IL RISCHIO ATOMICO E L’IMPOTENZA DEL MONDO IN SILENZIO
IL RISCHIO ATOMICO E L’IMPOTENZA DEL MONDO IN SILENZIO
(pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», 13 novembre 2023)
«Muoia Sansone con tutti i filistei»: la mannaia brandita da Hamas il 7 ottobre contro Israele ha reciso la biblica radice del fatale proclama, strappando quegli attori dal Libro dei Giudici per farne le tragiche bandiere di un conflitto intestino.
Mai come oggi il Medioriente e il mondo sono sospesi su un abisso senza fondo. Per Natanyahu siamo alla «nostra seconda guerra di indipendenza: vincere o cessare di esistere». Simili le certezze e gli orizzonti intravisti nel campo opposto: «il jihad come metodo e la morte per la gloria di Dio come il più caro desiderio». Un tempo «mors tua vita mea» esprimeva tragicamente la decisione di passare alle armi come via per la propria sopravvivenza. Oggi a Gaza e nei suoi dintorni l’unica autentica certezza è che si è imboccata una via senza scampo, aperta a orrore e vendetta, sbarrata solo verso la pace. A far chiarezza sul baratro spalancato ha provveduto il ministro israeliano per gli Affari e il Patrimonio di Gerusalemme, Amichai Eliyahu: il 5 novembre ha indicato come «opzione» sganciare oggi un’ atomica sulla Striscia di Gaza. Gli è stata immediatamente comminata la sospensione dalla partecipazione al Consiglio dei ministri. Contrariamente al passato, non v’è stato però alcun tentativo di smentire il possesso dell’arma finale: in realtà, ben salda nelle mani di Israele fin dalla fine degli anni Sessanta ed ora articolata in poco più di 80 ordigni atomici, in parte su aerei in parte come testate del sistema missilistico Jericho. A fare vieppiù scalpore, però, l’ammissione fatale di aver imboccato una via senza uscita: quali le conseguenze di una esplosione atomica al cuore di un territorio sottoposto integralmente al controllo delle proprie forze armate e comunque al cuore stesso di Israele?
Non poteva esserci conferma più eclatante dell’autentica rivelazione proclamata dalla rasoiata terroristica del 7 ottobre: nel conflitto israelo-palestinese non v’è più alcuna forma di deterrenza. Ogni atto è condotto scientemente per provocare vendetta, finalizzato al martirio, al perseguimento dell’annichilimento altrui, al genocidio finale. Così come non v’è limite all’esplosione della violenza, all’invenzione di armi letali.
La «guerra asimmetrica» vantata dai Grandi del mondo in forza del controllo di economia e scienza è stata reinventata come «guerra povera», scatenata con mezzi primordiali – jeep, barchini, deltaplani – guidati da una strategia capace di ottimizzare però, di far deflagrare la mescolanza stessa imposta dai reticoli della colonizzazione forzata.
Immota e afona la comunità internazionale assiste alla mortale diffusione dell’incendio, perpetuando una tragica, colpevole impotenza. I rifugiati nel mondo hanno raggiunto all’ingresso in questo 2023 la soglia record di 108 milioni. Oltre un quarto dell’umanità – due miliardi e passa di persone – vive sulla propria pelle l’esplosione di quella che Francesco I ha chiamato «la terza guerra mondiale di un mondo globalizzato»: dalla Siria al Caucaso all’Azerbaigian, per l’Africa di Sudan, Niger, Etiopia, Sahel. L’incapacità ad agire efficacemente in punti di crisi quali Libia, Sudan, Myanmar, Yemen ha raggiunto paradossalmente il suo acme in Europa: qui l’incapacità a sanzionare o bloccare l’aggressione all’Ucraina ha rivelato la crisi profonda in cui versano le istituzioni internazionali, in primis le Nazioni Unite. Ora il rincorrersi di vaghe risoluzioni sul Medioriente, sulla parola d’ordine di «Due Stati, Due Popoli», perdute nelle invocazioni di improbabili «tregue» rivelano fin dal loro concepimento – con i loro colpevoli plurali – come e quanto l’illusione alimentata da «accordi di Abramo» ormai a portata di mano si fondasse in realtà sul più o meno tacito, ma tragico, accantonamento della questione palestinese. Il risultato è che adesso non v’è più sicurezza, né per Israele né per coloro condannati – come aveva intravisto tempo fa Edward Said – come «vittime delle vittime della persecuzione anti-semita e dell’Olocausto».
Gaza intanto ora è circondata, dopo bombardamenti che hanno colpito civili inermi, soprattutto donne e bambini. La minaccia di raderla al suolo per sterminare Hamas s’affaccia, gonfia già di migliaia di vittime, sull’orlo di un vero e proprio genocidio. Dimentichi della ventennale lezione impartita dalla «guerra al terrorismo» proclamata in risposta all’«11 settembre», ci si appresta a trasformare immensi cumuli di macerie in culle perpetue di nuovo radicalismo ed estremismo. È suicida avventurarsi per la via d’una guerra di sterminio senza chiedersi cosa sarà Gaza domani, quale il futuro di quella striscia, come evitare che i sopravvissuti o i figli e i nipoti di chi lì perirà non saranno condannati a coniugare la propria vita se non come guerra e vendetta.
Come fermare questa corsa al mutuo sterminio? Al crollo rovinoso di bibliche colonne che minaccia non più solo il Medioriente? Da tempo ci rivoltiamo come «dinosauri del XXI secolo»: fabbri indefessi della catastrofe finale. L’abisso mediorientale ci impone un cambio di passo e di prospettiva. Sicuramente non v’è alternativa al riconoscimento reciproco delle parti, al rispecchiarsi come facce di un unico, immenso problema. Ma chi oggi è in grado di aprire questa prospettiva?
Si inizi ad offrire speranza per cominciare a garantire sicurezza. Proviamo a non limitarci ad auspici. Proviamo a nutrire la speranza di gambe reali, a farla avanzare.
Isidoro Davide Mortellaro



