di domanda è qualcosa che non pesa solo sulle aule parlamentari ma direttamente sull’accumulazione. Per tornare ad una coabitazione virtuosa tra i due termini v’è bisogno di uno Stato o meglio di una «democrazia disciplinare» capace di imporre o convincere cittadini, lavoratori e imprese ad un passo indietro rispetto a livello dei salari e conquiste sul terreno dei benefici sociali e fiscali del passato. La mira delle politiche pubbliche deve cambiare: dalla piena occupazione al controllo dell’inflazione.

È su questo piano inclinato che verrà a disporsi lo SME, il Sistema Monetario Europeo, di Schmidt e Giscard, disposto a condividere quella filosofia dell’intervento pubblico. Strada facendo sarà rafforzato in questi presupposti dalla sentenza sul «Cassis di Digione» della Corte di Giustizia: veniva sdogatato il principio per cui un bene conforme alla legislazione del paese di provenienza poteva correre liberamente per tutti i paesi CEE. Basta con la armonizzazione dall’alto delle legislazioni. Via all’equivalenza e al riconoscimento reciproco. La concorrenza ora si sposta dai prodotti alle legislazioni. Si spalanca la porta alla legislazione più leggera, allo Stato minimo, alla concorrenza degli ordinamenti[33]. Essa diverrà poi metodo comunitario, con l’«Atto unico» e soprattutto con la presidenza Delors, con il suo Libro bianco per il completamento del mercato interno. La realizzazione del mercato unico, in barba ad ogni vulgata neoliberista, un piano, per decisione politica

È paradossale che la svolta fondamentale dello SME maturi nell’ambito di un contrasto – divenuto poi un dato costante – tra Helmut Schmidt e la dirigenza della Bundesbank, insomma con l’anima più disciplinare e tecnocratica delle élites europee, contraria ad interventi illimitati dell’istituto in momenti di crisi o squilibrio (un dato su cui ora non si può approfondire l’analisi, ma di grande interesse, perché costante nei momenti più acuti di crisi in Germania come in Europa: basti pensare alla sua rilevanza al momento dell’unificazione tedesca e con lo scontro Kohl-Pohl). Così come è altrettanto paradossale che proprio Helmut Schmidt, di spiccatissimo europeismo, sia stato il più deciso propugnatore dell’installazione degli euromissili[34].

Originariamente Carter non è per una copertura assoluta dell’Europa: la «risposta flessibile» rappresenta la sua impostazione originaria. Saranno gli europei - e tra essi soprattutto Schmidt, seguito con decisione da Cossiga - ad insistere per una risposta che non lasci dubbi o ambiguità nella copertura dell’ombrello americano. Da parte tedesca si cerca un vincolo assoluto a mano a mano che la situazione internazionale si incancrenisce e cresce la pressione, dall’Iran all’Afghanistan.

Iniziano allora le prime, decise evoluzioni di un nuovo pacifismo, assolutamente diverso, altro da quello che in Europa aveva vissuto i suoi fasti come movimento dei «Partigiani della pace». Assai composito, multiforme rispetto al suo predecessore, animato dai vari soggetti e movimenti che si sono fatti avanti nell’ultimo decennio – ecologismo, femminismo – ma marchiato dal comune denominatore di una lettura avanzata della parola d’ordine dei diritti umani e di un universalismo fondato sulla idea regolativa della pace. Esaurirà la sua spinta quanto sarà costretto paradossalmente a salutare la vittoria della propria parola d’ordine - «opzione zero» - celebrata però da altri. Ovvero quando i due Grandi, grazie anche alla statura politica di Reagan e Gorbaciov, con un tratto di penna la materializzeranno realizzando, ad un tempo, il sogno pacifista e la subitanea delegittimazione dell’intera classe dirigente europea, saldamente attestata in difesa di quella barriera. Risorgerà volta a volta dalle ceneri e sempre sotto diverse spoglie nei momenti di stretta e crisi globale: come movimento per la pace ancora contro la guerra del Golfo, o come movimento global o no-global nella Francia del 1995 o nella Seattle di fine secolo, a salutare la nascita della WTO, o ancora come movimento per i beni comuni, con le etichette conquistate nella critica al neoliberismo e ai suoi fallimenti: indignados, OWS - Occupy Wall Street ecc.

Non riuscirà mai a sortire dallo stato larvale, a volare, farsi soggetto, perché non saprà o non vorrà mai tematizzare né incrociare la tematica istituzionale: sovranazionale o internazionale che sia. Masse e movimenti marceranno su binari che quasi mai – tranne che in alcuni Summitt dell’ONU sul clima o le diseguaglianze – incroceranno quelli istituzionali, lungo i quali intanto procedono senza requie la complicazione istituzionale e l’affollamento delle sedi più disparate. Del resto non è ai tavoli ufficiali, magari quelli delle Nazioni Unite, che vengono poggiati i dossier più pesanti. Sarà per altre strade – magari dalla Conferenza di Helsinki o dai negoziati Gatt – che su impulso soprattutto degli USA avverranno le svolte decisive: la nascita della CSCE, con la successiva, definitiva trasformazione in OSCE, o quella della WTO.

A rendere ancor più difficoltosa, sul finire degli anni Settanta, la decifrazione della fase provvede inoltre un generale oscuramento dell’orizzonte. È nel Pacifico che matura ed esplode la crisi di quell’universalismo di conio occidentale che negli ultimi decenni aveva coltivato, attorno e accanto al Vietnam, il sogno di un ridisegno dal basso degli equilibri globali. Il Davide che aveva raccolto attorno a sé il mondo nella sua battaglia vittoriosa contro Golia vomita ora Boat-People soccorsi d’ogni dove. L’internazionalismo che aveva intravisto nella sua battaglia la possibilità di un arrovesciamento dei rapporti di forza globali deve ora riconoscere le ragioni di altri ultimi. La corsa del mondo per indipendenza, autodeterminazione e sovranità non contempla più necessariamente l’affermazione di e nuovi diritti e libertà. Può deflagrare ora per oppressioni e barbarie di nuovo tipo. E che la corsa della storia possa ora conoscere inedite complicazioni sta a dimostrarlo la vicenda iraniana. Lì i diseredati di una modernizzazione selvaggia, nel liberarsi dalle catene dei Pahlavi, pensano di trovare nella religione e in Kohmeini il loro vindice sicuro. La marcia fin qui apparentemente inarrestabile della secolarizzazione marca il passo ovunque. Da più parti nel mondo s’allargano i dubbi: non solo e non più sulla fattibilità delle sue promesse, ma direttamente sulla loro bontà. Sempre più spesso e per più parti la religione torna ad essere invocata come riparo e balsamo di un «società senza centro, anomica», tetto per i dannati della terra. Ovunque emergono nuovi integralismi e fondamentalismi tesi a «evangelizzare il mondo o l’Europa» o «islamizzare la modernità». S’avanza ora «la rivincita di Dio»[35]. La religione torna ragione del mondo e annuncia lo «scontro di civiltà» sospeso poco dopo sul futuro della Terra da Samuel Huntington[36]. A rappresentare emblematicamente latitudine della ricerca e smarrimento, interrogativi e dubbi della ragione occidentale sta il lavorio di Michel Foucault. Non a caso la sua interrogazione sulla governamentalità, sulle sue radici nel «governo pastorale delle anime», gli va volgere sguardo e attenzione ai nuovi pastori, a Khomeini e all’Islam politico, così come ai Boat-People e al diritto, come limite alla potenza d’ogni forma di potere e alle sue escrescenze[37].

Sarà Ernst Nolte a individuare con più decisione nel biennio 1978-1979 lo scatto di reni della reazione neoconservatrice[38]. A Manila fallisce l’ultimo tentativo dell’Unctad di conquistare posizioni sulla parola d’ordine di un «nuovo modello di sviluppo». La seconda crisi petrolifera sfrangia il Terzo Mondo e riallontana Nord e Sud del globo. Crisi iraniana, Euromissili e SME scombussolano i vecchi equilibri, spianando la strada a Thatcher, Reagan e infine Kohl. L’onnipotenza della politica, almeno a dimensione nazionale, è continuamente posta sotto scacco. Carter ne ha fatto già dolorosa esperienza con la scelta di Volcker alla Federal Reserve e di tarpare le ali del dollaro. Di lì a poco Mitterrand si accorgerà – troppo presto rispetto all’inizio, ma in ritardo sui tempi – che per la sua Francia e l’ambizioso programma di nazionalizzazioni non c’è abbastanza acqua per nuotare. Sarà svolta europea.

Il mondo s’arrovescia ora sul Pacifico. Le «quattro modernizzazioni» di Deng confermano che su quei fondali e sul nuovo «cambio fisso» dollaro-yuan si sta incardinando davvero il «mondo nuovo». Gli USA - «impero della produzione» nei Trente Glorieuses con l’esportazione di «dollari, pallottole e burro» - divengono ora «importatori di capitali esteri». Adesso «gli scaffali di Wal-Mart sono riforniti dalla Cina»[39].

 

 

Illusioni

 

Varrà la pena, nel concludere questo sguardo d’insieme sulle mutazioni della scena internazionale, soffermarsi sull’ultima, sfortunata manifestazione di prometeismo politico, non a caso sfociata nel crollo dell’ordine bipolare: la parabola di Gorbacev e del suo tentativo di riforma, associato all’invocazione di un «nuovo ordine mondiale»È il caso di soffermarsi proprio su questa espressione -  generalmente ricordata e attribuita al presidente Bush – ma che invece è posta da Gorbaciov, il 7 dicembre 1988, al centro di un proprio, famoso intervento alla Assemblea generale delle Nazioni Unite[40].  Sono parole di straordinaria chiarezza e suggestione in cui riecheggiano le teorizzazioni e rivendicazioni di qualche anno del «Gruppo dei 77», del Sud del Mondo, per chiedere un mutamento dei complessivi equilibri mondiali.

Sulle labbra di Gorbacev il «nuovo ordine mondiale» veniva rivendicato come necessità storica per impedire che «la spontaneità non regolata» possa condurre il mondo «in un vicolo cieco». Di qui il bisogno non solo di «cooperazione», ma di «creazione comune» di un nuovo ordine, di «co-sviluppo». E a predicato di questa nuova forma delle relazioni internazionali Gorbaciov aveva posto una virtuosa compresenza di «differenze di sistema», come fattore di «arricchimento e avvicinamento reciproci», in modo da escludere sia che «i processi interni di trasformazione» procedano «lungo ‘corsi paralleli’ rispetto agli altri, senza utilizzare le conquiste del mondo circostante», sia che vi siano «ingerenze nei processi interni» tese a «modificarli sulla base di modelli ad essi estranei».

Lungo questa linea Gorbacev postulava una ripresa di centralità dell’ONU, ben salda al comando di una agenda della politica mondiale orientata da un punto preciso: il disarmo: Per il leader sovietico, senza di esso «nessun problema del XXI secolo può esser risolto». Al contempo annunciava un consistente, unilaterale taglio delle forze armate sovietiche e fissava gli obiettivi fondamentali cui ora si improntava la politica estera sovietica in tema di armamenti: «la costruzione di un mondo denuclearizzato», il passaggio «dal principio del superarmamento al principio della ragionevole sufficienza difensiva». Insomma, in quella prospettazione di futuro c’è una tribuna chiara – l’ONU, la comunità degli Stati – e un’audience precisa: il pacifismo nelle sue varie vesti e espressioni con la sua netta rivendicazione di disarmo.

Altri gli orizzonti indicati da Bush l’11 settembre 1990, davanti al congresso USA[41]. Anch’egli è proteso verso «un nuovo ordine mondiale: una nuova era, libera dalla minaccia del terrore, più forte nel perseguimento della giustizia, più sicura nella ricerca della pace». A segnare la discontinuità storica stanno però già cinque risoluzioni del Consiglio di sicurezza: con il concorso diretto dell’URSS di Gorbacev condannano l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein e fissano i termini per la soluzione della crisi e il ristabilimento della pace. Per il presidente americano «è iniziata una nuova era di cooperazione tra le nazioni», che – come preciserà in un successivo discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite[42] – ci sta portando «in un mondo nuovo e diverso», un mondo in cui «stiamo finalmente vedendo la possibilità di usare le Nazioni Unite per gli scopi per cui furono concepite: come centro per la sicurezza collettiva internazionale».

Di lì a poco si darà avvio ad una guerra benedetta dal Consiglio di sicurezza e segnata dalla preponderanza politica, militare, economica degli USA. Segnerà il mondo per il tempo a venire e non certo in direzione del «nuovo ordine mondiale» promesso e vantato.

Invano si può cercare il termine ‘disarmo’ o un qualche riferimento ad esso nei due discorsi di Bush: una ricerca del resto improbabile in giorni in cui si sta già ammassando in Medioriente la nuova “Invincibile Armata”. Il suo «nuovo ordine mondiale» si nutre di altre dinamiche e visioni: a senso unico. Intanto muove dall’altrui collasso: siamo in un mondo altro da quello conosciuto, oltre «il contenimento e la deterrenza», a causa dei «cambiamenti che si sono prodotti in Unione Sovietica», esclama il presidente di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite. La «rivoluzione dell’89 ha spazzato il mondo» e «ha trasformato il clima politico dall’Europa centrale all’America centrale e toccato ogni angolo del globo». Né vi possono essere dubbi sulla direzione di marcia: è già possibile intravedere «un mondo in cui la democrazia continua a conquistare nuovi amici e a convertire vecchi nemici e in cui le Americhe – del Nord, del Centro e del Sud – come primo emisfero completamente libero del mondo possono funzionare da modello per il futuro dell’intera umanità»; così come è possibile vedere «un mondo che si costruisce sul nuovo modello di Unione europea, un mondo intero unito e libero, e non solo l’Europa».

In queste righe ricorre un utilizzo della parola d’ordine delle libertà e dei diritti assolutamente altro da quello di Gorbacev.  Netto e limpido spicca l’ennesimo ciclo di rivoluzione passiva che gli USA di Bush si apprestano a lanciare all’inizio degli anni 90. Si appropriano della parola d’ordine lanciata da Gorbacev, ma per stravolgerla a manto di una mutazione che contempla la coltivazione della asimmetria vantata dagli USA e dall’Occidente nei confronti tanto del Sud del Mondo che dell’Est. E che questa sia la direzione di marcia è reso subito evidente sia dalla condotta della guerra mediorientale, malamente mascherata da operazione di «polizia internazionale», sia dalla riunione del G7 a Londra del luglio 1991.

Vi partecipa come invitato anche Gorbacev. Chiede appoggio e aiuti. Con la rilevante eccezione di Andreotti e Mitterrand che comprendono importanza e delicatezza del momento attraversato dall’URSS e dalla leadership gorbacioviana, gli altri Grandi chiedono rassicurazioni preventive, passi concreti e ultimativi su liberalizzazioni e privatizzazioni: un salto di sistema[43]. Fino alla fine tengono stretti i cordoni della borsa e della solidarietà politica. È la delegittimazione assoluta del gorbaciovismo, del tentativo di riformare l’URSS dall’interno. Un salto nel buio che si traduce immediatamente nel via libera ai golpisti, alla dissoluzione dell’URSS, al ‘riformatore’ Eltsin.

Quanto pesa in Gorbacev la pratica oligarchica, il rispetto della nomenclatura, una pratica tribunizia tutta affidata alla comunicazione? Quanto pesa nella sua esperienza e traiettoria politica la pratica dei vertici, lo stesso G7 con la sua pratica della comunicazione planetaria che poi però lo lascia solo di fronte alla rivolta dei suoi consociati quando l’unica concreta prospettiva diviene quella di una generale rottamazione. Sarà la rivolta della nomenklatura che nelle varie repubbliche sceglierà la propria sopravvivenza e la muta di pelle oligarchica, la privatizzazione generalizzata. Un percorso altro da quello di Deng che prima di aprire rassicura i suoi: nelle vostre mani stanno le chiavi della Cina. A voi decidere e controllare l’apertura al mondo.

Avendo spazio e tempo bisognerebbe concentrarsi su questi aspetti per illuminare i contrasti e i rapporti di tipo nuovo che si vengono ora ad instaurare tra nazionale e transnazionale, statuale e sovranazionale

Siamo ormai in un’altra epoca. All’età della speranza è subentrata definitivamente – e per un bel pezzo - quella dell’angoscia. Il futuro non sarà mai più come prima. Non si potrà più intravederlo o sognarlo, come per il passato. Di qui lo scavo affannoso e senza fine nel passato, la ‘memoria’ di Sisifo dei nostri tempi.



[1] John Williamson, facitore dell’espressione, ne ha ben descritto origine e sviluppi in una serie di saggi:  What Washington Means by Policy Reform, in John Williamson (ed.), Latin American Adjustment: How Much Has Happened?, Institute for International Economics, Washington, D.C., 1990; The Washington Consensus as Policy Prescription for Development, a lecture in the series Practitioners of Development, delivered at the World Bank on January 13, 2004.

[2] M. McLuhan-B. R. Powers, The Global Village, New York, Oxford University Press, 1989, tr. it.: Il villaggio globale. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media, Milano, SugarCo, 1992, p. 22.

[3] Sul peso che le missioni Apollo e la corsa allo spazio hanno avuto nell’affermazione di una determinata visione della globalizzazione ho già avuto modo di trattenermi nel capitolo finale - Pensiero globale – di Dopo Maastricht. Cronache dall’Europa di fine secolo, Molfetta, la meridiana, 1998.

[4] M. McLuhan, Understanding Media, 1964, tr. it.: Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1967, p. 11, corsivi del testo originario.

[5] Barbara J. Keys, Reclaiming American Virtue. The Human Rights Revolution of the 1970s, Harvard University Press 2014, p. 10.

[6] Il saggio Jaspers as Citizen of the World era apparso in realtà nel 1957 in un volume collettaneo. Fu poi ripresentato nel 1968 dalla Arendt nella raccolta Men in Dark Times con la significativa aggiunta del punto interrogativo finale, Jaspers cittadino del mondo?, che compare anche nella traduzione italiana nella raccolta curata da Rosalia Peluso, H. Arendt, Humanitas Mundi. Scritti su Karl Jaspers, Milano, Mimesis, 2015, pp. 69-83, da cui citiamo.

[7] Ivi, pp. 70-1.

[8] H. Arendt, On Violence, New York, Harcourt, Brace, Jovanovitch, 1970, tr. it. Sulla violenza, Parma, Guanda, 1996, p. 21

[9] M. Revelli, 1968. La grande contestazione, Roma-Bari, Laterza, 2008.

[10] A Port Huron nell’estate 1962 si tenne la convenzione nazionale della SDS, Students for A Democratic Society, una delle componenti principali di quella che diventerà la New Left statunitense. Fu elaborato in quei giorni The Port Huron Statement, considerato una delle fonti primarie della contestazione giovanile degli anni Sessanta. La sua traduzione ora come Manifesto di Port Huron in Il ’68 senza Lenin. Ovvero: la politica ridefinita. Testi e documenti. Introduzione di Goffredo Fofi, Roma, edizioni e/o,  1998, pp. 15-7.

[11] McLuhan, Gli strumenti del comunicare cit., p. 57.

[12] Sui tratti costitutivi del 1968, oltre il già citato studio di Revelli, cfr. P. Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Roma, Editori riuniti, 1988; G. Arrighi-T.H. Hopkins-I. Wallerstein, Antisystemic Movements, Roma, Manifestolibri, 1992; D.Archibugi-R Falk-D.Held-M. Kaldor, Cosmopolis: E’ possibile una democrazia sovranazionale?, Roma, Manifestolibri, 1993; M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. II La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri, t. 2 Istituzioni, movimenti e culture, pp. 383-476. Sul rapporto con l’Olocausto e la bomba della generazione degli anni Sessanta, cfr. H. Arendt, Sulla violenza, in Politica e menzogna, Milano, SugarCo, 1985, pp. 165-251 e in particolare pp. 177-80. Sulla “ridefinizione” della politica, C. Donolo, La politica ridefinita. Note sul movimento studentesco, in “Quaderni piacentini”, 1968, n. 35, ora parzialmente in G. Vacca, Politica e teoria nel marxismo italiano, 1959-1969. Antologia critica, Bari, De Donato, 1972, pp. 393-416.

[13] Dal titolo del libro omonimo di Jean Fourastié sul trentennio di crescita del secondo dopoguerra: Les Trente Glorieuses: Ou la révolution invisible de 1946 à 1975, Paris, Fayard, 1979.

[14] La traduzione italiana fu pubblicata dalla Biblioteca della EST, Edizioni scientifiche e tecniche Mondadori, Milano 1972. Per l’edizione originale cfr. D. H. Meadows et al., The Limits to Growth, New York, Universe Books

[15] Z. Brzezinski, Between Two Ages. America’s Role in the Technetronic Era, New York, The Viking Press, 1970, rispettivamente pp. 19 e 3. Sulla figura di Brzezinski e sul suo ruolo nell’avvio della Trilateral, cfr. S. Gill, American Hegemony and the Trilateral Commission, Cambridge University Press, 1990, pp. 122-79 e la Nota introduttiva dello stesso Brzezinski al volume di M.J. Crozier-S.P. Huntington-J. Watanuki, The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, 1975, tr. it.: La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale, Milano, Franco Angeli, 1977.

[16] J. Carter, Crisis of Confidence Speech, 15 luglio 1979, rintracciabile ora presso il Miller Center della University of Virginia.

[17] Ch. S. Maier, “Malaise”: The Crisis of Capitalism in the 70’s, in Maier – Sargent – Manela – Ferguson (eds), The Schock of the Global, Cambridge, Belknap Press, 2011, pp. 25-48.

[18] B. Trentin, Le dottrine neocapitalistiche e l’ideologia delle forze dominanti nella politica economica italiana, in Tendenze del capitalismo italiano, Atti del convegno dell’Istituto Gramsci, Roma, Editori riuniti, 1962, ora in Vacca, Politica e teoria nel marxismo italiano, cit.

[19] Cfr. G. Garavini, Il confronto Nord-Sud allo specchio: l’impatto del Terzo Mondo sull’Europa Occidentale, in A. Varsori (ed.), Alle origini del presente. L’Europa occidentale nella crisi degli anni Settanta, Milano, Angeli, 2007.

[20] Sul Quarto Punto di Truman e la categoria di sviluppo nel secondo dopoguerra, cfr. G. Rist, The History of Development: From Western Origins to Global Faith, London-New York, Red Books,, 1997, tr. it. Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.

[21] Sul precipitarsi dell’URSS nel «Vietnam afghano», illuminanti le risposte di Z. Brzezinski a «Le Nouvel Observateur» del 15 gennaio 1998: Brzezinki: «Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les russes …».

[22] Odd Arne Westad, The Great Transformation: China in the Long 1970s, in Shock of the Global, cit.

[23] Cfr. il volume omonimo edito da Flammarion, Paris, 1999.

[24] Alvin Toffler, Future Shock, New York, Random House, 1970, tr. it.: Lo choc del futuro, Milano, Rizzoli, 1971.

[25] Sulle categorie di culture wars e polarization come costanti della vita americana fin dagli anni 70, cfr.: J. D. Hunter, Culture Wars; The Struggle to Define America, New York, Basic Books, 1991; R. Brownstein, The Second Civil War. How Extreme Partisanship Has Paralized Washington and Polarized America, New York, Penguin Books, 2008.

[26] Cfr. la ricchissima bibliografia e la ricostruzione proposte da D. Basosi, Il governo del dollaro. Interdipendenza economica e potere statunitense negli anni di Richard Nixon (1969-1973), Firenze, Polistampa, 2006.

[27] Solo alcuni tradotti in italiano: Nozick per il Saggiatore nel 1981, Kindleberger per Etas nel 1982.

[28] Così Barbara J. Keys, Reclaiming American Virtue, cit. Fondamentale per una più ampia ricostruzione S. Moyn, The Last Utopia. Human Rights in History, Cambridge and London, Harvard University Press, 2010.

[29] Così P. Beinart, The Rehabilitation of the Cold-War Liberal, in «The New York Times Magazine», 30 aprile 2006.

[30] N. Bayne – R. Putnam, Hanging Together: Cooperation and Conflict in the Seven Power Summits, Cambridge, Harvard University Press, 1987; H. James, Rambouillet, 15 november 1975: Die Globalisierung der Wirtschaft, Munich, DTV, 1997, tr. it.: Rambouillet. 15 novembre 1975. La globalizzazione dell’economia, Bologna, Mulino, 1999.

[31] Cfr. Moyn, The Last Utopia cit.,  posiz.  1806 e 1879.

[32] Paris, OECD publication, 1977.

[33] Cfr. M. Albert –J. Boissonat, Crise, Krach, Boom, Paris, Seuil, 1988, tr. it.: Crisi, disastro, miracolo. L’Europa nel gioco a rischio dell’economia mondiale, Bologna, Il Mulino, 1989.

[34] Cfr. Nuti – Bozo – Rey – Rother (eds.), The Euromissile Crisis and the End of the  Cold War, Stanford University Press, 1985; per il ruolo di Cossiga, cfr. S. Berlinguer, Ho visto uccidere la Prima Repubblica, Sassari, Carlo Delfino editore, 2014.

[35] G. Kepel, La Revanche de Dieu : Chrétiens, juifs et musulmans à la reconquête du monde, Paris, Seuil, 2003, tr. it. La rivincita di Dio, Milano, Rizzoli, 1991, citazioni a pp. 14-5..

[36] The Clash of the Civilizations and the Remaking of World Order, New York, Simon & Schuster, 1996, tr. it.: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti, 1997.

[37] M. Foucault, Naissance de la biopolitique. Cours au College de France. 1978-1979, Paris, Gallimard-Seuil, 2004, tr. it. Nascita della biopolitica : corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2009; Foucault, Taccuino persiano, a cura di R. Guolo e P. Panza, Milano, Guerini, 1998. Cfr. anche O. Marzocca, Perché il governo. Il laboratorio etico-politico di Foucault, Roma, manifestolibri, 2007.

[38] E. Nolte, Gli anni della violenza. Un secolo di guerra civile ideologica europea e mondiale, Milano, Rizzoli, 1995.

[39] D. J. Sargent, The United States and Globalization in the 1970s, in The Shock of the Global cit., pp. 60-1.

[40] Tradotto in italiano nell’antologia Pensare il mondo nuovo, con Introduzione di G. Vacca, Roma, l’Unità, 1989, pp. 23-40.

[41] G. Bush, Address Before a Joint Session of the Congress on the Persian Gulf Crisis and the Federal Budget Deficit, rintracciabile presso il sito della George Bush Presidential Library and Museum,  http://bushlibrary.tamu.edu.

[42] Address Before the 45th Session of the United Nations General Assembly in New York, 1° ottobre 1990, ibid.

[43] Il verbale della riunione, tenuta a Londra il 17 luglio del 1991, è stato pubblicato da Giulietto Chiesa  sulla «Stampa» del 13 giugno 1993.

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COME FU APPROVATO UN PIANO REGOLATORE

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MEMORIA MAGISTRA VITAE - III
Riordinando archivi e carte, la memoria rivive. Riproviamo perciò a trasmettere un po’ di storia documentata. Sempre utile quando il passato – più o meno lontano – scolorisce e finisce soggetto a troppe, sfacciate strumentalizzazioni.

 COME FU APPROVATO UN PIANO REGOLATORE

DIVENUTO POI TRAPPOLA

Era l’undici gennaio 1985. Di lì a poco si sarebbe votato per il rinnovo del Consiglio comunale di Giovinazzo. E l’Amministrazione a guida DC ambiva ad un terzo mandato. Quale passaporto migliore dell’approvazione di un Piano regolatore generale dopo che le scelte del Piano di fabbricazione varato nel 1971 erano ormai divenute inattuali?

In realtà, il percorso era iniziato da molto tempo, fin dal 1976, e aveva cominciato a produrre passi concreti a partire dal 1979-80, ovvero dalle deliberazioni con cui il Consiglio comunale aveva varato le cosiddette “sopra-elevazioni” in zona B e definito i criteri di sviluppo e sanatoria per le aree della zona costiera interessate dai fenomeni di abusivismo edilizio. Adesso si trattava di concludere quella marcia.

La seduta dell’11 gennaio iniziava dall’audizione dei tecnici incaricati. Tra varie precisazioni si delineava il quadro di assieme in cui veniva a calarsi la proposta specifica di piano regolatore: la crisi delle AFP, la fine della Cassa per il Mezzogiorno, la delineazione del primo Progetto di Area metropolitana di Bari.

Un primo punto di discussione riguardò la generale parametrazione del piano a 25 mila abitanti per il 1999. Vivace fu allora la discussione tra gli esponenti del PCI e i tecnici. Di fatto, oltre alla sottolineatura di alcuni errori tecnici nelle formule adoperate, emerse che in realtà per quel parametro erano stati adoperati tutta una serie di riferimenti di sviluppo generale ormai mutati, non più attuali. Alla fine i tecnici ebbero buon gioco contro un PCI rimasto isolato nella indicazione di quel dato irreale di 25 mila abitanti che poi avrebbe determinato, a cascata, tutta una serie di incidenze settoriali.

Un secondo punto di discussione si accese sulla destinazione delle aree AFP. Dopo aver ricordato che una prima bozza di piano aveva ipotizzato la delocalizzazione completa delle AFP nella zona ASI e la destinazione dell’area dismessa a terziario direzionale (ipotesi già rigettata da tutte le forze politiche), l’attenzione si appuntò sulla tipizzazione dell’area come «industria e/o servizi all’industria». Da parte del Pci la questione fu posta come pregiudiziale all’intera discussione, nel senso che in quella tipizzazione si scorgeva il pericolo futuro di una trasformazione surrettizia, di una possibile speculazione che portasse alla scomparsa dell’industria e alla libera interpretazione del termine ‘servizi’. Dopo accesa e lunga discussione, i tecnici concordarono sulla proposta avanzata dal PCI di riformulare il tutto come «industria e servizio all’industria ivi allocata». La DC volle chiarire che riteneva opportuna tale correzione per evitare malintesi e a chiarimento di una posizione da sempre sostenuta.

Altre discussioni particolari riguardarono le dimensioni complessive dell’intervento nei vari settori e la sua conformazione generale, con la definizione dell’area destinata al terziario direzionale e al porto turistico.

Passando alle varie dichiarazioni di voto il PCI – sia pure soddisfatto per aver spazzato via i pericoli immediati nascosti dall’ambiguità della destinazione originariamente assegnata alle aree AFP - accompagnò il suo voto decisamente contrario al progetto di PRG con una serie di motivazioni. Il piano negava il carattere storicamente industriale assunto da Giovinazzo, accerchiando l’area AFP con tutta una serie di tipizzazioni di area che avrebbero un domani creato problemi: a Nord direzionale e porto turistico, a Nord-Est aree turistico-residenziali, a Sud area di sviluppo intensivo residenziale e collocando invece lontano, verso Molfetta, aree artigianali. Con queste scelte generali si tracciava un futuro in cui le AFP erano condannate comunque ad andar via. Altro lo sviluppo possibile se si fosse collocato attorno alle AFP verso l’asse BARI-Modugno-Bitonto tutto l’intervento artigianale o di artigianato produttivo, a dialogo e con una integrazione più stretta con l’area industriale esistente e utilizzato altrove, verso Ovest lo spazio per le residenze. Una seconda contrarietà del PCI al progetto di Piano regolatore derivava dalle scelte relative al turismo. Di fatto si trattava di soluzioni che andavano a razionalizzare del tutto gli interventi speculativi e le illegalità perpetrate per tutto un recente passato sulla Costa, esaurendo tutte le cubature possibili per quei territori e completando il tutto con un improbabile Porto turistico. Terza questione il sovradimensionamento generale dell’intervento.

Considerazioni quasi analoghe venivano svolte dal PSI: impossibile resistere con una area industriale al centro del paese, assurdo rinviare al domani gli interventi di risanamento richiesti dalle illegalità perpetrate per anni sulla costa, tutta la previsione edilizia era di fatto sovradimensionata. Vi sarebbero stati problemi in futuro.

Tra perplessità per alcuni aspetti, quali ad esempio la collocazione della zona artigiana e la mancanza di verde, e il consenso per la difesa dell’area AFP, il MSI sceglieva l’astensione.

LA DC, con vari interventi di consiglieri e amministratori, dichiarava la sua piena soddisfazione per aver portato in porto una conquista storica che nei paesi viciniori appariva spesso impresa difficilissima. Un’impresa che coronava il lavoro avviato con le cosiddette sopra-elevazioni e che – in un momento difficilissimo quale quello determinato dalla crisi delle AFP – poteva avviare sviluppo alternativo nel settore turistico e edile.

Quel piano sarebbe passato poi per varie vicende e variazioni, determinate in primo luogo dalle decisioni regionali, in particolare sulle destinazioni turistiche, di fatto tutte azzerate in attesa delle nuove normative regionali. Altri aggiornamenti sarebbero stati imposti a distanza di tempo dalla necessità di adeguarsi alle evidenze della pianificazione idrogeologica.

Su iniziativa poi da parte di un cittadino che era stato tra i ricorrenti critici delle soluzioni previste per la costa, tutto quel complesso di decisioni urbanistiche finì quasi immediatamente in una indagine della magistratura contro gli amministratori dell’epoca, chiusa poi con un non luogo a procedere per insussistenza dei fatti. Le indagini svolte all’epoca e le analisi allora prodotte dai periti incaricati dalle parti o dagli inquirenti fecero però luce in particolare sulle tribolazioni della costa, sugli abusi perpetrati in passato e sulle scelte compiute nel merito dalla strumentazione urbanistica.

In particolare, fu accertato un sovradimensionamento del settore nella normativa adottata e fu documentata la preesistenza al piano di «oltre 40 costruzioni e/o complessi residenziali realizzati irregolarmente e/o illegittimamente e/o abusivamente». Dopo vari cambi di amministrazione, dovute a mutamenti determinati dalle elezioni a ridosso del 1975, le autorità regionali avevano chiesto adeguata sanzione senza che vi si potesse porre rimedio per l’impossibilità tecnica a poter procedere con demolizione, visto il diniego di qualsiasi impresa interpellata, o per  successiva prescrizione o condono.

L’attuazione di quel piano regolatore è ancora sostanzialmente bloccata a quei giorni lontani.