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Dall’eclissi di Bush all’assassinio di Bhutto. Quando le guerre si intrecciano, in «Alternative per il socialismo», novembre 2007-gennaio 2008, n. 4, pp. 133-139.

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«Il mondo aspira chiaramente alla diffusione dei valori democratici, perché paesi equilibrati e liberi non coltivano ideologie omicide, ma indirizzano alla conquista  pacifica di una vita migliore. Adesso, in particolare, vi sono incoraggianti segnali,  voglia di libertà in  Medioriente. Alcuni intellettuali arabi hanno chiesto ai loro governanti di colmare il gap di libertà in modo che quei popoli possano partecipare pienamente al progresso della nostra epoca. I leader di quella regione parlano di una nuova Carta araba dei diritti che sostenga le riforme, assicuri la partecipazione politica, l’apertura dei mercati e il libero commercio. Dal Marocco al Bahrein, tanti paesi stanno compiendo passi concreti nelle riforme politiche. Un nuovo regime in Iraq potrebbe fungere da decisivo e illuminante esempio di libertà per altri paesi nella regione …».

Così il 26 febbraio 2003 - tra le mura e le menti amiche dell’American Enterprise Institute, il think tank conservatore alleato e ispiratore di tante battaglie[1] - George W. Bush annunciava messianico l’ormai imminente impresa irachena. Di lì a tre settimane la parola era alle armi. Improvvidi cantori – quali il celebrato Thomas L. Friedman dagli spalti del New York Times - avrebbero levato peana al «domino» sprigionato dallo shock and awe, dalla corsa folgorante su Baghdad dell’«armata dei volenterosi». Deposto il tiranno iracheno, ad una ad una le satrapie mediorientali, come tessere d’un domino appunto, sarebbero cadute, costrette a cambiare passo o a passare la mano.

A distanza di quasi quattro anni, la guerra si è solo confermata «infinita», allungandosi ben oltre il tempo impegnato dagli USA, a metà del 900, contro Hitler e il Sol Levante. Per singolare nemesi storica, piuttosto, si è dovuto registrare un paradossale ‘impazzimento’ delle tessere nel domino mediorientale: hanno preso a muoversi all’incontrario, in direzione opposta a quella pronosticata dagli strateghi della Revolution on Military Affairs, RMA, l’inarrestabile guerra ipertecnologica. In luogo di pacificazione e democrazia generalizzate, ogni paese dell’area è stato messo a subbuglio, costretto a fare i conti coi veleni e miasmi schizzati via dall’incisione del bubbone iracheno. Fondamentalismo e terrorismo si sono diffusi e incistati come protagonisti di prima grandezza ben oltre le enclave d’origine o di primo attacco, in una commistione di piani e di iniziative che spesso rende ancor più complicata la decifrazione di soggetti e scenari. Può accadere così che, quando improvvisamente l’ammazzamento quotidiano di strada si squarcia e frantuma il Palazzo, quando – come il 27 dicembre a Rawalpindi – la Bestia azzanna una Grande, quale Benazir Bhutto, il lampo accechi tanto da annebbiare la vista.

E’ comprensibile perciò che, soprattutto in questi momenti,  si faccia forte la spinta a rubricare il tutto sotto la categoria dell’impazzimento, a mettere tra parentesi il «post 11 settembre», congedato quasi in anticipo sulla storia assieme alla caduta - da ultimo precipitosa, per fortuna – dei neoconservatori. Bisognerebbe essere più pazienti. Magari più sorvegliati e vigili, anche verso quelle tentazioni a rubricare questi anni e l’accaduto sotto la facile etichetta dell’ «incredibile menzogna»[2], dell’inganno volto a rimettere il mondo in riga dietro gli USA e le ceneri delle Twin Towers: ricostruzioni finite spesso col celebrare, anche nella sottolineatura della crisi, l’onnipotenza di uno Zio Sam capace di appropriarsi sulla scena di tutte le parti in commedia, della vittima come del carnefice.

In realtà, a dar fretta e suggerire scorciatoie provvede la chiara – realistica, soprattutto – percezione del formidabile punto di crisi in cui si è avvitata la coda della seconda presidenza Bush. Il Re è nudo, abbandonato alle troppe menzogne e dai tanti che lo attorniavano e riverivano, financo da quasi tutti quei Vulcans[3] che lo assistevano con il pensiero e l’azione. Sacrosanta  è perciò la voglia di archiviare e voltar pagina, a patto però di far tesoro della lezione e soprattuto di regolare i conti con quanto ancora si ostina a non passare. Intanto, con il rischio di colpi di coda o della tentazione di determinare il terreno delle evoluzioni future: l’Iran e il Pakistan costituiscono ancora oggi i possibili terreni di improvvide alzate di ingegno o di imprevedibili sviluppi. Vi è poi il bisogno di digerire le novità che nel frattempo si sono prodotte e che, innanzitutto nella e rispetto all’area mediorientale allargata, hanno accompagnato e determinato gli sviluppi ultimi della cosiddetta «guerra al terrorismo». Il che significa comprendere cosa è accaduto dei soggetti lì disposti sul campo, ma anche riguadagnare coscienza di come e quanto sono mutati i termini della battaglia per la pace, se e come – pur nella diffusa coscienza anche negli USA di cambiar passo – sia intervenuta una crisi del movimento pacifista o di come l’Europa sia venuta mutando e rideterminando le sue posizioni. Si proverà qui soprattutto a capire – al di fuori d’ogni comodo e fuorviante ‘orientalismo’ - se e quali emergenze lì, tra Mar Rosso e Himalaya, ci condannino ad ereditare una «guerra infinita» senza Bush  o ci possano permettere magari di pensare ad archiviare entrambi, in più o meno rapida successione.  

Innanzitutto, non è vero che la stagione complessiva della guerra al terrorismo è stata solo un ininterrotto continuum di barbarie, accompagnato dall’encefalogramma piatto e unanimistico della politica a stelle e strisce. Sarebbe suicida sottovalutare l’ampiezza che anche lì ha avuto la battaglia per la pace, ma soprattuttto – più di recente – quella vera e propria soluzione di continuità rappresentata dal rapporto sulla guerra irachena elaborato dall’ Iraq Study Group, alias Commissione congressuale bipartisan Baker-Hamilton, e reso pubblico il 6 dicembre del 2006[4], all’indomani della batosta elettorale nelle elezioni di mid-term. Le raccomandazioni lì elaborate – incentrate attorno ad un giudizio disastroso della guerra in Iraq ed Afghanistan, alla previsione di un ritiro programmato delle forze americane e alla necessità di aprire un confronto pubblico sul futuro dell’Iraq e dell’area mediorientale con il contributo soprattutto di Iran e Siria – hanno accelerato la dissoluzione della coalizione dei volenterosi, accompagnando Blair al tramonto e più tardi l’Inghilterra al ritiro. E’ allora che l’isolamento americano si è fatto nettissimo e pesante, fin da condizionare in gran parte la discussione e la decisione sul rafforzamento – «The Surge» – delle forze armate sul campo, per buona parte orientato al ritiro più ordinato possibile dalle zone e dalle azioni più pericolose. In realtà si è determinata in quel torno di tempo, e con più decisa nettezza a partire da marzo ed aprile del 2007, una evoluzione anche dall’altra parte della barricata, nelle stesse fila della guerriglia. Parti sempre più consistenti delle forze e delle milizie, innanzitutto sunnite, hanno preso a distanziarsi dalla nebulosa qaedista straniera fino a rivolgere contro di essa le armi ed a ricercare forme di non belligeranza e poi coordinamento con le forze di sicurezza irachene e financo americane.

A partire da questo primo complesso di svolte - segnato già al suo inizio dal pensionamento di Rumsfeld e accompagnato in crescendo dal lento ma sicuro diradarsi della squadra presidenziale, culminato nelle dimissioni agostane del braccio destro Rove e del ministro della Giustizia Gonzales – hanno preso a farsi sempre più tambureggianti le grida sul pericolo della Bomba iraniana e sulla necessità di fronteggiarlo anche con rimedi estremi, fino all’evocazione apocalittica ad ottobre da parte di Bush di una III guerra mondiale. Tempo verrà quando si potrà leggere meglio - con più dovizia di fonti e luci più forti e cieli più limpidi – nelle righe di quei comunicati, in quei proclami. Si intuisce e intravede uno scontro durissimo e sordo tra opzioni e schieramenti alternativi, all’interno di una amministrazione americana sempre più sola e soprattutto lontana, isolata dai palazzi ONU o NATO. Alcuni dati però aiutano forse a riprendere in mano un filo con cui provare ad orientarsi in quel labirinto.

E’ del 6 settembre 2007 – se ne saprà qualcosa qualche giorno dopo – l’attacco aereo israeliano ad una installazione segreta siriana. Contrariamente alla pubblicità fatta nel 1981, con il bombardamento risolutivo della centrale nucleare irachena ad Osirak, questa volta Israele non parla, né commenta le indiscrezioni. Si accenna velatamente o si fa trapelar notizia di traffici segreti con i coreani, di installazioni o materiali nucleari. Gli stessi siriani sono parchi di comunicati come di proteste. Sorprende però che, del tutto inaspettatamente, ci siano anch’essi a fine novembre a popolare la Conferenza di Annapolis sul futuro di Israele e Palestina. Assieme al Pakistan in cui da poco più di un mese, sia pure tra attentati e intimidazioni, ha preso a far campagna elettorale Benazir Bhutto, vivamente risospinta sul proscenio dagli USA interessati a condizionare Musharraf, i siriani infoltiscono le fila del mondo islamico, o meglio sunnita, chiamato a collaborare alla risoluzione dei nodi libanesi e israeliani.

In realtà, l’avvio della conferenza è stentato e deve fare i conti con la difficile individuazione persino di una minima piattaforma negoziale di avvio. Non manca tra gli osservatori chi faccia maliziosamente notare come una così insistita e larga partecipazione dell’universo sunnita – conquistata con le buone o le cattive, torcendo magari qualche braccio a suon di bombe - possa essere interpretata come isolamento e accerchiamento dell’Iran e ultimatum alla sua dirigenza.

Fatto sta che le luci di Annapolis non fanno quasi in tempo a spegnersi che si produce l’ennesima svolta, questa sì significativa. Il 3 dicembre 2007 viene diffuso il National Intelligence Estimate sul rischio atomico iraniano. Il  rapporto, frutto del lavoro di 16 servizi nazionali di intelligence e perciò marchiato qua e là da contorcimenti e oscurità, punta però ad una conclusione netta, già nota da qualche giorno, nei suoi tratti essenziali, alla dirigenza suprema: l’Iran avrebbe dismesso già nel 2003 il suo progetto di costruzione dell’arma atomica; sopravviverebbe il programma di arricchimento dell’uranio, a possibile doppio uso certo, ma ad un passo tale da non giustificare rischi immediati nel superamento di soglie d’allarme.

Il dato è tratto, almeno per settori molto ampi e forse maggioritari dell’amministrazione USA. Difficile, forse impossibile individuare schieramenti e linee di frattura. Dalle dichiarazioni s’avverte un nucleo di resistenza forte attorno ai settori della presidenza capitanati dal vice  Cheney. Ma, a poca distanza dalla celebrazione delle primarie più anticipatarie, non vi poteva essere segno più univoco di una netta ricerca di discontinuità, della volontà di coinvolgere l’Iran nella soluzione del dramma iracheno: di imboccare comunque una strada altra dalla «guerra infinita», dando chances e spazio alla diplomazia, sia pure quella male assortita esibita ad Annapolis.

La profondità della svolta è tale da costringere a guardare al colpo di Rawalpindi al di fuori del sia pure infuocato e specifico contesto pakistano. In realtà, sia pure in assenza di collegamenti diretti, le pallottole dirette a Benazir Bhutto, prontamente doppiate dalla provvidenziale detonazione che ha spento pure gli attentatori, finiscono comunque con l’interagire con lo scenario globale che si è venuto determinando. Il rischio è quello di deragliamenti disastrosi e repentini rispetto alla strada ultimamente imboccata o della impossibilità di fare i conti  fino in fondo con le questioni forti smosse dalla guerra al terrorismo. Si tratta in quest’ultimo caso di un terreno lasciato ancora intonso e mal frequentato dal dibattito e dallo scontro politico più generale: tanto negli USA, magari acquetati rispetto al più recente passato dai mutamenti impressi sul campo iracheno dal diverso atteggiamento sunnita o dai presunti risultati ottenuti dal generale Petraeus; quanto nell’Europa, troppo spesso allineata all’amico americano nei momenti in cui la temperatura si fa molto alta; si pensi alla prontezza con cui Sarkozy e Kouchner hanno condiviso e raddoppiato gli ultimatum lanciati in merito ai presunti rischi atomici iraniani.

L’assassinio di Benazir Bhutto riporta palla e attenzione là dove tutto è cominciato e per ben due volte: una prima, quando si è apprestata la trappola afghana per l’URSS, e una seconda, quando gli USA hanno lanciato l’operazione Enduring Freedom contro l’Afghanistan, senza ripensare in profondità il sistema di rapporti con il mondo pakistano, un paese già dotato di atomica. Si sono scritti fiumi di inchiostro sul patronage americano alla prima guerriglia afghana e sui rapporti di collaborazione e filiazione cementati da decenni di collaborazione  tra talebani, esercito e servizi pakistani. Scarsissima è però stata la luce che questi come altri dati di contesto hanno gettato sulla fine più generale della guerra fredda e sulla nascita del terrorismo di terzo millennio. L’esito dello scontro bipolare non è mai stato letto al di fuori del binario obbligato fornito ora dalla supremazia dell’Occidente capitanato dagli USA, ora dal crollo del gigante sovietico riuscito per troppo tempo a nascondere lo stato miserando delle proprie fondamenta. In ombra è rimasta quell’alleanza spuria tra medioevo islamista e ipermodernità occidentale che ha permesso l’accerchiamento e l’assedio dell’universo sovietico. Così come nel retrobottega del 900 è rimasto lo choc di quei gruppi dirigenti islamisti che pensavano di aver conquistato anch’essi la scena del mondo, ma si sono visti declassare e cancellare dalla tronfia sicumera di chi all’indomani dell’89 proclamava la fine d’ogni storia altra da quella occidentale. Le diseguaglianze crescenti tra le varie aree del mondo hanno potentemente alimentato la nuova «infelicità araba»[5], il risentimento di chi ogni giorno si è visto distanziare non più solo dagli occidentali ma anche dalla miriade di new comers lesti ad arrampicarsi per le nuove gerarchie imposte dalla globalizzazione neoliberista e ad accampare diritti di proprietà sul mondo liberato dalla corazza bipolare.

Non v’è nulla di peggio di un vincitore umiliato, costretto a lasciar tutto, posta e campo, all’alleato di ieri. Il terrorismo di terzo millennio nasce non tra i diseredati della terra, ma in classi dirigenti già aduse a percorrere il mondo ai livelli più alti, a padroneggiare ricchezze e risorse, a maneggiare circuiti mediatici e universi simbolici. Da questo punto di vista, fare i conti con l’idra terrorista significa misurarsi integralmente con il lascito della guerra fredda, con le sue partite sospese. Soprattutto nel punto finora lasciato più in ombra e solo parzialmente rivelato dalla catastrofe dell’11 settembre: la questione atomica. Ibernata a lungo nel regime bipolare della deterrenza, ha stentato a rivelarsi nascosta e decuplicata dall’iperpotenza asimmetrica vantata dagli USA sul resto del mondo. In realtà, già da tempo nel mondo s’affollavano, in contestazione più o meno esplicita del regime di apartheid imposto dai trattati sulla proliferazione, i tentativi di allargare il club nucleare. Solo una cronaca perennemente affannata e distorta dal ciclo ossessivo della guerra al terrore poteva dipingere un Iran improvvisamente voglioso d’atomica, dimenticando il lascito di una ricerca a lungo e a caro prezzo perseguita dallo Shah persiano nello stesso torno di tempo che vedeva Israele dotarsi segretamente dell’arma finale, oggi posseduta in gran copia e potenza.

L’11 settembre ha fatto il resto, rivelando al mondo non tanto i pericoli di presunti «Axis of Evil», dotati o protesi alla conquista di questa o quell’arma di distruzione di massa, quanto la soglia nuova varcata dall’uomo nella sua trasformazione quotidiana del mondo. Il  terrorismo di Terzo Millennio sa far esplodere atomiche di tipo nuovo semplicemente attivando le energie e le forze nascoste nel nostro modo di abitare la Terra, in straordinari agglomerati urbani irti di grattacieli, sfiorati da aerei e interconnessi dalle reti più disparate. Albert Einstein con infinita preveggenza aveva avvertito che l’atomica e i suoi sviluppi imponevano un salto nella nostra capacità di pensare e vivere la politica e i rapporti internazionali perché la loro cellula fondamentale – lo Stato – non sarebbe mai stata in grado di provvedere una difesa reale. Bush e i suoi Vulcans hanno provato ad archiviare quell’ammonimento, assieme agli insegnamenti comunque fruttati dal lungo ed estenuante confronto bipolare. Hanno impugnato e minacciato la guerra: come provare a disperdere la nebbia sparacchiando nell’aria con un mitra[6].

L’assassinio di Benazir Bhutto ritorna a far ticchettare nel nostro tempo un orologio fatale che sembrava stesse progressivamente perdendo la sua carica nelle sabbie irachene e iraniane. A dargli la carica provvedono inimicizie antiche rimesse a nuovo dai fondamentalismi di nuovo conio che armano ogni campo e rilanciate dalla corsa universale che in quell’area trova energia e alimento per l’assalto al XXI secolo. A consegnargli un potere ancor più dirompente però sta provvedendo l’assedio reciproco che, a migliaia di chilometri di distanza, si sta istituendo tra il campo della battaglia elettorale americana e quello della guerra al terrorismo, con i suoi molteplici e spesso inconfessabili piani. Come si condizioneranno dipenderà anche dalla capacità degli altri - noi - di non essere solo spettatori.

 

5 gennaio 2008



[1] All’AEI, secondo Bob Woodward, era stato conferito, all’indomani dell’11 settembre, il compito di sceneggiare il campo di battaglia della guerra al terrorismo. Il rapporto, titolato Delta of Terrorism,  avrebbe previsto una «guerra di due generazioni da iniziare in Iraq»: cfr. B. Woodward, State of Denial, New York, Simon & Schuster, 2006, pp. 83-5, tr. it. Verità nascoste, Milano, Sperling & Kupfer, 2007.

[2] Il riferimento d’obbligo a T. Meyssan - L'effroyable imposture, Paris, Carnot, 2002, tr. it. L’incredibile menzogna, Roma, Fandango, 2002 – capostipite in un genere di gran fortuna e diffusione.

[3] Così il nomignolo arriso alla sua squadra di consiglieri: cfr. l’affresco del gruppo consegnato in J. Mann, Rise of the Vulcans. The History of Bush’s War Cabinet, New York, Viking, 2004.

[4] Lo si può consultare  all’omonimo sito: www.usip.group.

[5] L’espressione è di Samir Kassir, Considérations sur le malheur arabe, Arles, Actes Sud, 2004, tr. it. L’infelicità araba, Torino, Einaudi, 2006.

[6] L’osservazione è di uno dei più acuti osservatori dell’età nucleare e dei suoi paradossi, Jonathan Schell; cfr. la conversazione del 4 dicembre 2007, The Bomb in the Mind, ospitata dal sito www.tomdispatch.com.