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STORIA E GUERRA AL GALOPPO

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Storia e guerra al galoppo

(pubblicato su «Fuori collana» il 21 dicembre 2022)

Scartabellato e letto tutto d'un fiato, il volumetto “La pace è finita” solleva tanti, troppi interrogativi. Colpisce l'assenza assoluta di alcuni termini: computer, televisione, informazione, internet. Ma anche spazio, petrolio, DNA, religione. Di quale mondo parla la geopolitica di Lucio Caracciolo?

Singolare quest’ultimo libro di Lucio Caracciolo. Limpidissimo nelle sue premesse. Fin dal titolo, magari un po’ scontato: «La pace è finita». È nel sottotitolo però la chiave del volume. Si inizia riecheggiando – ma per respingerla – l’illusione di Francis Fukuyama, «Così ricomincia la storia», ma poi si approda al più sicuro – almeno per l’autore – dei lidi. A rinverdire i fasti di una geopolitica che più classica non si può: «in Europa». Il vecchio continente, il centro del mondo di un tempo, torna ad essere così la stella polare, l’asse di una ruota con pochi, essenziali raggi. Pochi ma tutti bisognosi di una decodifica storico-politica capace di liberarli del carapace depositato dall’ultimo mezzo secolo di storia.

Tenere i Russi fuori, gli Americani dentro e i Tedeschi sotto

Di lì solo può ripartire hegelianamente – ovviamente nella rilettura fornita da Alexandre Kojève – il cammino del mondo, a patto però di liberarlo delle troppe rivisitazioni o falsificazioni depositate nel tempo. Magari da quella vera e propria «antistoria» presentata come religione, sogno, regolo della vita futura: gli Stati Uniti d’Europa. Ora immaginati da qualche algido, aristocratico mentore: uno su tutti Richard Coudenhove-Kalergi. O magari da democratici antifascisti sepolti a Ventotene. Una “antistoria”, secondo Caracciolo, che non a caso alimenta ancora col verbo europeista la zoppicante parabola dell’Unione Europea, tuttora incapace di farsi soggetto politico, reale attore globale. Specie ora che i venti di guerra la sfidano direttamente.
Ancor più necessario per Caracciolo liberarsi di quell’«Antieuropa» costruita dall’«amico americano» per cullare nelle coltri dell’atlantismo quel particolare «europeismo a stelle e strisce» in cui il Vecchio Continente viene dimidiato ad ancella di giochi planetari. Operazione di disvelamento ancor più fondamentale per cogliere la vera essenza dell’«Antieuropa» americana: il suo tratto decisamente «anti-tedesco», depositato non a caso al cuore dell’Alleanza Atlantica come segreto e disvelato a limpide lettere dal primo segretario generale della Nato, lord Ismay: «tenere i Russi fuori, gli Americani dentro e i Tedeschi sotto».
«Storia e geopolitica», ma ammantate di guerra, non promettono nulla di buono. Meglio prepararsi al peggio, guardando con attenzione naturalmente ai cantoni dove s’addensano «gli incroci diretti o per procura tra le maggiori potenze ai margini della massa eurasiatica»: si chiamino essi Ucraina o Taiwan. Lì stanno i giochi assoluti tra USA, Cina e Russia. Lì si rischia davvero di perder la testa e il bandolo della matassa.
Scartabellato e letto d’un fiato, il volumetto solleva tanti, troppi interrogativi. Ma davvero c’era bisogno della svolta del «24 febbraio 2022» per denudare la magagna ideologica di Francis Fukuyama? Non s’era immediatamente strappato il velo della Pax Americana? Non si era subito rivelato particolarmente stonato quell’inno all’egemonia USA? Dal fatale 1989 ci separano ormai un paio di guerre globali, svariati conflitti, l’inabissarsi dell’impero sovietico, il mutamento di cardini del mondo dall’Atlantico al Pacifico, la fine della «Grande Divergenza», 4 trattati europei, la Brexit ecc. ecc. ecc., e stiamo ancora ad inseguire la «fine della storia»?

Il ritorno degli imperi, ma quali?

Colpisce nel ricco e fantasioso vocabolario sfoggiato dall’autore l’assenza assoluta di alcuni termini: computer, televisione, informazione, internet (figuriamoci facebook o twitter). Ma anche spazio, petrolio, DNA, religione, persino Covid riecheggia solo due volte ma tanto per ricordare una pietra miliare del nostro cammino più recente, non certo come oggetto o lente di analisi.
Qual è il mondo che anima queste pagine? Similmente ad altri autori (ad esempio Maurizio Molinari) che si sono chinati nello stesso torno di tempo a scavare nel tumulto che ci circonda, si evoca il ritorno degli imperi in dissoluzione del sogno «a stelle e strisce». Ma di quali imperi si tratta?
E qui si ha come l’impressione che il bisogno tardivo di sfatare il mito della «fine» nasca in realtà da una difficoltà reale a fare i conti con la storia e con il presente.
Ci si dilunga – e anche con molta efficacia – sulla crisi dell’impero americano, sulla guerra civile che quasi squarcia quella democrazia. Ma è davvero il frutto di una storia recente, tutta rappresa nella stagione populista incarnata da Trump? O è storia ormai antica, che da oltre mezzo secolo – dagli anni Sessanta e dalla battaglia sui diritti civili – scuote gli USA e polarizza e consuma società e sistema politico?
E Russia e Cina come arrivano ai giorni nostri? Come e quanto sono figlie di una battaglia epocale, in cui – per dirla con Yuval Noah Harari – «tra gulag e supermercato» non c’è stata alcuna partita e la battaglia è stata vinta da quest’ultimo ad occhi chiusi? Come e quanto le classi dirigenti – oligarchie? – russe e cinesi sono figlie di quella stagione? Da quali stimmate sono profondamente segnate? Suscitano sogni? E quali in giovani disoccupati o studenti di Cambridge? Ma soprattutto come si avvicinano all’imminente fusione fatale di informatica e biologia?

Taiwan e Ucraina, le micce. Ma di quali incendi?

Il pronostico è l’espulsione dal mercato del lavoro non di milioni ma di miliardi di soggetti. Ogni sistema politico – più o meno democratico o autocratico – è stato rimodellato per gestire un mondo fatto di acciaio, petrolio, schermi televisivi. Straordinario lo stress attivato dall’incrocio con il computer. Ma quale sarà l’effetto del rinculo che subiremo dall’annunciato collasso ecologico? O da una comunicazione che, nell’affratellarci ad un estraneo all’altro capo del mondo, ci rende estranei al fratello, al coniuge assorto, accanto a noi a colazione, nel suo smartphone?
Taiwan e l’Ucraina sono micce. Ma di quali incendi? Sorprendentemente tutti questi temi sono espunti dal volume. E lo stesso sguardo sul passato a volte elabora risposte poco convincenti. È il caso ad esempio di Richard Coudenhove-Kalergi, nippo-asburgico propugnatore della «Pan-Europa», ovvero – agli occhi di Caracciolo – d’ogni ‘anti-storica’ evoluzione continentale. Peccato che il nostro trascuri completamente nella sua ricostruzione il ruolo che il ‘Conte’ riuscì a conquistare, durante la sua permanenza negli USA, in ambienti e personaggi decisivi del nascente ‘Atlantismo’ – quali James William Fulbright, Allen W. Dulles, Dean Acheson – e nella costruzione dell’«American Committee for a Free and United Europe», ovvero nell’ideazione di quel complesso cammino sfociato poi nel Piano Marshall.
Come si vede le linee di demarcazione tra “Anti-Storia” e “Anti-Europa” non sono così nette. Ancor più se si scava nella terza costruzione presa di mira da Caracciolo: quella dell”«Anti-Germania». Tutta costruita «su impulso e sotto vigilanza americana». La memoria va subito al 1953 e al famoso discorso agli studenti di Amburgo tenuto da Thomas Mann, di sicuro con passati trascorsi negli USA ma di salde radici teutoniche. Suo il bivio netto disegnato per il futuro ai tedeschi: scegliere e con coraggio tra un’«Europa tedesca» e una «Germania europea».

Guasto è il mondo

Stiamo sicuramente vivendo adesso una crisi della globalizzazione ereditata dal XX secolo, neoliberale o meno che essa sia. Difficile dire però come ne usciremo. Gli sguardi sul futuro sono sempre incerti. Basti pensare al domani del video, degli schermi. La profezia di Popper sulla televisione come «cattiva maestra» non si è avverata. Oggi avanti a schermi, magari molto più piccoli, a volte minuscoli, la fanno da padroni, come pessimi attori, pollice e scrittura, per miliardi e miliardi di caratteri al secondo. E che dire poi della guerra? L’ha fatta da padrona nel passaggio di secolo, sia pure in forme insolite, senza più i massacri del 900 ma a prezzi altissimi. I Grandi hanno volutamente cercato l’asimmetria ma ha funzionato solo in parte. Le promesse di pace e democrazia hanno fallito e spesso la ritirata o il rinculo sono stati pesantissimi. Kosovo, Iraq e Afghanistan stanno lì con i loro ammonimenti epocali. Ora però in Ucraina si sfodera un’asimmetria inedita: la minaccia dell’Olocausto contro invadenze e impicci esagerati di qualche altro grande. Si aggiunge l’aggettivo ‘tattico’ ma senza molta convinzione e in maniera quasi scaramantica. Vedremo.
Intanto, crisi della globalizzazione, ritorno degli imperi? Non ci riporteranno al Novecento, come ci ha giustamente ammonito Daniel Immerwhar. Questo tragico presente ci sta proiettando in un futuro senza precedenti quanto a pericoli. Influirà anche la geografia in cui da sempre siamo immersi. Ma in forme straordinarie si farà sentire il mondo plasmato dall’uomo: la «geografia naturale», non è immutabile. Le nostre mani l’hanno mutata, riplasmata. Agghindata di opportunità e pericoli.
A ragione, Massimo Luigi Salvadori, nella sua cavalcata nel nuovo secolo, si è rifatto alla lezione di Tony Judt: «guasto è il mondo». Abbiamo attraversato secoli sulle spalle di giganti. Da tempo siamo assordati dagli strepiti di schiere di pigmei rilanciati da TG e aule parlamentari. Cresciuti nel secolo cosiddetto delle «masse» mal ci adattiamo ad un mondo lanciato sempre più in autistica cacofonia.
Di fatto sono sconvolti tutti gli abituali punti cardinali. Costa una fatica incredibile tornare ad orizzontarsi nella matassa di una storia così aggrovigliata.

Riferimenti bibliografici

L. Caracciolo, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Feltrinelli, Milano 2022.

Y.N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Firenze, 2019.

D. Immerwhar, L’impero nascosto. Breve storia dei Grandi Stati Uniti d’America, Einaudi, Torino 2020.

M. Molinari, Il ritorno degli imperi. Come la guerra in Ucraina ha stravolto l’ordine globale, Rizzoli, Milano 2022.

M. L. Salvadori, Da un secolo all’altro. Profilo storico del mondo contemporaneo 1980-2022, Donzelli, Roma 2022.

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RICONQUISTARE LA PACE? OGGI VUOL DIRE RIPRENDERE IL CONTROLLO

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Riconquistare la pace? Oggi vuol dire riprendere il controllo

(pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 5 novembre 2022)

 

«Sporca», «tattica», strategica»: tutti termini  che continuano ogni notte a rimbombarci in testa  mentre il sonno tarda ad avvolgerci. I TG su quasi ogni rete ce li cuciono addosso ossessivi, assieme ad altri ormai divenuti d'uso comune: «bomba», «atomica», «nucleare». Da quando Putin il  21 febbraio ha dato inizio all'aggressione in Ucraina, brandendo l'arsenale nucleare russo e  la minaccia di possibili «conseguenze che il mondo non ha mai visto sinora», quell'incubo si è dilatato. Negli ultimi giorni è divenuto un martellamento continuo, E via con le puntuali minacce di tattiche, volta a volta dissuasive o definitive, o con gli allarmi, più o meno calcolati, diramati da Shoigu sui preparativi ucraini di «Dirty Bomb». 

L'altro ieri si sono aggiunti i nuovi scenari disegnati dalla improvvisa pubblicazione della nuova «2022 National Defence Strategy» americana: un documento assai ricco, diviso questa volta in ben tre sezioni, con i due ultimi due capitoli dedicati alle rivisitazioni della «dottrina nucleare» e a quella «missilistica». La novità è che ora gli Stati Uniti non contemplano più solo la pura «deterrenza» come orizzonte per un possibile ricorso al nucleare: ovvero non più soltanto ed esclusivamente in risposta ad un possibile attacco atomico, ma anche in presenza di minacce indefinite, condotte con altre armi ma dai prevedibili effetti devastanti. Non è una novità assoluta. È già accaduto in risposta all'11 settembre con la sciagurata dichiarazione di «guerra al terrorismo» e la proclamazione della «guerra preventiva».

Ieri come oggi la fa da padrona l'indeterminatezza, l'incertezza. Incerto è il fronte contro o verso il quale vengono branditi simili annunci. Esterno o interno? Si pensa a terrorizzare o a rassicurare e magari blandire? Shoigu vuole intimorire Zelensky o prova a rassicurare, magari tenere a bada Ramzan Kadyrov con i suoi ceceni? E qual è l'obiettivo di Biden? Bloccare sul nascere le tentazioni o la disperazione di Putin?  Lanciare messaggi agli Europei? O ancora provare a riguadagnare terreno e voti nel Congresso e nella competizione di mid-term ormai imminente?

A spaventare è il fatto che, da tempo, le guerre moderne si dichiarano facilmente ma si chiudono solo a fatica e dopo convulsioni infinite. Ancor più terrorizza l'impotenza della politica, la sua afasia. La parola è riconquistata solo entro scenari estremi: volti a seminare panico nel fronte nemico o a vellicare fiducia nelle proprie fila o tra alleati.

A dispetto delle ricorrenti narrazioni sul ritorno della politica, degli imperi, delle potenze rispetto ai mercati, alla globalizzazione, mai come adesso i sovrani del mondo si rivelano a qualsiasi latitudine tragicamente impotenti, incapaci di trovar soluzioni al di fuori di minacce e mortali bagliori.

Più sottile scorre - appena appena visibile - entro questa mortifera assuefazione all'impotenza della politica la percezione di una lenta, impalpabile metamorfosi della sovranità. In realtà, lo Stato, il pubblico sta inesorabilmente perdendo terreno. Inarrestabile - sospinto ovunque da politiche comunque denominate: democratiche o dispotiche - il privato conquista spazi e territori. 

Nei giorni scorsi abbiamo scoperto le virtù di una rete satellitare privata, la StarLink di Elon Musk, con il vantaggio strategico finora concesso al campo occidentale e all'Ucraina. Oggi sempre Musk sospende sulla campagna elettorale americana la conquista dell'universo Twitter. Ci ricordiamo allora che la Nasa deve venire a patti con lui o con Jeff Bezos per programmare i prossimi passi nello spazio.

Né le cose mutano in campo cinese o russo. Uno straordinario lavorio storico-politologico ha messo in campo le categorie di «oligarchia», «società incivile» o «oikocrazia» per descrive l'epocale muta di pelle e di scheletro intervenuta nelle società post-sovietiche o post-maoiste.

Imporre, riconquistare la pace è processo quanto mai duro e faticoso oggi. Soprattutto perché significa riprendere, riconquistare controllo. 

 

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TRAVOLTA DALLE CHIACCHIERE

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TRAVOLTA DALLE CHIACCHIERE ALL’ITALIA ELETTORALE MANCANO LE GRANDI DOMANDE

(pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 9 agosto 2022

«S'ode a destra uno squillo di tromba/a sinistra risponde uno squillo»: son versi famosi. Con essi Alessandro Manzoni dipingeva a fosche tinte la storica italica attitudine allo scontro fratricida. Non possiamo perciò che rilanciare oggi questo severissimo ammonimento mentre, a tratti sgomenti, veniamo catapultati nello scontro a più livelli che anima questa incredibile campagna elettorale.

E pensare che adesso è divenuto problematico persino scegliere il posto sulla scheda, in un qualche schieramento. 

Alla faccia del bipolarismo tanto invocato, non è più così immediato o naturale lo star «di qua o di là». Il larghissimo allineamento di un tempo dietro l'«unto della BCE», Mario Draghi, si è dissolto in un novello «campo di Agramante», un labirinto rissosissimo di aspiranti condottieri. Fantastica poi la storica giravolta di una destra che oggi eleva inni a entità o vincoli sovranazionali per anni o forse decenni deprecati come atti di servile accondiscendenza, dimentichi magari di averli già riconosciuti addirittura in ratifica di trattati in altre stagioni della vita politica nazionale.

Grande insomma è la confusione sotto il cielo, illuminata a tratti da una cronaca politica tutta rappresa nelle cifre infinite del baratto di listino e collegio, in questa o quella promessa di sconto fiscale o di ennesimo bonus. Quando non nella litania antica sull'emergenza immigrati. Naturalmente a far da corona a questo o quel mercimonio, più o meno riconosciuto, promesse di ripristino di una vita politica luminosa, risplendente di equità fiscale, magari tutta flat, e trasparenza assolute. Insomma, un ritorno -  corretto magari con un pizzico di presidenzialismo - a quell'età dell'oro di un sistema politico seppellito indecorosamente all'indomani del terremoto in Irpinia dalle epocali esternazioni di Sandro Pertini e Enrico Berlinguer. 

Sommesse, ma martellanti e con rimbombi inquietanti, altre news fanno da corona e monito alla cronaca politica rutilante, troppo spesso dimentica del mondo circostante. I ventenni che domani augurabilmente non ascolteranno le sirene dell'astensione, impugnando alle urne scheda e matita, avranno quarant'anni nel 2040. L'Istat ci ha appena ammonito, nel suo rapporto annuale, che, per scelta soprattutto di costoro, avremo allora un 39% circa delle famiglie costituite da una sola persona, rispetto all'attuale 11% circa. Un aumento esponenziale destinato a riverberarsi in forme incredibili nell'intero corpo sociale, con moltiplicazioni di costi e problemi. A mutare e in forma drammatica quella cellula - la famiglia - che ancor oggi costituisce ad ogni latitudine l'abc del linguaggio politico. Così come a mutare le generazioni: quelle anziane in ampliamento continuo, quelle più giovani sempre più sottili. 

All'interno di queste la presenza insopprimibile di immigrati. Già oggi gli stranieri, con cittadinanza acquisita o meno, sotto i 18 anni rappresentano il 20% della popolazione immigrata. Per gli italiani stiamo sotto il 16%. Il loro ingresso ha mutato la scuola in forme radicali. Con buona pace dei Salvini e delle Meloni di turno. L'insieme della popolazione scolastica straniera in Italia nel 2019-20 superava già il milione di persone, il 12,6%. 

Chi tra cinque anni raccoglierà nei campi - e in quali condizioni? - mele, ciliegie, pomodori? Chi salirà sui ponteggi dei palazzi da costruire con o senza superbonus? Per non parlare di vacanze sulla neve o su spiagge in continua erosione. O delle atomiche affidate alle cure degli aeroporti di Aviano e Ghedi, in spregio magari ai trattati a suo tempo firmati contro la proliferazione nucleare.

Invano - per chi voglia avventurarsi in questa impresa - si può cercare un qualche riferimento a questi mondi complicati, i più vari tra loro, nel chiacchiericcio quotidiano che ci travolge. E verrebbe da dichiarare morta ogni speranza per chi ancora oggi auspica o anela a una qualche rinascita di sistema politico.

In realtà le grandi speranze nascono sempre da grandi domande e rovelli. Le cronache più recenti non ce ne hanno fatti mancare. A far difetto sono state finora - a dispetto di tutte le proclamate emergenze - voglia e capacità di interrogarsi davvero. Senza illusorie e fuorvianti palle di vetro. O sondaggi.

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LA CADUTA DI DRAGHI

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LA CADUTA DI DRAGHI

E QUELLA «NOTTE»  CHE ANCORA NON PASSA 

(pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 1° agosto 2022)

«Whatever it takes»: «Tutto ciò che è necessario». Siamo a  10 anni da quel 26 luglio 2012 in cui Mario Draghi a Londra di fronte alla platea della Global Investment Conference piantò il paletto di una nuova BCE al cuore dell'UE e al comando dell'euro. Nel quasi anniversario di quel giorno fatale non gli è riuscito a Roma di rinnovare i fasti di un annuncio che allora gli guadagnò fiducia e attenzione incondizionate in Europa e nel mondo. 

Cosa è successo qui da noi? Ha perso smalto il novello Cincinnato? Cinismi e egoismi di una Roma immutabile? 

Ormai una inedita stagione  elettorale si è spalancata sotto i piedi del paese. S’addensano timori e domande. Che effetto avranno caldo e ombrelloni? E un Covid mai domo e mutante? E quali equilibri politici usciranno dalle urne? Dobbiamo temere cataclismi? In molti - e giustamente - temono per la nostra Costituzione. Tanti gli annunci di modifiche già depositati: il presidenzialismo nel tempo ha guadagnato consensi anche su lidi inaspettati. 

Val la pena allora di fare un po' di luce nel buio che s'addensa sul nostro futuro, in questa notte che non passa della democrazia repubblicana, aggrovigliata da tempo attorno a troppi nodi gordiani. Tanti avevano intravisto in Draghi il nuovo Alessandro. La delusione è pari solo al peso delle aspettative mancate.

Non molti ricordano che quel luminoso «whatever» era stato preceduto - e reso magari possibile - dalla ben più prosaica e assai discussa decisione assunta dalla quasi totalità degli stati UE con la firma sul Fiscal Compact e sui suoi obblighi: rientro dal debito pubblico e pareggio di bilancio. L'Italia pronta al passo con ratifica e introduzione dell'obbligo in Costituzione tra il maggio e il luglio di quel fatale 2012 ad opera di un altro governo 'tecnico': quello di Mario Monti. La svolta di Draghi intervenne perciò in un quadro europeo terremotato fin dal 2008 in modo radicale - spread a livelli altissimi in molti paesi, Grecia a rischio default, euroscetticismo montante - ma entro una cornice costituzionale che paradossalmente aveva confermato e rafforzato i principi fondativi dei trattati UE: lotta all'inflazione, debito sotto controllo ecc. È entro questo generale quadro costituzionale - con queste sostanziose rassicurazioni del partito e degli Stati del 'rigore' - che Draghi realizza la svolta e l'approfondisce di lì a qualche anno con l'inaugurazione del Quantitative Easing: una politica monetaria espansiva già adottata in momenti di crisi, e con esiti incerti. In particolare, dal Giappone, fin dagli anni 90, e negli USA in risposta alla voragine del 2008.

Covid e aggressione russa all'Ucraina hanno fatto il resto. La spesa pubblica ha galoppato, trainando anche una discreta ripresa in tanti paesi. L'effetto è stato quello di un aumento di debito e disavanzo pubblici, sia pure mitigati a fine 2021. Ormai la metà circa degli stati UE si fa beffe del tetto del 60%. Si tratta dei paesi con popolazione e peso economico più rilevanti. Di qui il tentativo di ricondurre il tutto sotto controllo, nell'intento di frenare le divergenze più accentuate, con il rialzo dei tassi da parte della BCE e il varo di uno scudo anti-spread.

Il mutamento più significativo però è intervenuto nello spirito pubblico, nell' humus di fondo, e nella cabina di regia. Il rafforzamento e l'ulteriore allargamento della Nato anche a paesi tradizionalmente neutrali, hanno tolto vento alle vele del sovranismo più marcato. La stessa deriva populista ha notevolmente corretto la rotta, sia pure tra mille ambiguità. La regia generale però è divenuta sempre più elitaria, appannaggio di tecnocrazie ed esecutivi. La marginalizzazione dei parlamenti sempre più accentuata.

La manifestazione più evidente della deriva in atto è nell'astensione elettorale alle stelle e nel fossato sempre più profondo tra rappresentati e rappresentanti. Con il risultato che ormai si sono accumulati mutamenti epocali nelle istituzioni cui noi europei deleghiamo cura dell'esistente e progettazione del futuro. Nato e UE sono ormai ben altro da quelle riprogettate nel biennio fatale 1989-1991. Le abbiamo rifatte ab imis a colpi di revisioni sotto traccia del Concetto strategico atlantico, ora allargato persino alla Cina, e gestione delle emergenze globali. Il tutto senza mai passare per le dovute ratifiche parlamentari o anche elettorali. È anche sotto l'urto di queste novità che i partiti in Italia hanno deciso di rompere e riconquistare una parziale libertà di manovra, prima che Draghi, in serrato dialogo con i vertici comunitari e atlantici, rideterminasse ulteriormente le agende future.

Ma sarà questo sistema politico, sia pure interrogato in emergenza e profondità dal corpo elettorale, capace di rispondere positivamente, di riallacciare un dialogo serrato con cittadini e corpi sociali organizzati? Ci sia permesso di esprimere un serio dubbio. 

Anche il più semplice e sprovveduto dei cittadini avverte sulla pelle il morso di innovazioni e mutamenti che hanno ormai sconvolto i termini essenziali della civiltà umana. Conviviamo quotidianamente con la minaccia della 'bomba', abbiamo la vita invasa, riscritta dai social, passeggiamo con il mondo il tasca grazie al cellulare. Ma per questi "politici-senza-partito" nulla è mutato rispetto ai primi del Novecento. Siamo ancora allo scontro tra «Strapaese» e «Stracittà». 

 

Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari «Aldo Moro»

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La notte della Repubblica

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La notte della Repubblica

Pubblicato il 31 luglio 2022 su «pagina21.eu», Rivista della Fondazione Giuseppe Di Vagno

Aiuto, un baratro si è aperto sotto i nostri piedi. Una inedita stagione elettorale si è abbattuta sul Paese. S’addensano timori e domande.

Che effetto avranno caldo e ombrelloni? E un Covid mai domo e mutante, adesso all’assalto con l’ultima metamorfosi? Ma poi quali equilibri politici usciranno dalle urne? Dobbiamo temere cataclismi?

In molti – e giustamente – temono per la nostra Costituzione. Tanti gli annunci di modifiche già depositati: il presidenzialismo nel tempo ha guadagnato consensi anche su lidi inaspettati. S’accavallano proposte sul sistema penale, sull’immigrazione. Si continua a vociferare di blocchi navali, da analfabeti che ignorano che sono condannati dall’ONU se non dichiarati addirittura entro formali dichiarazioni di guerra.

Val la pena allora di fare un po’ di luce nel buio che s’addensa sul nostro futuro, in questa notte che non passa della democrazia repubblicana, aggrovigliata da tempo attorno a troppi nodi gordiani. Tanti avevano intravisto in Draghi il nuovo Alessandro. Hanno dovuto ricredersi. Ma la delusione è pari se non più grande delle aspettative mancate.

E pensare che altro sembrava annunciarsi in quello scorso 20 luglio al Senato dopo l’invito da parte di Mario Draghi a riscrivere un nuovo patto di governo. Tutto poi è precipitato: «Presenti 192, votanti 133, favorevoli 95, contrari 38».

Sembrava che il miracolo potesse ripetersi. Ormai si era quasi al decimo anniversario del «Whatever it takes»: «Tutto ciò che è necessario». Si era ormai quasi a dieci anni da quel 26 luglio 2012 in cui Mario Draghi a Londra di fronte alla platea della Global Investment Conference aveva piantato il paletto di una nuova BCE al cuore dell’UE e al comando dell’euro. A Roma invece non gli è riuscito di rinnovare i fasti dell’annuncio che allora gli guadagnò fiducia e attenzione incondizionate in Europa e nel mondo.

Cosa è successo qui da noi? Ha perso smalto il novello Cincinnato? Oppure banalmente hanno avuto la meglio cinismi e egoismi di una Roma immutabile?

Non molti oggi ricordano che quel luminoso «whatever» era stato preceduto – e reso magari possibile – dalla ben più prosaica e assai discussa decisione assunta dalla quasi totalità degli stati UE con la firma sul Fiscal Compact e sui suoi obblighi: rientro dal debito pubblico e pareggio di bilancio. L’Italia si era allora dichiarata subito pronta al passo con ratifica e introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione tra il maggio e il luglio di quel fatale 2012 ad opera di un altro indimenticabile governo tecnico: quello di Mario Monti.

La svolta di Draghi intervenne perciò in un quadro europeo terremotato fin dal 2008 in modo radicale – spread a livelli altissimi in molti paesiGrecia a rischio defaulteuroscetticismo montante – ma entro una cornice costituzionale che paradossalmente aveva confermato e rafforzato i principi fondativi dei trattati UE: lotta all’inflazione, debito sotto controllo, parametri di bilancio ecc. È entro questo generale quadro costituzionale – con queste sostanziose rassicurazioni del partito e degli Stati del rigore – che Draghi realizza la svolta e l’approfondisce di lì a qualche anno con l’inaugurazione del Quantitative Easing: una politica monetaria espansiva già adottata in momenti di crisi, e con esiti incerti. In particolare, dal Giappone, fin dalla crisi finanziaria degli anni 90, e negli USA in risposta alla voragine del 2008.

Covid e aggressione russa all’Ucraina hanno fatto il resto.

La spesa pubblica ha galoppato, trainando anche una discreta ripresa in tanti paesi. L’effetto è stato quello di un aumento di debito e disavanzo pubblici, sia pure mitigati a fine 2021. Ormai la metà circa degli stati UE si fa beffe del tetto del 60%. Si tratta di paesi – come Germania, Francia, Polonia, Spagna ecc. – con popolazione e peso economico assai rilevanti. Di qui il tentativo di ricondurre il tutto sotto controllo, nell’intento di frenare le divergenze più accentuate, con il rialzo dei tassi da parte della BCE e il varo di uno scudo anti-spread.

Il mutamento più significativo però è intervenuto nello spirito pubblico, nell’humus di fondo, e nella cabina di regia. Il rafforzamento e l’ulteriore allargamento della Nato anche a paesi tradizionalmente neutrali, hanno tolto vento alle vele del sovranismo più marcato. La stessa deriva populista ha notevolmente corretto la rotta, sia pure tra mille ambiguità. La regia generale però è divenuta sempre più elitariaappannaggio di tecnocrazie ed esecutivi. La marginalizzazione dai reali, effettivi, circuiti decisionali dei parlamenti sempre più accentuata.

La manifestazione più evidente della deriva in atto è nell’astensione elettorale alle stelle e nel fossato sempre più profondo tra rappresentati e rappresentanti. Con il risultato che ormai si sono accumulati mutamenti epocali nelle istituzioni cui noi europei deleghiamo cura dell’esistente e progettazione del futuro. Nato e UE sono ormai ben altro da quelle riprogettate nel biennio fatale 1989-1991. Le abbiamo rifatte ab imis a colpi di revisioni costituzionali sotto traccia.

Basta confrontare l’attuale Concetto strategico che governa le mosse della Nato con i trattati istitutivi dell’alleanza atlantica. Il primo risulta ormai allargato persino alla Cinamentre nei trattati si contemplano solo interventi difensivi sui territori delle potenze contraenti l’alleanza. E che dire poi dell’UE e delle politiche concretamente praticate rispetto ai trattati istitutivi: si tratti di Maastricht o dell’ultima riscrittura quindici anni fa a Lisbona. Il tutto senza mai passare per le dovute ratifiche parlamentari o anche elettorali.

È anche sotto l’urto di queste novità che i partiti in Italia hanno deciso di rompere e riconquistare una parziale libertà di manovra, prima che Draghi, in serrato dialogo con i vertici comunitari e atlantici, rideterminasse ulteriormente le agende future, legasse loro ulteriormente le mani.

Ma sarà questo sistema politico, sia pure interrogato in emergenza e profondità dal corpo elettorale, capace di rispondere positivamente, di riallacciare un dialogo serrato con cittadini e corpi sociali organizzati? Ci sia permesso di esprimere un serio dubbio.

Anche il più semplice e sprovveduto dei cittadini avverte sulla pelle il morso di innovazioni e mutamenti che hanno ormai sconvolto i termini essenziali della civiltà e della convivenza umane. Conviviamo quotidianamente con la minaccia della bombaabbiamo la vita invasa, riscritta dai social, passeggiamo con il mondo in tasca grazie al cellulare. Ma per questi politici-senza-partito nulla è mutato rispetto ai primi del Novecento. Siamo ancora allo scontro tra Strapaese e Stracittà.

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LA GLOBALIZZAZIONE ORA RISCHIA LA MORTE

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LA GLOBALIZZAZIONE ORA RISCHIA LA MORTE

SOTTO LE BOMBE RUSSE

(Pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 16 marzo 2022 con il titolo "La globalizzazione ora rischia la morte sotto le bombe russe)

Un interrogativo da giorni s’affaccia in titoli e lanci di giornali e TV: è finita la globalizzazione? La guerra all’Ucraina ha sancito la morte del mondo abitato finora? Russia fuori da Banca Mondiale e FMI? Smetteremo magliette o smartphone “Made in China”? È a rischio il caffé? E la connessione Facebook? 

Magari non ci siamo ancora. Ma la benzina oltre i 2 euro (domani a 3?) e la penuria di grano o concimi fanno venire il sudore freddo o un languore allo stomaco: mancherà la pasta? E via a connessioni fino a ieri sconosciute tra i 4 cantoni del globo. Mangiamo canadese o ucraino e non ce ne eravamo mai accorti. Passi per il petrolio. Lo conosciamo da tempo. Mattei, poveretto, e l’ENI ci avevano svezzato per tempo. Ma le «terre rare»? Fino a ieri chi sapeva cosa fossero: adesso scopriamo che sono l’anima d’ogni diavoleria digitale. Senza di esse non si può nulla. 

Per caso la guerra sta ponendo fine a tutto questo? Davvero domani sarà altro da prima?

Da tempo, l’interrogativo con le sue paure viene lanciato. In primis, vi fu il lampo dell’11 settembre. Quella luce sinistra aprì squarci e chiusure. Seguì la crisi del 2007-2008, col crollo di finanza e castelli di carta dei subprime. Nuove domande sorsero su un modello di vita senza confini, aperto al mondo. Vennero poi Trump e la Brexit con le loro chiusure sovraniste.

Ultima la pandemia. Lì il mondo ci è apparso dapprima assolutamente bloccato, chiuso a catenaccio. Ogni stato con le sue regole, abitudini, culture. Tutti chiusi in casa, magari sul balcone con l’inno nazionale.  Ma poi? Poi ci siamo curati quasi tutti allo stesso modo: stessi farmaci, forniti dai soliti noti, nei canali distorti da diseguaglianze globali note da tempo. Tutti in casa. Ma via allo streaming di massa, con la TV-surrogato del cinema. All’improvviso ci siamo svegliati in case trasformate in hub di LAD e DAD (lavoro e didattica a distanza) senza più confini. Il telelavoro – materia fino ad allora per iniziati – è stato scoperto da tutti: basta con uffici sterminati e faraonici, meglio una direzione con segreteria e stanza per le riunioni. Gli altri? Tutti a casa. Risparmio: e non solo in riscaldamento, trasferte, mensa ecc.

La storia ogni volta ha ripreso a correre e a immergerci in nuove connessioni globali, impensabili fino al giorno prima. 

Ma ora la guerra? Con il suo immenso, inaccettabile carico di morte e distruzione? È guerra tra Stati? Tra sistemi? O una planetaria guerra civile? Che in realtà mette a rischio la globalizzazione tutta e, in primis, chi l’ha dichiarata?

In realtà, a morire definitivamente sotto queste bombe è una ideologia. Quella neoliberale soprattutto. Voleva la globalizzazione figlia di una ritirata: dello Stato a favore dell’impresa. La resistenza del globale ci rivela invece che dietro la globalizzazione c’era una mutazione epocale. Proprio della politica e dello Stato: sempre più sovranazionali, ma votati ora – proprio dal neoliberismo – a regolare, riavvolgere la vita di uomini e mercati in circuiti globali, aperti a concorrenze e  metamorfosi figlie di un nuovo Faust planetario.

E ad ammonirci a guardare meglio, ad aguzzare l’ingegno stanno proprio coloro che – secondo le prefiche del «bel mondo andato» – sarebbero i becchini della globalizzazione: Russia e Cina, in primis. 

La Russia vorrà ritornare indietro dal suo status di fornitrice globale di gas, petrolio e materie prime? Dopo le sanzioni odierne, indirizzate a farla recedere dalla guerra torcendole il braccio, vorrà inabissarsi dentro nuovi confini, magari ritoccati, imperiali, ma chiusi al mondo? Di che e come alimenterà l’economia futura? E la Cina, da tempo «world factory», con esportazioni oltre il 18% del suo PIL, ritornerà dietro la Grande Muraglia o proverà ad aprire nuove «Vie della Seta»? Ad aiutarci nella risposta stanno forse gli stessi oligarchi russi, lo stesso Putin. Da tempo, nelle piazze di Russia si erigono statue a questo o quell’eroe del passato, nel mito dei fasti imperiali. Intanto ognuno prova a mettere al sicuro ricchezze: ovvero futuro. E dove? Ma lontano proprio dalla madre patria. Altrove, nel mondo grande e terribile. E lo stesso Putin non ha forse provveduto a riparare i familiari in Svizzera? Del resto, non è su questo grado di esposizione generale al mondo che provano a premere le sanzioni occidentali?

Tempo fa, un grande scienziato italiano - Marcello Cini, ispiratore dell’«Ape e l’architetto», libro contestatissimo - scandalizzò tanti con parole allora apparse assai singolari, riferite alle missioni Apollo e alle loro foto del pianeta: «la cosa più interessante che abbiamo visto sulla Luna è stata la Terra».

Da allora, non abbiamo mai più smesso di scoprirla come la nostra casa reale.

Isidoro Davide Mortellaro

Storia delle relazioni internazionali, Università di Bari

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VERSO UNA DEMOCRAZIA SEMPRE PIU' PILOTATA

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VERSO UNA DEMOCRAZIA SEMPRE PIU’ PILOTATA

(Pubblicato il 12 luglio 2022 su «fuoricollana.it»)

SOMMARIETTO All'ultima tornata amministrativa l'astensione ha sfiorato il 58%. La Francia, qualche giorno prima, alle legislative, si era avvicinata a soglie simili d'allarme sistemico: 54%. Un Grande Fratello diffuso orienta e governa gran parte del voto, specie nel Mezzogiorno, spesso in combutta con la «società incivile». 

 

Sporgendosi sul vuoto

All'ultima tornata amministrativa il termometro dell'astensione ha toccato in Italia quasi il 58% di elettori renitenti all'esercizio del voto. La Francia qualche giorno prima, alle legislative per l'elezione dell'Assemblea nazionale, si era avvicinata a soglie simili d'allarme sistemico: 54%. 

Tempo fa, Peter Mair, contemplando l’avanzare di questa piana desertica, pronosticava lo «svuotamento della democrazia occidentale» e avvertiva sulla necessità ormai di attrezzarsi a «governare il vuoto». Altri, come Carlo Galli, avevano più radicalmente visto la democrazia ormai negata nel suo attributo fondamentale: «senza popolo». Ormai non v’è giorno in cui non si accumuli sulla democrazia una qualche previsione infausta: dal «tramonto» di Anne Applebaum al più radicale «suicidio» pronosticato da Federico Rampini. E che non si tratti ormai solo di astratte elucubrazioni politologiche ma di processi esplosivi di portata gigantesca sta a dimostrarlo la quotidiana cronaca negli Stati Uniti, squassata per decenni da quelle che gli Americani chiamano «cultural wars», guerre culturali. Al centro dello scontro diritti e poteri fondamentali, il ruolo degli States nel mondo.

Nell’antichità classica per la polis era altro il termine in uso: stasis, «guerra civile», quella che secondo Tucidide mutava «il significato stesso delle parole». Aristotele intravedeva al fondo della contesa fratricida diseguaglianze profondissime: ciò che ancor oggi si configura come conflitto sistemico tra ultimi e oligarchie. Adesso clima, aborto e armi sigillano - addirittura col marchio della Corte suprema - lo scontro, l'assedio che i perdenti di uno scontro elettorale hanno provato a dirigere contro il Campidoglio nel nome di Trump: estremo tentativo di manomettere il voto e portare indietro le lancette della storia. Né in Europa le istituzioni democratiche vivono momenti migliori. Pandemia e guerra le stanno devastando. Ad iniziare fu l'Inghilterra con la Brexit, ben presto – alla luce di esperienza e contraddizioni - rimessa da più parti in discussione fino ad arrivare a defenestrarne gli autori. Oggi la Francia si scopre anch'essa tarlata da una sfiducia radicale nei confronti delle istituzioni repubblicane e in preda all'ingovernabilità: proprio quando è chiamata a giudicare lo sforzo immane prodotto da Macron nel provare a riconquistare la grandeur gaullista. Né gode di buona salute la Germania riconquistata dalla SPD: si scopre oggi orfana della Merkel e incerta nel ruolo di prima linea affidatole nella UE dall'emergenza bellica in Ucraina.

 

Una crisi sistemica

 

Presto - troppo presto - è stata accantonata la discussione sul voto e sulle urne del 12 giugno. L’eclatante fallimento dell’assalto referendario, certificato dal bassissimo tasso di partecipazione, ha contribuito ad archiviare in fretta la pratica. Sui due lati del fronte opposte le sensazioni di sollievo o angoscia. Nell’ombra, nonostante alcuni sprazzi assai illuminanti, è rimasta la riflessione sul voto amministrativo: complice, tra l’altro, l’ardua comparazione di situazioni assai diversificate, soprattutto tra Nord e Sud.

In realtà ha primeggiato la discussione sulla crisi complessiva del sistema politico. Di fatto - sia pure con le uniche eccezioni di un qualche rilievo di “Fratelli d’Italia” e del “Partito democratico”, smorti poli di un ipotetico futuro bipolarismo - siamo all’archiviazione dell’ennesima mutazione (2 o 3 “punto zero”?) della Repubblica e dei suoi principi ispiratori. Da tempo silente e buttato in un angolo ci contempla impotente quel cardine sistemico tracciato dall’art. 49 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». 

Piazze e corsi di città e paeselli non sono punteggiati più da insegne di partiti e movimenti. Locali sfitti da tempo o abbandonati si animano solo in occasione di appuntamenti elettorali, soprattutto municipali. È allora che plance e muri compongono caleidoscopi di sigle improbabili, confondendo passanti e cittadini con gallerie interminabili di volti e facce sempre sorridenti. La socialità di un tempo - fatta di luoghi collettivi di lavoro e studio, sedi di partito e sindacato - è sempre più surrogata da improvvisazioni che durano lo spazio di una campagna elettorale o non vanno oltre un quartiere, nel migliore dei casi un comune. Senza più legami solidi col mondo, ma solo di fatto col surrogato dei social. 

A sorridere non è più da tempo l’elettrice o l’elettore. In cerchie sempre più ampie rifiutano di recarsi alle urne. In alcuni casi siamo ormai a uno su due. La tendenza usuale, ma in forme diverse, in altri paesi occidentali, è iniziata per l’Italia nel fatale 1979 e si è fatta inarrestabile. Allora l’assassinio di Aldo Moro annunciò con un decennio di anticipo per il nostro paese, rispetto alla cesura dell’89, la fine di un’epoca e la crisi del sistema politico nato con la Repubblica. L’asticella dell’astensione fece un salto nel 1979, passando dal 6,6 al 9,4 degli elettori per la Camera dei Deputati. Naturalmente con una accentuazione nelle Regioni meridionali e grazie anche alla moltiplicazione nelle mani e nel cervello degli elettori di schede e appuntamenti elettorali: si celebravano allora anche le prime elezioni europee. E da un decennio ormai l’abituale appuntamento elettorale amministrativo vedeva l’aggiunta alle schede per le comunali e le provinciali di quella per la scelta del Consiglio regionale. Cresceva allora lo spaesamento tra i vari livelli di potere che intervengono a condizionare e determinare la vita dei singoli. Col tempo l’elettorato comincia a soffrire in maniera sempre più marcata la perdita di controllo sulle potenze abilitate al controllo e alla conduzione del mondo.

 

Crisi della democrazia

 

Erano «anni di piombo» per l’Italia: un periodo assai buio e di grandi sconvolgimenti su cui il trascorrere del tempo non ha portato molta luce e chiarezza. Sono anni di grandi svolte. L'intero mondo è a soqquadro sotto l'urto delle 'crisi' più varie: dollaro, petrolio, Bretton Woods, Vietnam. Henry Kissinger, alla ricerca di nuovi equilibri, asseconda l’arrovesciamento del globo dall’Atlantico al Pacifico. Il Club di Roma s’avventura per radicali visioni del pianeta: sotto l’urto di una mutazione prometeica gli appare destinato col passaggio di secolo alla «fine della crescita». Ma è dagli States che giunge una prognosi assai inquietante, ma fascinosa. Col tempo diverrà anche assai coinvolgente. A proporla un’associazione molto particolare, finanziata da David Rockfeller su ispirazione di Zbigniew Brzezinski: la Trilateral Commission, un’organizzazione che prova a promuovere il confronto tra le élites del mondo sviluppato sui malanni del tempo. La diagnosi è quella della «crisi di governabilità»: democrazie assediate da un mondo in subbuglio, con radicali sommovimenti tra il Nord e il Sud di un pianeta sottoposto ad una epocale mutazione politica e culturale, per la moltiplicazione di movimenti e soggetti; crescita abnorme del settore pubblico nel tentativo di assecondare un’agenda straordinariamente dilatata; crisi di «sovraccarico» con tensioni alla lunga intollerabili in gangli vitali. A rimedio, nell’impossibilità di procedere a straordinarie innovazioni costituzionali, bisognose di un consenso assai improbabile, è preferibile una paziente opera di armonizzazione e semplificazione ad opera degli esecutivi d’ogni paese: una primazia nel comando ma soprattutto nella promozione e nel coordinamento dell'azione politica, nel tentativo di armonizzare le agende di lavoro di élites tecnocrazie.

Scritta in limpido inchiostro elitario la ricetta trova pronto ascolto nelle classi dirigenti proprio del Trilatero: USA, Europa occidentale e Giappone. I più pronti a cogliere l'imbeccata saranno i nuovi leader appena emersi in Europa: Valery Giscard d'Estaing e Helmut Schmidt. Tentando di far da sponda anche alla richiesta di «nuovo ordine mondiale» che viene dal Sud del mondo, provano a mettere a frutto la crisi dell'«amico americano» caduto per i gradini ripidissimi del Vietnam e finito 'impicciato' nel Watergate. E così, dopo alcuni meeting informali tra ministri delle Finanze, propongono all'appena insediato Gerald Ford l'istituzione di un forum informale 'trilaterale'. La prima riunione al castello di Rambouillet s'allargherà anche all'Italia per poi passare all'assetto definitivo a sette l'anno seguente con l'inclusione del Canada. Da allora, anno dopo anno, sotto gli occhi elettronici del mondo da quella cattedra sono state dispensate analisi e raccomandazioni, spesso in esplicita concorrenza con sedi e istituzioni provviste di ben altra caratura costituzionale.

Ben presto l’illusione europea di instaurare una guida condominiale del mondo liberaldemocratico si rivela illusoria. Dalle viscere operose della società americana, da una miriade di laboratori e fondazioni - in discorde dialogo con le culture della contestazione e al riparo dalle convulsioni del sistema politico - iniziano una cavalcata planetaria alcune innovazioni destinate a terremotare il vissuto dell’umanità. Tra il 1970 e il 1975 vengono concepiti e lanciati: codice a barre, microprocessore, floppy disc, la CAT o tomografia assiale computerizzata, e-mail, marmitta catalitica, calcolatore tascabile, Altair, home computer ecc. Una ondata di innovazione tecnologica inizia a sommergere il globo, dando l’avvio ad una rivoluzione planetaria nelle forme della comunicazione e della socialità. Un nuovo individualismo fa il suo esordio: adesso non si limita più solo ad ascoltare o scrutare sullo schermo la voce dell'umanità. Inizia a portare il mondo in borsa, quando non in tasca.

 

Ritorni di fiamma 

 

Il fallimento maggiore però è quello che si verifica proprio sul terreno scelto elettivamente dal G7 a campo prioritario di azione: la risposta alla rottura dell’ordine di Bretton Woods, alla nascita, dietro il dollaro senza più regole e cambi fissi, di una finanza sregolata, vero e proprio dominus del mondo futuro. Non solo mancherà una qualche forma di regolazione pubblica, ma buona parte dei meetings dei 7 si risolveranno in peana alla nuova potenza sprigionata dalla dissoluzione dei Trente Glorieuses. Gli USA grazie all’avvento di nuove forme di regolazione romperanno l’assedio: il nuovo dollaro, provvisto degli ampi margini di fluttuazione concordati nella nuova sede di compensazione oligarchica, si offrirà come approdo sicuro soprattutto per i petrodollari che copiosi inizieranno a percorrere il mondo e approdare negli States. 

A rafforzare, su un altro versante, la primazia USA nel trilatero del G7 contribuisce paradossalmente una particolarissima accentuazione sul tema dei «diritti umani» nel mondo: vera e propria colonna portante delle formule diplomatiche che nel 1975 portano alla firma ad Helsinki dell'Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa

Strano destino quello dei «diritti umani», della riscoperta di temi e parole d'ordine scolpite nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Nel dopoguerra, anche in polemica con l'Occidente, hanno alimentato la presa di coscienza del Terzo Mondo e la lotta per la liberazione dal neocolonialismo. A caratterizzare quella stagione l'insistenza sul tema della piena sovranità politica e della promozione di eguaglianza e benessere come fine fondamentale della politica. Anche con questa valenza alimentano la critica delle atrocità belliche in Vietnam e il fuoco delle battaglie negli States per i diritti civili. Alimenteranno così le bandiere sventolate da George McGovern nella sfortunata battaglia per la presidenza ma finiranno distorti nei primi anni Settanta nelle mani della destra americana come vessillo del più puro anticomunismo. Nelle carte di Helsinki se ne darà una lettura particolare: in primo piano la libertà di scelta del singolo. Non v'è più menzione per la promozione di eguaglianza e benessere. Il clima è ormai completamente mutato: è finita la stagione dello Stato, della leva pubblica come volani essenziali per conquistare eguaglianza, per dar sostanza a nuovi diritti, soprattutto sociali e civili. Ovunque l'intervento pubblico inizia ad esser chiamato sul banco degli accusati: finanza fuori controllo, elefantiasi, crisi fiscale. Impugnare ora il tema dei diritti umani significa innanzitutto provare a mondare il mondo del peso intollerabile della politica di potenza, della morsa totalitaria. Con quel vessillo - fatto proprio ora dal nuovo presidente americano Jimmy Carter, ma dall'altro lato anche dal «dissenso» oltre Cortina di Vaclav Havel - gli USA adesso provano a riproporsi nel mondo come reincarnazione della City on the Hill, la città risplendente sulla collina, in lotta contro totalitarismi e fondamentalismi. Qui la radice di una rivendicazione degli Stati Uniti come alfieri dei «diritti umani» destinata ad un lungo cammino, a reincarnarsi negli storici ossimori della «guerra umanitaria» o nella santificazione della «democrazia da esportazione».

 

Il «colpo di reni»

 

A sommuovere la scena globale provvede quello che Ernst Nolte ha chiamato «colpo di reni» della conservazione. Sotto la lente dello storico l'accavallarsi nel biennio 1978-1979 di una serie di sommovimenti che terremotano la scena mondiale. S'inizia nel Vietnam. Con avvio nel 1976 e l'esplosione nel 1979 - quando Francia e Italia inviano dall'altra parte del globo vascelli militari per il soccorso in mare - centinaia di migliaia di vietnamiti provano in imbarcazioni di fortuna a sfuggire alla morsa del regime imposto dal Vietnam del Nord con nazionalizzazione delle imprese e collettivizzazione delle terre. La minuscola nazione assurta per anni a peccato capitale del gigante USA si rivolta agli occhi del mondo in faccia ributtante di un comunismo dispotico. 

Con la cacciata dello scià e l'avvento-rivelazione di Khomeini in Iran inizia quella che Gilles Kepel chiamerà la «rivincita di Dio»: «La Revanche de Dieu. Chrétiens, juifs et musulmans à la reconquête du monde». La religione torna ad essere per moltitudini faro nel mondo e speranza per il futuro: da Israele con l'avvento della destra ortodossa in appoggio di Begin al Wojtyla stella polare per i gruppi integristi, come per Solidarnosc, per finire al Jimmy Carter dichiaratamente battista che apre la strada ai gruppi cristiani più integralisti in appoggio a Ronald Reagan. Potrà così capitare persino ad un laicissimo Michel Foucault di commentare - in una serie di editoriali per il «Corriere della Sera» poi raccolti in volume - la rivoluzione khomeinista salutata come il ritorno di una «nuova spiritualità politica», speranza per i diseredati di quel paese e del mondo intero. L'applicazione della sharia, assieme ai primi tagli di mano comminati ai ladri e alle prime esecuzioni capitali, lo azzittiranno. Non parlerà mai più dell'Iran.

È poi la volta dell'URSS: ha iniziato da poco a schierare ai confini missili SS-20 dotati di testata nucleare. L'allarme cresce finche Helmut Schmidt rompe il dibattito invitando gli USA ad assicurare copertura all'Europa occidentale con missili Cruise e Pershing. A seguirlo nell'appello all'«amico americano», Francesco Cossiga, all'epoca presidente del Consiglio, con la dichiarazione su un'Italia pronta ad accogliere i nuovi euromissili. Ne nasce una crisi e una mutazione dei blocchi militari contrapposti durate quasi un decennio. All'apice della crisi e in risposta agli USA che accolgono la richiesta europea, l'URSS invade l'Afghanistan. Ne vengono sconvolte le Olimpiadi ma soprattutto l'intero universo islamico. Per quel pezzo di mondo in subbuglio la ricetta americana sarà la Dottrina Carter, con la proclamazione dell'intero Medioriente a zona vitale di primario interesse americano - con annesse minacce di guerra - accompagnata dalle speranze di Zbignew Brzezinski, consigliere per la sicurezza del presidente, di vedere l'Afghanistan trasformarsi nel «Vietnam dell'URSS». Il tutto accompagnato dalla scelta di foraggiare l'islamismo radicale in appoggio alla rivolta afghana, impersonificato da Osama bin Laden per l'Arabia Saudita: ne nascerà «Al Qaeda». 

All'altro angolo del mondo, Deng Xiaoping proclama, dopo le «quattro modernizzazioni», la «riforma economica cinese». Apre le aree metropolitane costiere, come «zone economiche speciali», agli investimenti del capitalismo globale: la Cina diviene World Factory. Il mondo arrovescia i suoi cardini sul Pacifico. 

Nel cuore d'Europa matura una rivoluzione di ben altra natura. Non è il prodotto di idee o masse in movimento. È frutto di saperi antichi, ispirati in genere a prudente e sapiente consultazione di codici. È la Corte di Giustizia della Comunità Europea a produrre lo strappo. A proposito del rinomato Cassis di Digione, con una sentenza statuisce che una merce prodotta secondo le regole di uno Stato aderente alla CEE può circolare liberamente in tutti gli Stati della comunità senza bisogno di alcun permesso o regolazione aggiuntiva, a meno che non tocchi esigenze imperative d'altra natura: ad esempio, quelle di salvaguardia della salute pubblica. È il trionfo dello «Stato minimo», della regolazione politica ridotta ai minimi termini. È l'affermazione di un principio che assurgerà anni dopo ad architrave dell'Atto unico europeo del 1985 e del successivo cammino intrapreso da Jacques Delors per fissare e conquistare al 1992 il completamento del mercato unico europeo.

Diffusa è la percezione che attraverso vie e forme molteplici lo scettro sia ormai strappato alle mani del popolo sovrano. Ovunque partiti e parlamenti sono in ritirata, azzittiti sempre più spesso dal protagonismo dei leader. Sottilmente e paradossalmente lo scalpello del diritto e dei diritti dei singoli ha cominciato a sgretolare la corazza delle istituzioni statali. E a dare un colpo decisivo ha provveduto da qualche tempo direttamente l'OCSE, la maggiore e più influente organizzazione internazionale degli stati più avanzati in campo economico. A giugno del 1977 viene pubblicato il McCracken Report: Towards Full Employment and Price Stability, una imponente ricerca durata quasi due anni in cui Paul McCracken, coadiuvato da uno stuolo di economisti, individua nell'inflazione il nemico principale per la politica economica pubblica. A dispetto del titolo del rapporto, sono proprio le scelte a favore della piena occupazione nel fuoco del mirino. Lentamente, ma con decisione, la morsa ha preso a stringersi sulla spesa pubblica dando avvio ad una dipendenza sempre più marcata delle centrali di spesa nazionali rispetto ai flussi della grande finanza internazionale. 

Figlio di questo mutamento, sotto la presidenza di Jimmy Carter, l'avvento di Paul Volcker alla direzione della FED, la Federal Reserve americana, con la rivoluzione nella politica economica tutta rivolta contro l'inflazione. A rispecchiamento in Europa si dà vita allo SME, il Sistema Monetario Europeo: varato nel 1979 tra i paesi dell'Europa occidentale, con le sue bande strette di oscillazione monetaria (e la transitoria eccezione italiana di bande più larghe), guida la rivoluzione nel Vecchio Continente della politica economica d'ogni paese. Per effetto di questo ennesimo rivolgimento, concomitante rispetto alla decisione di schieramento degli euromissili, vanno in soffitta i sogni del duo Schmidt-Giscard: la barra per politica economica e difesa è tornata decisamente a colorarsi a «stelle e strisce». 

 

«Crisi di fiducia»

 

A dar degna cornice a questi rivolgimenti sta la prolusione del presidente Carter del 15 luglio 1979 passata alla storia come discorso sulla «Crisis of Confidence»: la «crisi di fiducia». Egli vede nel tempo presente ergersi uno spartiacque, «una minaccia fondamentale per la democrazia americana ... una crisi di fiducia». L'occasione è data dalle difficoltà a conquistare nel Congresso una qualche forma di regolazione dei consumi energetici. Ma Carter per l'occasione affonda il bisturi in maniera più profonda: «Abbiamo sempre creduto in qualcosa chiamato progresso. Abbiamo sempre avuto fiducia che i giorni dei nostri figli sarebbero stati migliori dei nostri». E invece ora è subentrato un mutamento epocale, adesso è in discussione «la fiducia, non solo nel governo in quanto tale, ma nella propria capacità in quanto cittadini di essere coloro i quali in ultima analisi guidano e danno forma alla nostra democrazia». Ecco il punto dolente: la sostanza stessa della politica nel tempo moderno, la fede nel riconoscersi come motore primo della democrazia e dei suoi istituti. 

Continuando ad esplorare i contorni della crisi Carter allunga lo sguardo sulla capitale, sul centro del potere: «Cercando una strada per uscire da questa crisi, il nostro popolo si è rivolto al governo federale e l’ha trovato isolato dalla corrente principale della vita della nostra nazione. Washington D.C è diventata un’isola ... Quello che si vede troppo spesso a Washington e in giro per tutto il paese è un sistema di governo che sembra incapace di agire. Un Congresso tirato e strattonato da centinaia di interessi particolari ben finanziati e potenti ... Si vedono spesso paralisi, stagnazione. Si va alla deriva»

Ritorna e imperversa il mantra della Trilateral: «la crisi di governabilità». Ma questa volta scompare l'attore della crisi: il «sovraccarico di domanda», il surplus di partecipazione. Al suo posto gruppi di interesse e lobby, ma soprattutto apatia, distacco, vuoto. A far da orizzonte generale una mutazione - financo antropologica - epocale su cui Carter punta il dito: «troppi di noi ora tendono al culto dell’egoismo e del consumo. L’identità delle persone non è più definita da quello che fanno, ma da ciò che posseggono. Eppure ci siamo resi conto che possedere cose o consumarne non soddisfa il nostro desiderio di significato. Abbiamo imparato che accumulando beni materiali non si può riempire il vuoto in vite che non hanno più fiducia o scopo. I sintomi di questa crisi dello spirito americano sono tutti intorno a noi: per la prima volta nella storia della nostra nazione la maggioranza della nostra gente crede che i prossimi cinque anni saranno peggiori dei cinque anni appena passati. Due terzi del nostro popolo non hanno nemmeno votato. Persino la produttività dei lavoratori americani è crollata ... c’è una crescente mancanza di rispetto nei confronti del governo, delle chiese e delle scuole, dei mezzi di informazione e delle altre istituzioni ... Questo non è un messaggio di felicità o di rassicurazione, ma è la verità ed è un segnale d’allarme».

Quel discorso - sulle labbra del presidente degli Stati Uniti d'America - sigilla un'epoca. Per un osservatore acutissimo come Tony Judt è «la fine di ogni certezza». In Italia Francesco Alberoni inizia su scala continentale a datare da allora «l'epoca dell'Occidente assediato». Jean Fourastié aveva coniato per il trentennio dell'Embedded Liberalism, del «liberalismo regolato», il marchio dei Trente Glorieuses. Nicolas Baverez vede arrivare Les Trente Piteuses.

 

Leaderismo, trionfo dell'effimero, pacifismo

 

Il sipario è ormai strappato. Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Helmut Kohl, Battino Craxi arriveranno uno dietro l'altro ad occupare quasi interamente il proscenio. François Mitterrand per un breve periodo movimenterà le scene di luce diversa. Poi anch'egli tra gennaio e marzo 1983 si adeguerà al «vincolo esterno»: euromissili e SME. 

L'astensione dalle urne continua a crescere e con essa l'irrilevanza dei vecchi partiti. Non a caso in Italia gli ultimi grandi singulti dei partiti di massa sono quelli del PCI in occasione dei funerali di Berlinguer e del referendum perduto sui punti di scala mobile.

La scena sociale sta mutando drammaticamente nel mondo. La Rust Belt, la «cintura della ruggine», s'allarga non solo nel cuore industriale degli Stati Uniti. Ovunque nel mondo - tranne che in Cina e pochi altri distretti della delocalizzazione globale - il lavoro manifatturiero è in calo esponenziale. Assieme al dilagare di informatica e telematica il prefisso 'post' inizia a marchiare tutto ciò che gli analisti sociali intravedono come mutazione continua, senza comprenderla appieno: post-industriale, post-moderno, post-fordismo ecc. L'escamotage del low-cost alimenta la crescita di consumi e la mutazione delle periferie urbane, punteggiate ora da mall, superfetazioni post-moderne del supermercato e di un terziario incatalogabili nelle loro configurazioni tradizionali. L'effimero ha trovato i suoi templi. In tanti vi vedono «rinascita» e «neomiracolo». Nello scantinato e retrobottega di quel low-cost la Cina inizia a scalare classifiche e a nutrire immense, nuove «classi medie»: straordinaria la distrazione su questo subitaneo ribaltamento del mondo. 

La nuova «guerra fredda» iniziata in Afghanistan evolve ora in forme adeguate ai tempi. Reagan brandisce contro l'URSS in mortale decadenza vecchi anatemi e mirabolanti «Guerre Stellari»: dietro le maschere dei nemici giurati cadenti Darth Vader impelagati in una sarabanda suicida. 

A segnare il nuovo milioni di persone per le strade del mondo e soprattutto d'Europa animano il nuovo pacifismo di stampo realista. A differenza dei «Partigiani della Pace» degli anni Cinquanta non parteggiano. Nel mirino ora c'è la morsa che avviluppa il mondo con una stretta mortale. Salda la coscienza che dall'atomica non c'è scampo, che la pace à l'unica risposta al suicidio possibile dell'umanità. Manca qualsiasi altra realistica risposta. A far difetto - come per tutti i movimenti di nuovo conio che iniziano a caratterizzare vie e forme della politica contemporanea - l'incontro mancato con le istituzioni e qualsiasi ipotesi di riforma. Rimarrà purtroppo come segno distintivo e buco nero: il pacifismo contemporaneo sarà unica reale opposizione a tutte le guerre che punteggeranno e tormenteranno il globo, ma non riuscirà a incontrare o farsi movimento di riforma dell'esistente. Innanzitutto di quelle Nazioni Unite, nel cui cuore - il Consiglio di Sicurezza - albergano contraddittoriamente la ricerca della pace e la celebrazione, con il cosiddetto «veto», del bottone dell'olocausto finale. Non a caso tutto è fermo, a dispetto di un mondo profondamente mutato, agli equilibri e ai baratri, allora segnati.

Non a caso è su questi temi che il bipolarismo di tanta parte del Novecento celebrerà un'ultima epocale contrapposizione, segnando il passaggio ad un'altra era. 

 

 

 

Collassi

 

Sarà Gorbacev a dare il là. È l'uomo nuovo, il leader cui la nomenklatura sovietica ha affidato la speranza di salvare contraddittoriamente l'URSS moribonda e la continuità del proprio potere: un compito non a caso impossibile sfociato in epocale implosione. Sta girando e stupendo il pianeta, con una grande apertura sulle teorizzazioni e le parole d'ordine da tempo avanzate dal «Gruppo dei 77», dal Sud del mondo. Dalla tribuna dell'assemblea generale delle Nazioni Unite, il 7 dicembre 1988 chiede un «nuovo ordine mondiale», la «costruzione di un mondo denuclearizzato», il passaggio «dal principio del super-armamento al principio della ragionevole sufficienza difensiva». Annuncia intanto un consistente, unilaterale taglio delle forze armate sovietiche. Assume una netta prospettazione di futuro di fronte ad una tribuna chiara – l’ONU, la comunità degli Stati – e un’audience precisa: il pacifismo nelle sue varie vesti e espressioni con la sua netta rivendicazione di disarmo. Auspica la cooperazione tra i sistemi fin allora contrapposti. Intravede la «creazione comune» di un nuovo ordine, parla di «co-sviluppo», in modo da escludere sia che «i processi interni di trasformazione» procedano «lungo ‘corsi paralleli’ rispetto agli altri, senza utilizzare le conquiste del mondo circostante», sia che vi siano «ingerenze nei processi interni» tese a «modificarli sulla base di modelli ad essi estranei».

Ma sarà George H. W. Bush, il 41° presidente degli USA, a rispondergli l'11 settembre 1990. La tribuna è sempre quella delle Nazioni Unite il 1° ottobre 1990, all'indomani della ennesima risoluzione di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza, con il concorso sovietico, dell'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein. Anch'egli scorge ed auspica «un nuovo ordine mondiale: una nuova era, libera dalla minaccia del terrore, più forte nel perseguimento della giustizia, più sicura nella ricerca della pace». Bush saluta l'inizio di «una nuova era di cooperazione tra le nazioni» per un mondo in cui vi sia la «possibilità di usare le Nazioni Unite per gli scopi per cui furono concepite: come centro per la sicurezza collettiva internazionale». Di lì a poco il Consiglio di Sicurezza benedirà una guerra segnata dalla preponderanza politica, militare, economica degli USA. 

Si affermerà un nuovo ordine ma con le stigmate volute da Bush. Altro che il «disarmo» perorato da Gorbacev. Il «nuovo ordine mondiale» si muove all'unisono con la nuova "Invincibile Armata", a senso unico. Intanto muove dalla caduta del Muro di Berlino e dal collasso di un intero sistema. Siamo oltre il contenimento e la deterrenza. Netta la direzione di marcia indicata dal presidente americano: la «rivoluzione dell’89 ha spazzato il mondo» e «ha trasformato il clima politico dall’Europa centrale all’America centrale e toccato ogni angolo del globo». Andiamo verso «un mondo in cui la democrazia continua a conquistare nuovi amici e a convertire vecchi nemici e in cui le Americhe – del Nord, del Centro e del Sud – come primo emisfero completamente libero del mondo possono funzionare da modello per il futuro dell’intera umanità … un mondo che si costruisce sul nuovo modello di Unione europea, un mondo intero unito e libero».

La via auspicata e tracciata da Gorbacev è stravolta completamente. Limpido il capovolgimento di orizzonti. Ci si appropria del traguardo indicato dal leader sovietico per mutare percorso e punto di arrivo. Si dà vita così ad una delle più limpide «rivoluzioni passive» viste nella storia: in luogo dell’incontro fecondo di universi il «nuovo ordine mondiale origina una epocale asimmetria, segnata dall’unilateralismo a stelle e strisce e dalla dipendenza di Sud ed Est del mondo dall’Occidente. Il tutto all’insegna di una nuova guerra globale, malamente mascherata da operazione di «polizia internazionale», e con celebrazione finale naturalmente nell’abituale vertice G7.

La scena è a Londra, luglio 1991. Per l’occasione il vertice ha aperto le sue porte a Gorbacev. È lì per chiedere appoggio e aiuti. Andreotti e Mitterrand ascoltano con attenzione. Sono turbati dalla delicatezza del momento: l’URSS e la leadership sono ad uno snodo decisivo. Gli altri Grandi sono attestati più indietro: chiedono rassicurazioni preventive. Vogliono scelte concrete su liberalizzazioni e privatizzazioni. Insomma, un mutamento di sistema. E perciò alla fine si decide di tener stretti i cordoni di borsa e della solidarietà. Gorbacev esce dal vertice con un'area di delegittimazione. Di fatto è il via libera ai golpisti, alla dissoluzione dell'URSS, a Eltsin, alla rivolta della nomenklatura che nelle varie realtà sceglierà la propria sopravvivenza, la via oligarchica, la privatizzazione generalizzata. Altro il destino preparato in Cina con oculatezza da Deng. È il partito che apre le porte della nazione: nelle mani dei vertici rimangono saldamente le chiavi. Sono loro a decidere e amministrare l'apertura al mondo.

 

La «fine di una storia»

 

Il 900 si chiude in anticipo annunciando il Terzo Millennio con lo scasso del bipolarismo e una guerra globale. Il tutto all’insegna dell’hegeliana «fine della storia» annunciata ora da Francis Fukuyama. 

È il trionfo della democrazia neoliberale. Ma anche di diseguaglianze epocali. A fine secolo la globalizzazione assume un altro passo, soprattutto con il suo nuovo motore, quella fabbrica globale che, dissolta per l’orbe terracqueo e i cieli, da tempo – come hanno mostrato una serie di studi, da Naomi Klein a Robert Gilpin - pulsa in catastrofica ed antagonistica simbiosi col pianeta, a sue spese. A monitorarne costantemente il funzionamento, con l’osservazione del tumultuoso universo rappresentato dalle imprese transnazionali, ha provveduto per anni l’UNCTAD, la United Nations Conference on Trade and Development, nata nel 1964 su iniziativa dei paesi del Sud del mondo raccolti attorno alla richiesta di un «nuovo modello di sviluppo». Con i suoi rapporti annuali si è concentrata particolarmente nell’analisi delle imprese multinazionali, nella loro metamorfosi come trasnational corporations, TNC, imprese disposte a rete in barba a confini e continenti, per sfruttare al massimo le potenzialità offerte da finanza, trasporti e tecnologie informatiche nello sfruttamento d’ogni risorsa e d’ogni mercato su scala globale.

Robert Heilbronner le ha definite «travi gigantesche nella struttura del capitalismo mondiale». Nodi e reticoli si sono moltiplicati a velocità straordinaria nell’ultimo trentennio del 900: erano poco più di 7.000 le TNC, all’inizio degli anni ’70, e quasi tutte radicate nel mondo sviluppato, a Nord. Col tempo hanno preso a nascere e svilupparsi anche nel Sud del pianeta, con una dinamica che premia nettamente la ramificazione delle imprese affiliate. Con l’ingresso negli anni 90 del Novecento, la riproduzione e il lavorio delle TNC conseguono il risultato che, assieme alla fantasmagorica autonomia conquistata dalla finanza internazionale, marchia originalmente, rispetto ad altre epoche dell’economia moderna, l’attuale stagione globalizzatrice: la produzione internazionale supera e stacca stabilmente il commercio internazionale come forma-principe per provvedere di merci e servizi i mercati esteri. Nel 2002 le vendite delle affiliate estere, escludendo il commercio interno alla stessa catena delle TNC, hanno superato i 18 mila miliardi di dollari, ben più del doppio degli 8 mila miliardi di dollari in cui si è sostanziato il contributo del commercio internazionale di beni e servizi: un mutamento epocale rispetto al 1990 quando le due grandezze di fatto si equivalevano. 

Tra produttore e consumatore si realizza un circuito che non ha più bisogno del mercante, o spesso abolisce questa figura: tra nazioni e mercati diversi si stabiliscono, comunque, flussi che non transitano più alle frontiere nelle usuali etichette di import ed export. Nel mezzo si bruciano gradi di libertà e radici di società e borghesie indigene. Si ibridano per vie inedite culture e civiltà. Si fondono regolazioni. Non v’è nulla di meccanico, infatti, in queste evoluzioni della produzione internazionale. Esse non obbediscono ad una presunta naturalezza degli scambi o ad una pretesa onnipotenza della tecnica e dell’innovazione scientifica. A dimostrarlo sta l’incessante e inesausto lavorio di legislatori e interpreti.

A fine 1980 – sottolinea l’UNCTAD nei suoi 2003 2005 World Investment Report – erano in vigore solo 181 trattati bilaterali in materia di FDI. A fine 2004 si è passati ai 2.392 accordi vigenti. E così per gli accordi tesi ad eliminare la possibilità di doppia tassazione, passati da 719 a fine 1980 a 2.559 nel 2004. Né il passo è stato rallentato dal trauma dell’11 settembre. Altre misure liberalizzatrici in materia di investimenti sono state varate. E così il regime di liberalizzazione dei FDI si irrobustisce: è la sua opera di neutralizzazione dei ‘particolarismi’ statali, l’accelerata promozione della abdicazione statuale, della deregulation, che costruisce il nuovo mercato globale. È nella rarefazione dello spazio planetario che, più limpidamente che altrove, il mercato si staglia - per riprendere un’efficace formulazione di Natalino Irti – come «locus artificialis», ordine disegnato da regole, decisioni e accordi, figlio di una «assoluta ed integrale politicità». La deregulation neoliberista è figlia di società e mercati altamente evoluti, di Stati e rapporti interstatuali, burocrazie transnazionalizzate e comitati sovranazionali, asciugati d’ogni partecipazione e controllo democratici, ma capaci di assicurare, col minimo di costrizione politica, il massimo di garanzia al diritto di proprietà e allo scambio mercantile. Nel mercato figliato da questa rete di interconnessioni, la sede e il momento della decisione evaporano, diventano indistinguibili: «poco importa - come ha ben evidenziato Jean-Marie Guéhenno – che una norma sia imposta da un’impresa privata o da un comitato di funzionari. Non è più l’espressione di una sovranità, ma semplicemente un riduttore di incertezze, un modo di ridurre il costo delle transazioni, aumentandone la trasparenza». In questi spazi torna a esplicare un grande potere innovativo una nuova lex mercatoria: il diritto cosmopolita inventato, contrattato e affermato giornalmente sui mercati.  Il suo dominio però spesso s’arresta là dove poteri forti o un humus consolidato le permettono di attecchire e far norma. Stenta invece a farsi sovrana o trainante nelle società ancora alle prese con transizioni e modernizzazioni. Lì volentieri si dissolve o perverte in commistioni mafiose o alchimie medioevali o tribali.

La decisione dei governanti ‘sgombra’ dal controllo della politica uno spazio tendenzialmente globale. Lo ‘libera’ e ‘adatta’ all’espansione del mercato. Lì si realizza – per dirla con Bourdieu - «la politica dell’antipolitica, la politica di spoliticizzazione». Adesso lì può fluire liberamente il prodotto della catena disegnata dal made in the world. Al passaggio di secolo la produzione lorda delle sole affiliate estere pesava per un decimo sul prodotto globale complessivo del pianeta: a fine 1982 ne costituiva un ventesimo. È in questo network la fucinadel mondo nuovo, qui si sono concentrate le innovazioni tecniche che hanno fatto da bussola per il mondo intero, qui la rivoluzione digitale e della comunicazione ha organizzato e stretto in maglie sempre più strette e veloci una rete produttiva sempre più larga, con un ricambio rapidissimo di tecnologie e specializzazioni

 

Una comunicazione afona

 

È proprio negli USA che però possiamo rintracciare la sottolineatura di un ulteriore tratto distintivo del passaggio d'epoca. Ad operarla un protagonista per eccellenza della nuova stagione in cui si è avventurato il capitalismo contemporaneo, ovvero Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana. In un discorso del 1998 egli ha modo di sottolineare una netta e comunque paradossale insistenza sulla minorità, sulla soggezione del lavoro come cardine centrale della nuova era segnata proprio dal trionfo del capitale intellettuale, di quello che Thomas A. Stewart ha chiamato «brainpower», la «potenza del cervello». Da sempre cauto rispetto alle letture più estreme, Greenspan con molta decisione individua a tratto tipizzante del lungo periodo di crescita degli anni 90 l’avvento di una new economy. A caratterizzarla il «mutamento strutturale» prodotto dall’information techonology, dall’irruzione massiva ed incrementale in ogni campo della produzione e della vita associata delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione. Non ne sono sgorgati solo nuovi prodotti o mercati, o inedite soglie di produttività, quanto una straordinaria rivisitazione dei poteri di rivoluzionamento o «distruzione creativa» che già Marx e Schumpeter avevano attribuito al capitalismo. Il mutamento nel modo di produrre e consumare attivato dalla nuova ondata innovativa ha così sciolto in flussi comunicativi gerarchie e apparati, esploso la fabbrica in aggregati reticolari, nebulizzato i bacini di socialità della democrazia moderna nei pulviscoli di un nuovo individualismo consumistico. 

Ad attirare l’attenzione di Greenspan non è stata però solo l’indistinta percezione dei nuovi rapporti di forza disegnati da un ciclo di innovazioni che permette di ridurre drasticamente il costo del lavoro per unità di prodotto. Egli si è soffermato piuttosto sui tratti onnivori dell’information technology, sulla sua inedita capacità di appropriarsi del lavoro sociale, ben oltre le specifiche competenze messe a valore, e di metabolizzarlo in linee di software, in flussi di comunicazione, in nuova potenza ordinatrice e di controllo. Il suo discorso s’accentra così sulla rapidità con cui il processo di innovazione metabolizza e brucia il lavoro, esibendone sistematicamente l’«obsolescenza» di competenze e capacità e causandone la mancanza di reattività. È lì la fonte dell’angoscia ed insicurezza che pervade il mondo del lavoro e che lo riduce per tutta un’epoca in uno stato di evidente minorità. Già Paul Samuelson, Nobel per l’Economia e decano degli economisti USA, aveva insistito su questa specificità del nuovo capitalismo, sottolineando il duplice avvento di una Ruthless Economy, un’economia senza pietà, e di una Cowed Labor Force, una forza-lavoro intimidita, snerbata di capacità contrattuali nelle nuove condizioni di concorrenza e di lavoro e incapace di contrastare il restringimento del Welfare. Da un diverso angolo visuale, Robert Reich aveva intravisto nell’avanzata di questi processi la causa di una mutazione più generale: la trasformazione del mondo del lavoro in «anxious classes», classi ansiose, non più sicure del futuro e del loro spazio nel «sogno americano», preda ormai di sommovimenti epocali nel panorama politico degli States

Ma anche questa è già storia. Nuovi capitoli e rischi si aprono ora, nel momento in cui l’invadenza dell’informazione e delle sue leggi di movimento finisce col determinare anche la discesa nell’infinitamente piccolo, orienta e fa da guida all’assalto al mistero della vita, alla sua creazione in vitro. Con la mappatura e decifrazione del genoma si è compiuto un altro salto nella storia umana, grazie alla centralità acquisita nello sviluppo della biologia novecentesca dal gene come codice informatico, capace ad un tempo di veicolare informazione e di eseguire un programma, di trasmettere leggi di sviluppo e di attuarle. Oggi, nel momento in cui la clonazione dell’embrione umano o di cellule umane marca il nuovo passo della scienza, il sequenziamento del genoma appare solo il primo capitolo, non l’ultimo, di una rivoluzione ancora tutta da compiere. Un passo che, comunque, permette di conoscer meglio la «zavorra storica» accumulata dalla genetica, la miriade di condizionamenti, materiali e ideologici, che ha condotto a trascurare la complessità delle interazioni tra i geni e l’ambiente e ad incamminarsi per le scorciatoie di semplificazioni meccaniche. 

Oltre un secolo e mezzo fa, Friedrich Engels e Karl Marx provavano a delineare compiti e percorsi del comunismo sull’inno più entusiastico e convinto alle funzioni rivoluzionarie della borghesia, alla capacità del capitalismo di trasformare e unificare il mondo. A distanza di quasi un secolo, mentre il mondo precipitava nel carnaio della II guerra mondiale, Joseph Alois Schumpeter, in simpatetico colloquio con il Marx più maturo, poneva ad essenza del capitalismo una capacità evolutiva fondata sul «processo della distruzione creatrice», in grado di sciogliere ogni «strato protettivo» della società capitalistica, di abbatterne tutti i «muri» e le «istituzioni». Al tramonto del Novecento quelle analisi e diagnosi si sono rivelate ancor oggi un punto di partenza insostituibile per l’anatomia dei processi di globalizzazione. Non solo per misurarne estensione e profondità. Ma soprattutto per decifrarne, rispetto all’ultimo trentennio, il timbro schiettamente neoliberista, per comprendere come il loro passo sia stato misurato e orientato sull’algoritmo assoluto del mercato. 

 

Strategie costituenti

 

In quel 1991 Londra però non ospita solo il fatale vertice del G7 - allargato per la prima e l'ultima volta all'URSS di Gorbacev. A novembre, nei giorni 7 e 8, sarà il turno della Nato con il Meeting dei capi di Stato e di Governo chiamati ad elaborare e firmare il Nuovo Concetto Strategico dell'Alleanza. È la prima volta che l'Alleanza fa un passo simile. Qualche mese prima - il 1° luglio - si è sciolto il Patto di Varsavia. L'Alleanza Atlantica però non accenna nemmeno qualcosa del genere. Si rinnova e riscrive le linee fondamentali che ne reggono l'esistenza e guidano il funzionamento. Non lo fa, però, ritoccando i trattati istitutivi. Ricorre all'escamotage di ritoccare il cosiddetto «Concetto Strategico»: un documento di analisi e guida all'azione nel contesto internazionale, che però fino al 1991 si muoveva nella cornice certa offerta dal trattato istitutivo. Nel 1991 scompaiono URSS e Patto di Varsavia. Ci sarebbe bisogno di rinnovare i trattati ovvero lo scopo e il raggio di azione dell'Alleanza. Evidentemente un passo avvertito come un azzardo. Troppo pericoloso: nuovi trattati richiedono ratifiche dei parlamenti nazionali. E se vengono sollevati dubbi? Discussioni? Meglio ritoccare le strategie, anche se queste ridisegnano scopi e confini dell'Allenza. A Londra, si decide infatti che l'Allenza può e deve intervenire non più solo in caso di attacco al territorio di uno degli Stati aderenti all'Allenza. Adesso il raggio di azione si espande ai «rischi molteplici e multi-direzionali» della nuova scena internazionale. Fondamentale diviene ora la proiezione e la capacità di proiettarsi oltre i propri confini ad esempio per parare o anche prevenire pericoli nei rifornimenti o nell'accesso a fonti energetiche o emergenze simili. Magari con forze di reazione rapida o strumenti similari.

Qualche anno dopo, la dissoluzione jugoslava e l'intervento in Kosovo, deciso unilateralmente dalla Nato nell'impossibilità di un intervento ONU, determina una rielaborazione del Concetto Strategico, concepita e varata in occasione del 50° anniversario dell'Alleanza. Sarà quella l'occasione per varare l'incredibile invenzione delle operazioni «non art.-5», ovvero la possibilità di muover guerra fuori dai confini degli Stati aderenti. Insomma, proprio quanto appena fatto in Kosovo, in rottura del diritto internazionale e in nome del cosiddetto «intervento umanitario». In rottura dell'art. 5 dell'Alleanza che, in obbedienza agli ordinamenti internazionali, prevede solo la guerra difensiva. Da quel conflitto e da quei mutamenti strategici e ordinamentali nasce l'inesausto allargamento della Nato ad Est. In alcuni momenti - come ad esempio con il Concetto Strategico del 2010, varato a Lisbona, e l'istituzione del Consiglio Nato-Russia - coinvolgendo persino l'antagonista storico nel processo decisionale dell'Alleanza, sia pure senza concessione di un potere di veto sulle decisioni finali.

L'invasione della Crimea e l'attuale guerra in Ucraina hanno drammaticamente interrotto quel cammino, imprimendo altro segno e ben altra valenza all'espansione della Nato. Ne è sortita l'ultima versione degli orientamenti e comandamenti strategici, varata a Madrid lo scorso mese di giugno. In essa il potenziale raggio di azione s'allarga all'Asia con una novella, inquietante individuazione delle minacce fondamentali: adesso accanto alla bellicosa Russia di Putin si staglia la potenziale minaccia cinese. 

Il tutto interpretato, riscritto, varato dal protagonismo congiunto degli esecutivi, al riparo dai parlamenti, dalla sovranità popolare. La decisione fondamentale sulla pace e sulla guerra, sulle strategie per parare il conflitto e garantire concordia e fratellanza universali, assicurare sicurezza è da tempo sequestrata nelle democrazie occidentali da tecnocrazie e governi, da cerchie ristrettissime di persone.

Percorsi non dissimili le democrazie europee da circa un trentennio hanno intrapreso nella lenta, faticosa, costruzione della nuova Unione Europea. Lì ben quattro distinti Trattati, con relative ratifiche parlamentari, fortunatamente segnano con pietre miliari il cammino percorso da Maastricht al giorno d'oggi. Nell'esame, però, delle vie volta a volta intraprese, dei timbri impressi alle nuove regolazioni comunitarie conquistate, si fatica molto ad intravedere il lavorio di popoli e parlamenti come di partiti e movimenti. Anche qui emerge l'applicazione costante, la cura di cerchie ristrette di esperti e governanti. Esemplare, l'affresco fornito da osservatori indubitabili quali Guido Carli e Mario Monti a proposito del peso esercitato dal cosiddetto «vincolo esterno» nella formulazione concreta dei Trattati istitutivi della UE. In realtà, come si è già avuto modo di sottolineare in passato, in quelle regolazioni vi è la prova più evidente che da tempo, lentamente ma decisamente, al «costituzionalismo dei governati» si è venuto frapponendo, con formule astruse ma universalmente accettate, un «costituzionalismo dei governanti». Giorno dopo giorno è questo a fagocitare e assorbire il concreto esercizio della sovranità popolare, sottratta a nazioni esauste e parlamenti disincarnati dalle soggettività tradizionali.

 

Cupi orizzonti

 

Pandemia e guerra stanno accentuando queste tendenze. Antonio Cantaro ha di recente evidenziato fin dove si sia spinta ormai «la pretesa di governare senza prendersi cura dei governati, di sorvegliare burocraticamente la vita di uomini e donne senza ascoltarne le domande, le ragioni, le sofferenze». In altre analisi, si solleva un interrogativo simile, ma ancor più radicale: «può sopravvivere alla guerra il costituzionalismo democratico moderno». In un quadro dominato da un altissimo - e a tratti esclusivo - grado di formalismo giuridico, alcuni interventi attirano meritoriamente l'attenzione su un punto decisivo della guerra intrapresa dalla Russia di Putin all'Ucraina: la minaccia dell'atomica, del suo possibile uso.

Siamo ad un tornante decisivo. Quelle dichiarazioni - assieme al concreto esercizio del cosiddetto «diritto di veto» nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU - sigillano la guerra ai voleri e all'iniziativa del nuovo Zar e determinano buona parte delle mosse del campo avverso, senza lasciar margini o spazio per mosse alternative. Pena la minaccia suprema. Si misura su questo terreno esplosivo oggi lo iato degli anni passati: grandi marce per la pace, imponenti potenze nate nelle strade del mondo, ma senza saper o poter attingere ad un reale, concreto movimento di riforma, quale ad esempio quello intrapreso, ma lasciato in sospeso dei trattati per il disarmo atomico generalizzato.

Così come oggi misuriamo anche su altri terreni essenziali - magari, ad un primo sguardo, apparentemente minimali - il grado di decadenza della democrazia e della partecipazione popolare. 

Siamo partiti in queste note dalla constatazione di una astensione dal voto divenuta in Italia nel tempo il partito più gettonato: una scelta spesso assai meditata e dichiarata, con un elettorato fedelissimo e in continua ascesa. A spadroneggiare – specialmente nelle tornate amministrative - v’è però altro: una frammentazione continua di coalizioni elettorali e liste. Non sempre frutto di creatività locale e a vita limitata: non più di qualche mese. Ad applicarsi e con costanza – nell’esplorazione continua di un «cubo di Rubik» con combinazioni e colori infiniti - spesso ci sono consorterie assai composite, quasi sempre annidate nei gangli delle istituzioni regionali e negli intrecci, straordinariamente contorti, della ‘governance’ ai più vari livelli: magari nelle infinite combinazioni di privato e pubblico, economia e politica, che con varie stratificazioni orienta, guida e condiziona la vita civile della nazione. Nel Mezzogiorno con una intensità mai toccata. Spesso in combutta con la «società incivile».

La combinazione perversa di astensione e frammentazione produce effetti perversi mai toccati prima. Dalle urne emerge una sorta di «democrazia pilotata» in cui quasi sempre non v’è più garanzia alcuna per la segretezza del voto. E non si tratta solo di fenomeni da paesello. L’analisi del voto anche in città di rilevante grandezza rivela che, con livelli di astensione oltre il 40% e nel confronto tra coalizioni composte da oltre 7-8 liste, il più delle volte il voto alle varie formazioni rivela preferenze addensate attorno ad un massimo di 2-3 ‘capibastone’. Grazie anche ad una oculata distribuzione del voto di genere e alla gestione di gruppi privati nelle reti social – WhatsApp imperante – il voto segreto di fatto non esiste più. Illuminante la rilettura del voto di lista scomposto e riletto nella distribuzione tra i vari seggi elettorali e puntualmente annotato dai vari rappresentanti di lista. Il che spesso muove interessi innominabili.

Può accadere così che diventi assai indigesto proprio il voto amministrativo, quello in cui la distanza tra governanti e governati è più stretta. Proprio allora, il più delle volte, ci accorgiamo che ci sfugge di mano, conteso da oligarchie ristrette, aduse al peggiore trasformismo. Non è fantascienza, purtroppo. Un Grande Fratello diffuso orienta e governa grazie a frammentazione e astensione gran parte del voto. Specie nel Mezzogiorno. 

Non si annunciano grandi futuri, grandi speranze.

 

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LA LOGICA PERVERSA DELL'OLIO DI RICINO

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LA LOGICA PERVERSA DELL'OLIO DI RICINO 

(Pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 29 giugno 2022 con il titolo "La logica perversa dell'olio di ricino del like manipola i flussi elettorali")

42,2% di elettori a questo turno elettorale nelle 59 città monitorate dal Ministero dell’Interno. Avanza la marea astensionistica. S'allarga il fossato tra cittadini e politica, tra gli Italiani e la Repubblica. 

Non è il risultato di un «destino cinico e baro». Qualcosa di profondo sta rimescolando ab imis le democrazie, il mondo occidentale: Stati Uniti in testa. Squassati per decenni da quelle che loro chiamano «cultural wars», guerre culturali: su diritti e poteri fondamentali, sul loro destino nel globo. 

Nel mondo antico per la polis era altro il termine in uso: stasis, «guerra civile», quella che secondo Tucidide mutava «il significato stesso delle parole» e al cui fondo per Aristotele v'erano  - come sono ancor oggi - diseguaglianze profonde, il conflitto tra poveri e oligarchie. Oggi aborto e armi sigillano - addirittura col marchio della Corte suprema - lo scontro, l'assedio che i perdenti con Trump di uno scontro elettorale hanno provato a portare al Campidoglio: estremo tentativo di manomettere il voto degli elettori e portare indietro le lancette della storia. Né in Europa le istituzioni democratiche vivono momenti migliori. Iniziò l'Inghilterra con la Brexit, ben presto rimessa da più parti in discussione. Oggi la Francia - che Macron ha provato a ricondurre sulle vie della grandeur gaullista - si scopre anch'essa tarlata da una sfiducia radicale nei confronti delle istituzioni repubblicane e in preda all'ingovernabilità. Né gode di buona salute la Germania orfana della Merkel e incerta nel ruolo di prima linea affidatole dall'emergenza della guerra in Ucraina.

Man mano che la pandemia prima e la guerra poi hanno reso ancora più necessaria la conquista di un autentico e pieno federalismo europeo, di una nuova UE, non affidata più solo alle volute dell'euro e ai voleri della BCE, le istituzioni nazionali si rivelano inadeguate, per tanti aspetti sorpassate. 

Non a caso tutti i sistemi politici sono in crisi radicale. A cominciare dal tanto celebrato - e in Italia inseguito - bipartitismo. Dovunque avanza però una sfiducia profonda. Non a caso alcuni accorti studiosi - in primis, Peter Mair - hanno accennato alla necessità di «governare il vuoto» a proposito della «fine della democrazia dei partiti». Con valenza e segno anche profondamente diversi, populismo, sovranismo e civismo al livello più elementare hanno provato a riempire questo vuoto. Finora inutilmente.

La socialità di un tempo - fatta di luoghi collettivi di lavoro e studio, sedi di partito e sindacato - è sempre più surrogata da improvvisazioni che durano lo spazio di una campagna elettorale o non vanno oltre un quartiere, nel migliore dei casi un comune. Senza più legami solidi col mondo, ma solo di fatto col surrogato dei social. 

Basta guarda i giornali e vedere come il più delle volte, la cronaca di una campagna elettorale in una città si risolve nella sottolineatura di questo e quello scontro sui social network. Né va meglio con la TV e i talk-show, fotografati il più delle volte da una istantanea di un qualche scambio su Facebook o Twitter. Di fatto, è la logica dei social a guidare e manipolare gran parte dei flussi elettorali. Con il risultato in genere prevalente di logiche tribalizzanti e l'esaltazione di uno scontro politico permanente.

In un tempo infausto ha vinto purtroppo in questo paese la logica dell'«olio di ricino». Per non parlare del manganello. Oggi il like indistinto di gruppi e gruppetti, al seguito di questa o quella cordata, assolve spesso allo stesso compito: bastonare in una logica perversa di gruppo l'interlocutore, ribattezzandolo come avversario, quando non nemico. Il risultato è in quelle cifre mortificanti, di un elettorato che partecipa sempre meno, che si chiama sempre più fuori.

A perderci siamo tutti, ma soprattutto la partecipazione e la democrazia.

 

Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari "Aldo Moro"

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DEMOCRAZIA PILOTATA

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DEMOCRAZIA PILOTATA

(Pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» del 21 giugno 2022 con il titolo "Democrazia pilotata. Attenti all'astensionismo e ai partiti frammentati")

Presto - troppo presto - è stata accantonata la discussione sul voto e sulle urne del 12 giugno. L’eclatante fallimento dell’assalto referendario, certificato dal bassissimo tasso di partecipazione, ha contribuito ad archiviare in fretta la pratica. Sui due lati del fronte opposte le sensazioni di sollievo o angoscia. Nell’ombra, nonostante alcuni sprazzi assai illuminanti, è rimasta la riflessione sul voto amministrativo: complice, tra l’altro, l’ardua comparazione di situazioni assai diversificate, soprattutto tra Nord e Sud.

In realtà ha primeggiato la discussione sulla crisi complessiva del sistema politico. Di fatto - sia pure con le uniche eccezioni di un qualche rilievo di “Fratelli d’Italia” e del “Partito democratico”, smorti poli di un ipotetico futuro bipolarismo - siamo all’archiviazione dell’ennesima mutazione (2 o 3 “punto zero”?) della Repubblica e dei suoi principi ispiratori. Da tempo silente e buttato in un angolo ci contempla impotente quel cardine sistemico tracciato dall’art. 49 della Costituzione: « Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». 

Piazze e corsi di città e paeselli non sono punteggiati più da insegne di partiti e movimenti. Locali sfitti da tempo o abbandonati si animano solo in occasione di appuntamenti elettorali, soprattutto municipali. È allora che plance e muri compongono caleidoscopi di sigle improbabili, confondendo passanti e cittadini con gallerie interminabili di volti e facce sempre sorridenti. 

A sorridere non è più da tempo l’elettrice o l’elettore. In cerchie sempre più ampie rifiutano di recarsi alle urne. In alcuni casi siamo ormai a uno su due. La tendenza usuale, ma in forme diverse, in altri paesi occidentali, è iniziata per l’Italia nel fatale 1979 e si è fatta inarrestabile. Allora l’assassinio di Aldo Moro annunciò con un decennio di anticipo per il nostro paese, rispetto alla cesura dell’89, la fine di un’epoca e la crisi del sistema politico nato con la Repubblica. L’asticella dell’astensione fece un salto, passando dal 6,6  al 9,4 degli elettori per la Camera dei Deputati. Naturalmente con una accentuazione nelle Regioni meridionali e grazie anche alla moltiplicazione nelle mani e nel cervello degli elettori di schede e appuntamenti elettorali: si celebrano le prime elezioni europee. Da un decennio l’abituale appuntamento elettorale amministrativo ha visto l’aggiunta alle schede per le comunali e le provinciali di quella per l’elezione del Consiglio regionale. È iniziato lo spaesamento tra i vari livelli di potere che intervengono a determinare la vita dei singoli. Col tempo l’elettorato comincia a soffrire in maniera sempre più marcata la perdita di controllo sulle potenze abilitate al controllo e alla conduzione del mondo.

L’inizio però di un nuovo ciclo astensionistico è nel biennio 1991-92: la Repubblica muore mentre Maastricht con i suoi trattati subentra come regolo supremo dei nostri ritmi vitali. L’incapacità a rimediare ad atavici malanni e tare ci costringeranno a pause tecnocratiche: da Ciampi a Monti a Draghi. Lì – in corrispondenza e a commento di quelle parentesi - si registreranno, in continua ed inarrestabile progressione, i nuovi picchi astensionistici, mentre le sigle man mano proposte delle nuove stagioni politiche conosceranno trionfi e cadute repentine. L’astensione diverrà col tempo il partito più gettonato: una scelta spesso assai meditata e dichiarata, con un elettorato fedelissimo e in continua ascesa.

A spadroneggiare – specialmente nelle tornate amministrative - v’è però altro: una frammentazione continua di coalizioni elettorali e liste. Non sempre frutto di creatività locale e a vita limitata: non più di qualche mese. Ad applicarsi e con costanza – nell’esplorazione continua di un «cubo di Rubik» con combinazioni e colori infiniti  - spesso ci sono consorterie assai composite, quasi sempre annidate nei gangli delle istituzioni regionali e negli intrecci, straordinariamente contorti, della ‘governance’ ai più vari livelli: magari nelle infinite combinazioni di privato e pubblico, economia e politica, che con varie stratificazioni orienta, guida e condiziona la vita civile della nazione. Nel Mezzogiorno con una intensità mai toccata. Spesso in combutta con la «società incivile».

La combinazione perversa di astensione e frammentazione produce effetti perversi mai toccati prima. Dalle urne emerge una sorta di «democrazia pilotata» in cui quasi sempre non v’è più garanzia alcuna per la segretezza del voto. E non si tratta solo di fenomeni da paesello. L’analisi del voto anche in città di rilevante grandezza – dai 60 ai 90 mila abitanti, con oltre 50 mila o 80 mila elettori nominali – rivela che, con livelli di astensione oltre il 40% e nel confronto tra coalizioni composte da oltre 7-8 liste, il più delle volte il voto alle varie formazioni rivela una forbice tra il 4 e l’8-9%, con preferenze addensate attorno ad un massimo di 2-3 ‘capibastone’. Grazie anche ad una oculata distribuzione del voto di genere e alla gestione di gruppi privati nelle reti social – WhatsApp imperante – il voto segreto di fatto non esiste più. Illuminante la rilettura del voto di lista scomposto e riletto nella distribuzione tra i vari seggi elettorali e puntualmente annotato dai vari rappresentanti di lista. Il che muove interessi innominabili dotati di cospicue risorse.

Può accadere così che diventi assai indigesto proprio il voto amministrativo, quello in cui la distanza tra governanti e governati è più stretta. Proprio allora, il più delle volte, ci accorgiamo che ci sfugge di mano, conteso da oligarchie ristrette, aduse al peggiore trasformismo. Non è fantascienza, purtroppo. Un Grande Fratello diffuso orienta e governa grazie a frammentazione e astensione gran parte del voto. Specie nel Mezzogiorno. Bisognerebbe prestare maggiore attenzione.

Isidoro Davide Mortellaro

docente di Storia delle relazioni internazionali

Università di Bari «Aldo Moro»

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LA BOMBA SOSPESA

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La bomba sospesa

Pubblicato il 5 giugno 2022 su «pagina21.eu», Rivista della Fondazione Giuseppe Di Vagno

«All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro … Le ombre del giardino sparirono … gli oggetti si fecero indistinti … Con mio grande stupore, mi accorsi che ero completamente nudo». Con queste parole Michihiko Hachiya avrebbe poi ricordato il 6 agosto 1945l’apocalisse.

Su, in alto, il velo si era squarciato anche agli occhi di Robert Lewis, il secondo pilota dell’Enola Gay, il B-29 che aveva sganciato la bomba: «Dio mio cosa abbiamo fatto!», esclamò alla vista del fungo che divorava Hiroshima.

Il mondo entrò in quell’istante in un’altra era: atomica.

Pochissimi – un pugno di uomini, ma anche una donna – compresero quel tornante della storia. Tra di essi naturalmente Albert Einstein. Con Roosevelt aveva avviato l’innesco di quell’innovazione funesta, concepita comunque come «arma di deterrenza». Aveva invano tentato di fermarne gli sviluppi, quando la guerra, almeno con la Germania hitleriana, appariva vinta. Ora, nel contemplare la catastrofe in Giappone, prova a immaginare il futuro: «se l’umanità vorrà sopravvivere dovrà pensare in modo completamente nuovo».

Auspicio caduto nel vuoto. Pensieri abituali entro nuovi scenari indirizzeranno il mondo per vie nuove sì, ma con segnaletiche inconsuete, marchiate da ossimori folgoranti: «guerra fredda». L’ha coniato Eric Arthur Blair, alias George Orwell. È diventato famoso con La fattoria degli animali. Ora malato, dopo la guerra di Spagna, collabora con «Tribune», settimanale della sinistra laburista. Si appresta a stendere 1984, il racconto sul mondo avveniente. Per Orwell la bomba sospende sul capo dell’umanità una spada fatale, foriera però non solo di possibili crolli, ma anche di epoche assai strane: magari segnate da ««uno Stato invincibile ma che viva al tempo stesso in una perenne condizione di guerra fredda coi propri vicini». Chissà? Forse «porrà fine alle guerre su vasta scala». Però, «il prezzo da pagare sarà quello di prolungare a tempo indefinito una “pace che non è pace”».

Sarà una donna, comunque, a prendere magistralmente le misure del nuovo universo disegnato dalla bomba. È Freda Kirchwey, instancabile animatrice e editrice di The Nation, l’organo che dal 1865 si muove come coscienza critica degli Statesespressione per eccellenza del dissenso.

Per lei l’esplosione dell’atomica impone una «rivoluzione nel pensiero degli uomini e nella loro capacità di reinventare società e politica». In particolare, rispetto all’ONU appena nata a San Francisco. Crede che difficilmente potrà sopravvivere. Come conciliare la nuova realtà della bomba con una struttura delle Nazioni Unite dominata dal cosiddetto potere di veto dei Grandi? Per caso le «Grandi Potenze hanno creato un’organizzazione e fatto leggi da cui esse sono esentate? Non c’è un diritto al quale tutte le nazioni siano egualmente soggette? […] Cosa accade quando uno dei Grandi ha il potere di ridurre il mondo in schiavitù, o in polvere?» Fulminante la conclusione: «Nello spazio di un giorno l’ONU è passata dall’infanzia alla vecchiaia. Adesso deve essere ripensata».

Mai previsione fu più azzeccata, così come mai agenda è stata così lungamente disattesa. La guerra di Putin all’Ucraina, con le minacce di olocausto finale platealmente esibite, ne è prova evidente. Essa costituisce al tempo stesso una novità assai inquietante di cui ancora oggi, dopo i tanto commentati 100 giorni di conflitto, stentiamo a prendere le misure.

Nella lunghissima guerra fredda che ci ha accompagnato dopo la Seconda guerra mondiale e nel XXI secolo, infiniti sono stati i conflitti gestiti direttamente dai Grandi: dalla Corea al Vietnam, al Kosovo, a quelli iracheni o afghani. Solo durante la guerra di Corea, nell’establishment americano vi fu chi, come il generale Douglas MacArthurpropose di utilizzare l’atomica per piegare i cinesi accorsi in difesa della Corea del NordTruman non ebbe esitazioni a licenziarlo in tronco. Il mondo e lo stesso popolo americano non avrebbe perdonato, nelle parole del presidente americano, l’uso dell’atomica «per scopi aggressivi […] un atto ripugnante per tanti americani». Mai in tutte i conflitti successivi si sarebbe affacciato alla mente di americani o sovietici la minaccia persino dell’utilizzo possibile dell’arma finale, per terrorizzare l’avversario o bloccare aiuti e soccorsi nell’altro campo.

In origine si è pensato a riservare l’atomica il più lontano possibile dai patri confini. Almeno fino alla crisi di Cuba, popolata dai missili sovietici. Le disinstallazioni decise alla fine del confronto bipolare liberarono l’isola di Castro, così come la Turchia e il Mezzogiorno d’Italia di basi e missili puntati sul campo avverso. Successivamente, alla fine degli anni ’70, si è pensato a strategie più flessibili. Anche allora, dopo Cuba, errore strategico fondamentale della dirigenza sovietica.

Helmut Schmidt e Giscard d’Estaing stavano prendendo le distanze dagli USA sconfitti in Vietnam e piegati dal Watergate. Avevano pensato il G7 come morbida gabbia per gli americani. Il dispiegamento degli SS20 sovietici spaventò Schmidt (e Cossiga) che chiesero la copertura degli euromissili a stelle e strisce, riportando l’Europa occidentale tutta sotto l’ombrello di sicurezza americano. L’ultimo capitolo fu inaugurato dagli USA di Reagan con il ricorso allo scudo spaziale. Un’arma davvero finale, pensando a come la corsa allora impressa al riarmo ha stremato dapprima e poi piegato l’URSS, utilizzata poi a piene mani nella lunga stagione della guerra al terrorismo e della prevenzione rispetto agli Stati canaglia.

A minacce e utilizzi ancor più ravvicinati si è cominciato a pensare man mano che il Club atomico si ampliava. Paradossali le scelte di India e Pakistanstati confinanti che si minacciano con l’atomica. Come difendere poi se stessi dal fungo e dalle nubi radioattive? Un mistero.

Altrettanto per lsraelepossesso, mai ammesso, di oltre 200 atomiche. Per eternare nei confronti degli stati arabi confinanti la biblica minaccia del «Muoia Sansone con tutti i Filistei»? Vera e propria minaccia finale per tutti i contendenti?

Ancor più disperanti gli interrogativi sulla rincorsa suicida di Corea del Nord e Iran.

Con la guerra in Ucraina la Russia di Putin ha aperto una pagina inedita. Non solo per la minaccia sospesa sul capo del mondo e dei propri vicini: un pezzo dell’eterna Russia, addirittura. Cosa ne sarebbe anche dei paesi confinanti o anche delle regioni russe limitrofe non è dato sapere. Quel che adesso qui importa sottolineare è il ricatto esercitato sugli alleati dell’Ucraina: badate a quel che fate, alla quantità e alla qualità degli aiuti inviati. Potremmo considerarli armi offensive, una vera e propria dichiarazione di guerra. Per non parlare del veto esercitato in sede di Consiglio di sicurezza ONU. Di fatto, in questo modo è bloccata ogni iniziativa di pace.

All’ombra del ricatto atomico l’agenda della guerra e della pace finisce così interamente nelle mani di Vladimir Putin che, non a caso, ora prova ad amministrare a suo piacimento anche modalità, rotte e dimensioni del commercio agro-alimentare globale.

Freda Kirchwey aveva visto giusto nel lontano 1945. Purtroppo, è rimasta inascoltata per troppo tempo. Atomica e veto in Consiglio di sicurezza possono divenire clave di incredibile potenza in mano oligarchica. La bomba sospesa da Putin sul capo del mondo è davvero altra cosa dal «caffè sospeso» in uso nei vicoli di Napoli.