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Del terrorismo di terzo millennio, in «Quale Stato», nn. 3-4, 2005, pp. 301-316.

Posted in Saggi

Laddove ve ne fosse stato ancora bisogno, il 7 luglio assordato dalle bombe di Londra ha di sicuro spezzato l’illusione funesta di George W. Bush di marchiare definitivamente il XXI secolo con il sigillo della «guerra infinita al terrorismo». Impugnata e teorizzata come rimedio necessitato dall’emersione di un nuovo «impero del male», di un nuovo mortale nemico della modernità e dell’Occidente, essa si è rivelata fatica di Sisifo: vana e controproducente. Come «dare un colpo di martello ad una boccia di mercurio»[i]. Ora gli USA e il mondo – specie dopo che Bush II ha sciaguratamente provveduto ad attivare il catalizzatore iracheno - sono alle prese con le saettanti traiettorie e le mutevoli configurazioni di un universo mobilissimo di gocce e rivoli, pronti, dopo ogni urto, a dissolversi o rilanciarsi per nuove avventure ed evoluzioni. La guerra dal suo canto - a conferma delle sue metamorfosi al tramonto del XX secolo, come espressione di «assoluta predominanza», «terrore sovrano»: Shock and Awe - è finita inevitabilmente fuori bersaglio, col fare strame di civili, ben al di là del dichiarato campo di battaglia. A spese delle libertà e delle istituzioni, nazionali e sovranazionali, serrate in una emergenza ed eccezione permanenti;  a spese di una Europa incapace a distanziarsi dall’«amico americano», così come degli stessi Stati Uniti. Quando ci si volesse, infatti, maliziosamente interrogare sulla conduzione della guerra al terrorismo e sui suoi reali, più reconditi obiettivi, come farmaco financo inconscio per un unipolarismo in affanno, bisognerebbe sicuramente finire con l’evidenziare le brecce imponenti prodotte proprio nel sistema egemonico americano.

 

Nella speranza che la luce possa al più presto farsi strada in un orizzonte ancora troppo ingombro di fumo e detriti, restano intanto poche certezze utili ad orizzontarsi. Tra esse, la percezione netta del colpo subito dalle teoriche neoconservatrici. La militarizzazione della lotta al terrorismo non gode di buona salute, e così pure la pretesa bushiana di ergersi, come «città risplendente sulla collina», a faro di democrazia e civiltà, a tutrice di un copyright rivoluzionario da esportare ed espandere ovunque nel mondo. Del resto, come pretendere ancora di bollare i più disparati angoli della Terra col timbro dell’ axis of evil, quando la fossa putrida di New Orleans ha rivelato platealmente che proprio sul cuore d’America sta affisso uno spaventevole hic sunt leones? Lì il conservatorismo compassionevole ha dovuto segnare il passo e attendere la pulizia preventiva, che armi e manette avessero ragione di domesticissimi barbari.

In realtà, già da un pezzo erano finiti a mal partito tutti i teoremi – pure dei più sofisticati analisti – sulla guerra al terrore come storico e ideale inveramento nel XXI secolo dell’impegno antitotalitario profuso per gran parte del Novecento. Persino a Ian Buruma - uno dei due non banali coinventori del meccanismo analitico consegnato in Occidentalismo[ii], la summa ideologica, spesso a matrice e con radici occidentali, delle nefandezze attribuite alla più o meno contestata egemonia dell’Occidente sul mondo – è toccato lo spiazzante testacoda di allineare l’occidentalismo prodotto dal fondamentalismo islamico al fascismo e al socialismo dipinti come «pericolosa reazione alla modernità». Continuando ad espungere da un Occidente più o meno puro e dallo sviluppo del moderno alcuni dei soggetti - fascismo e comunismo, intanto - che ne hanno costituito lo sviluppo e la storia, che hanno provato a forzarne i confini, ci si è preclusi la possibilità di indagare nella fornace, questa sì tutta occidentale, che produce quella particolarissima forma di integralismo che arma e sospinge i kamikaze di Terzo Millennio. In particolare, lungo quei percorsi analitici che accomunano nell’identico calderone del totalitarismo fascismo, comunismo e islamismo, e che disegnano la missione in Iraq come ideale prosecuzione della battaglia contro nazismo e comunismo, come terza grande ricostruzione dopo quelle post-belliche di Germania e Giappone, si ottunde la comprensione di universi fondamentali del nostro presente: in primis, del drammatico mutamento di clima intervenuto nei confronti degli USA, percepiti sempre più spesso, con la loro attuale dirigenza, come una minaccia globale. O, ancora, si contribuisce a nascondere l’immensa mutazione epocale intervenuta nelle metropoli  e nei paesi occidentali, divenuti tutti ormai, per forme e gradi diversi, compiutamente multiculturali; per finire con il falsificare la stessa storia più recente del mondo e dell’Occidente, malamente banalizzata come marcia trionfale e inarrestabile all’unificazione del globo.

 

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Lungo simili ricostruzioni, si stenta soprattutto a fare compiutamente i conti con il mondo ereditato dalla guerra fredda ma ormai lanciato oltre gli steccati che per quasi mezzo secolo ne hanno incasellato la storia in campi se non contrapposti, distinti e separati di netto: Occidente e Nord, Est e Oriente, Sud e Terzo Mondo. Una delle conseguenze è stata l’immeritata e, per alcuni versi, perdurante fortuna del paradigma analitico proposto da Samuel Huntington con lo «scontro di civiltà». Non a caso egli ora lo rilancia,  ma rimaneggiato e aggiornato, sia pure tra tensioni ormai irrefrenabili, con il drammatico interrogativo  - Who Are We?, «Chi siamo?»[iii] - sospeso sul futuro degli USA, di una società compiutamente multiculturale e multirazziale, a minoranza bianca. Si fa fatica così ad uscire da quella storia orfana della guerra fredda, abbarbicata a steccati e compartimenti stagni, e a comprendere appieno per quali strade si inoltri e faccia incamminare lo stesso messaggio globalista quando viene reinterpretato, in condizioni di abissale asimmetria, da altre culture e da altri soggetti.

Esistono ormai in abbondanza analisi compiute delle leghe e dei composti particolarissimi prodotti dalla corrosione di mondi e culture ad opera degli acidi della globalizzazione. Si depositano nelle metropoli, in quei nodi cioè del mondo globalizzato in cui – come ha notato  Hartmut Böhme[iv] – i rapporti tra primo e terzo e quarto mondo si rimescolano in forme che proiettano l’umanità in un’età neomediovale. Lì, dove le nuove diaspore sperimentano la compresenza di globalizzazione e nuova segregazione, il locale si globalizza per «stato acquisito, per appartenenza, proprio come un tempo avveniva per l’appartenenza feudale». Ed è lì che Dio  - per dirla con Gilles Kepel - ritrova la sua rivincita[v]. Lì la religione rinasce nel tentativo di rispondere ad un malessere sociale diffuso indicibile con le vecchie ed usuali categorie di pensiero, di governare l’agorafobia che assale l’individuo nel mondo grande e terribile, di domare le nuove pandemie da comunicazione.

Infatti, è nella metropoli occidentale che la comunicazione post-moderna, ad un tempo, celebra elettivamente i propri fasti, ma deposita anche i germi di nuovi malesseri, rivelando paradossi e contraddizioni del proprio iperbolico sviluppo. Come ha sottolineato egregiamente Dominique Wolton, anche la comunicazione, sia pure leggerissima e straripante per ogni dove, non sfugge alle distorsioni indotte dalle strutturali asimmetrie che abitano e fanno il mondo del XXI secolo: «trasmettere non significa comunicare»[vi]. Denaro e scienza, dissolti in miliardi di bits, annullano tempo e spazio, ma s’arrendono spesso alla distanza, alla differenza culturale, finendo magari con l’ingigantirla. La comunicazione non affratella automaticamente. In mancanza di adeguati codici di traduzione, di interscambio culturale, il più delle volte potenzia le alterità fino a mutarle in inimicizie radicali. Il diverso, l’altro che un tempo, da lontano, si rivelava singolare, fascinoso o esotico, ora ravvicinato e ingigantito dai flussi informativi e di scambio, spesso appare troppo vicino, incombente, fino a farsi – nella vicinanza di quartiere e di strada, nella mescolanza metropolitana - pressante, invasivo, quando non nemico. Nascono nuove angosce metropolitane, per le quali ci si scopre privi di farmacopee efficaci, a mano a mano che crescono insopportabilmente le tensioni  tra la perdita dei ripari tradizionali e il ritmo sempre più indiavolato di mutazioni non controllate da alcun potere politico, culturale o sociale. Allora la religione ritorna balsamo, ricerca: ma non di un improbabile ritorno al passato, o di un salvacondotto per i più poveri, i meno provvisti. Essa riacquista valore e centralità come strumento di reinvenzione identitaria e comunitaria, in forme magari  originali e inedite, quali quelle che in altro ambito hanno visto affermarsi l’innovazione musicale o linguistica, il rap o il verlan, il penser à l’envers, pensare a rovescio: il linguaggio delle banlieues, dominato dalla regola dell’inversione sillabica. Per curare lo sfondamento d’ogni delimitazione o confine spazio-temporale, ritornano utili il palmo di mano e la falcata del passo, il colore della propria pelle, il suono della lingua nativa, il dialetto e il Dio dei padri. Nella propria religione si prova a ritrovare una bussola e un regolo utili a ricondurre il mondo e l’ambiente circostante a misura.

 

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Il fondamentalismo religioso di fine 900, che ha marchiato con le proprie imprese ogni monoteismo, nasce in uno sforzo titanico di riconquista del mondo. All’indomani dell’ultimo grande tentativo di conciliare fede religiosa e secolarizzazione – il Concilio Vaticano II – e delle sue contraddizioni e cadute, ora ogni credo prova a riaffermarsi come calco del mondo. Nascono così i tentativi di «seconda evangelizzazione d’Europa» o il nuovo jihad: «islamizzare la modernità». Essi provano a curare la frantumazione della società, la sua crescente anomia, l’assenza di valori di un mondo senza Dio. Come ha sottolineato Gilles Kepel, tentano di «nominare la confusione e il disordine del mondo, attraverso la reinvenzione di un vocabolario religioso applicato al mondo contemporaneo»[vii], di elaborare progetti di trasformazione dell’ordine sociale per renderlo conforme al proprio precetto evangelico. Accomunati tutti dalla critica alla laicità del progetto illuministico – ma anche dall’utilizzazione strumentale della scienza, financo nelle sue più radicali manifestazioni – questi integralismi divergono poi tra di loro nel rapporto che cercano di instaurare con l’esterno, nelle forme in cui provano a riconquistare  alla società un fondamento etico. Si assiste così ad una riframmentazione tra chi ritorna al ghetto, chi si consuma nell’attivismo messianico e chi prova a ritrovarsi nella reinvenzione comunitaria.

Figli tutti  della cesura degli anni 70, provocata dalla caduta dei legami sociali e dalla crisi dell’universalismo, dalla fine delle utopie, questi integralismi vivono e celebrano in forme diverse la loro carica reinventiva. Naturalmente lo sforzo più radicale è quello prodotto nelle file del mondo islamico. Assieme agli Arabi – come ha sottolineato Jacques Berque[viii] – l’Islam solo entrando nel Novecento ha realizzato il passaggio dalla sacralità alla storia. E’ approdato tardi, più tardi degli altri, all’universalismo di conio occidentale. Più cocente è stata perciò la disillusione, più duro il risveglio, quando - tra i proclami delle élites al potere e la miseria e l’umiliazione quotidiane - il vuoto denunciato dagli intellettuali e dai giovani figli dell’indipendenza nazionale si è venuto riempiendo a fine 900 della disarticolazione  e del declino di tutta l’area mediterranea, delle inquietudini esplosive depositate dalla diaspora. L’Islam perciò, più d’ogni altra religione, rinasce come credo di uomini marginalizzati, strumento di riscatto e realizzazione altrimenti negati.

 

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Religione di diaspora nel mondo globalizzato, vive e s’alimenta – come hanno ormai rivelato una miriade di analisi: da Gilles Kepel a Khaled Fouad Allam, da Olivier Roy a Abdelwahab Meddeb, Farhad Khosrokhavar[ix] - attingendo dimensioni e stagioni mitiche, impugnate ora contro la frammentazione e la derisione giornalmente sperimentate nelle metropoli ora contro la depravazione e il tradimento delle élites e dei governi islamici. Di contro all’Occidente e al suo dominio, nuove generazioni, compiutamente affrancate dalle tradizioni più recenti, coltivano «il mito di una neo-umma che rinasca dalle ceneri per edificare un nuovo califfato nel mondo»[x]. Sulla falsariga delle forme che presiedono nel mondo cristiano e protestante all’emersione della soggettività puritana, giovani lontani dal potere si preparano, in forme compiutamente denazionalizzate e deculturate, alla rinascita, all’avvento di una nuova religiosità, di un Islam autentico, non snaturato, originario.

Il nuovo islamo-fondamentalismo dispone – in forme a volte sapientemente e strumentalmente confuse – i materiali di predicazioni e storie antiche, fatte anche di duri scontri intestini e faide politico-religiose, sul canovaccio di una lettura del mondo affetta fortemente di occidentalite. Così viene definita la nuova patologia che affligge le società musulmane, dal momento che proprio l’Occidente e il rapporto con esso vengono occupando tutto l’orizzonte problematico di ridefinizione di una identità islamica ormai incrinata nei suoi tratti politico-culturali[xi]. In discorde dialogo con l’Occidente e le sue fiabe, una parte straordinaria del messaggio integralista rivela la presenza e l’influenza profonda di tanta parte del pensiero conservatore europeo, da Bergson ad Heidegger: a fare scandalo nella predicazione di una intellighentzia transitata per le aule universitarie e i cafés del Vecchio Continente è la secolarizzazione. In forme non dissimili da quelle che improntano il Verbo della destra europea, nelle pagine del nuovo radicalismo islamico dominano la perdita del sacro e del fondamento, la fuga da Dio e la gregarizzazione dell’uomo. Da quali contaminazioni poi questi assunti centrali siano stati successivamente macchiati, potenziati e rilanciati è cosa assai impegnativa da ricostruire. Si tratta infatti di un lavoro che fa corpo con la ricognizione delle mille reti in cui si è venuta articolando nel mondo la diaspora islamica, lungo i rivoli disegnati dalle catene della solidarietà caritativa,  dalla germinazione globale di scuole e moschee e da quel fenomeno affatto nuovo per il mondo islamico costituito, sul finire del 900, dall’«unificazione dello spazio mediatico arabo»[xii]. A partire dalla metà degli anni 90, la creazione di Al Jazeera – e poi di altri canali satellitari quali Al Arabia, Al Ikhbariya - ha messo in moto una dinamica inedita nel mondo arabo: la creazione di una serie di attori mediatici, spesso extraterritoriali, che sull’onda dell’esempio già dato da testate giornalistiche più o meno autonome collocate al di fuori del comando e dell’influenza dei regimi arabi - a Londra ad esempio - competono tra loro e con i media occidentali secondo logiche influenzate anche dalle leggi dell’audience. Per la prima volta, e in una fase di effervescenza e destrutturazione acutissime del mondo islamico e soprattutto mediorientale, l’Islam globale è stato messo in comunicazione da attori e per canali diversi dai tradizionali ambienti politico-religiosi. La frustrazione araba ha potuto così mutarsi in un radicalismo di nuovo tipo alimentato dalla confluenza dell’ultracapitalismo di sceicchi semi-apolidi e del messaggio lanciato da intellettuali e giornalisti interpreti dei più svariati milieux politico-culturali.

Bruciando ogni tappa, la diaspora islamica, alimentata da tassi di natalità e flussi migratori assolutamente straordinari, si è trovata in pochissimo tempo ad animare ed esaltare la principale caratteristica dei processi di globalizzazione: la moltiplicazione delle relazioni e dei flussi internazionali per effetto dell’emersione di nuovi attori transnazionali accanto e in competizione con i vecchi e monopolistici soggetti statuali. Anzi, per l’Islam, a rendere ancor più dirompente la sua crisi, si può rilevare che la delegittimazione del momento politico-statuale – sia quello di stampo feudale, sia quello figliato dalla liberazione dal colonialismo – è più marcata che altrove, di fatto catastrofica, per l’incapacità manifesta a nominare persino le diseguaglianze che spaccano quell’universo e che ne stanno causando la caduta verticale giù per le gerarchie e gli ordini del mondo di Terzo Millennio. A testimoniarlo con sobria ma agghiacciante precisione stanno da qualche anno i Rapporti che il Programma per lo sviluppo umano delle Nazioni Unite, UNDP, dedica specificamente al mondo arabo[xiii].

Di questa evoluzione complessiva Al Qaeda è la cifra più autentica, essendo riuscita ad esprimerne non solo i meccanismi più ascosi, ma anche le più sfumate ambiguità. Giustamente Omar Saghi, nella sua ricostruzione del rapporto intrattenuto da Al Qaeda con il complesso della galassia islamica, ha insistito su un dato poco conosciuto. Quasi sempre si è insistito nel tradurre il termine “Qaeda” con “Base”, in riferimento alla struttura reticolare dell’organizzazione all’indomani della guerra in Afghanistan. In realtà esso può anche esser tradotto con “Norma”, evidenziando così la latitudine assiologica di una ambizione e di una missione: ristabilire per l’intero universo musulmano i precetti validi a ripristinare la Norma dimenticata.

 

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Se questo complessivo giro d’orizzonte contorna i tratti decisivi e larghi del nuovo fondamentalismo islamico, rimangono da scavare le ragioni per cui alcuni suoi settori sono stati conquistati alla proclamazione di una nuova jihad e alla pratica di una particolare forma di terrorismo, come novelli kamikaze o martiri, finendo con il confidare nel suo sviluppo di massa come via maestra per divenire egemoni e guida dell’intero mondo islamico. Stabilire una filiazione diretta e immediata del terrorismo kamikaze dalle nuove forme di dominio e intervento occidentale e soprattutto statunitense in Medioriente rischia però di esser parzialmente fuorviante, pur nella giusta insistenza sui devastanti effetti catalizzatori dell’intervento finale in Iraq. Nel senso soprattutto di negare autonomia, soggettività ed articolazione ad un mondo che rischia di finire così col vivere solo come riflesso condizionato, corpo compatto disposto in meccanica reazione all’altrui sopraffazione. Intrecci e causazioni sono un po’ più complicati, così come ancora poco illuminata è la storia che vi fa da sfondo: una vicenda che non assolve punto l’Occidente, semmai ne aggrava il fardello.

In realtà, bisogna ancora fare tutti i conti con quell’evento capitale segnato dalla vittoria nella Guerra Fredda e dalla dissoluzione dell’URSS e del bipolarismo. La vulgata di fine 900 ha narrato urbi et orbi delle «magnifiche sorti e progressive» dell’Occidente, guidato dall’aquila statunitense capace, con la sua leggerezza e agilità, di piegare infine l’orso sovietico, impossibilitato a tenerle dietro nella corsa all’innovazione militare e scientifica, sociale e culturale. Letture più meditate hanno messo l’accento sull’implosione dell’URSS, strumentalmente sopravvalutata per decenni, nonostante le piaghe purulente esibite a più riprese. Più mosso e realistico diventa ancora il quadro se si insiste sul vantaggio strategico guadagnato dagli USA conquistando e mettendo in campo alleati dalle fattezze più varie: sia disponendoli in Medioriente a guardia e sfruttamento del pozzo energetico globale; sia scatenandoli in quella che Zbignew Brezezinski avrebbe chiamato la trappola di un «Vietnam sovietico»: la guerra in Afghanistan. L’Islam ha giocato in quei frangenti un ruolo di prima grandezza. Ma la storia successiva non ne ha voluto tener traccia e far vanto. All’altro vincitore della Guerra Fredda, all’Islam, ha chiesto piuttosto di ritornare in cantina, ma questa volta indebolito e ancor più frammentato e diviso.

L’umiliazione degli oppressi e degli ultimi è cocente. Ma non ha eguali la ferita di chi si vede negato financo come soggetto di storia. E’ questa soprattutto ad alimentare un risentimento assoluto, e lungo un fronte estesissimo e profondo sul quale val la pena di soffermarsi perché restituisce soprattutto una vivida fotografia di forze in campo e questioni sospese.

E’ sugli anni 70 che bisogna appuntare lo sguardo. Allora gli USA seppero prontamente rispondere al declino che iniziava ad attanagliare l’impero, rinnovando forme e luoghi del proprio primato. Campeggiano così la scelta del Pacifico, innanzitutto, con l’apertura alla Cina, ma anche la decisione di rafforzare il controllo delle aree un tempo dominate e contese dai grandi imperi e ora in preda ad acute convulsioni. Jacob Heilbrunn e Michael Lind hanno intravisto in proposito l’avvento di «una terza fase dell’impero americano»[xiv]. Dopo l’epoca caraibica e quella atlantica, al centro dell’attenzione americana finisce il cosiddetto «doppio arco di crisi» che a cavallo tra Asia, Africa ed Europa segna il confine su cui i vecchi imperi si scontravano nel «Grande Gioco» à la Kipling e ora si sfregano popoli e civiltà. Aveva iniziato Carter, rinnovando alla dinastia saudita il giuramento fatto nel 1945 da Roosevelt. Il presidente democratico adesso lo corazza con la netta preferenza accordata ad Israele e con l’elaborazione della «dottrina Carter sul Medioriente»: lo si elegge a «zona vitale per gli interessi globali americani», da difendere a qualsiasi costo dall’intrusione altrui o dal sovvertimento interno. Nasce allora, alla fine degli anni 70,  la doppia decisione di far perno sull’islamismo sunnita - saudita e pakistano - per muovere nella duplice direzione della mobilitazione islamica anti-sovietica e della cura dell’infezione scita iraniana. Nel cuore stesso di decisioni che rilanciavano su nuovi fondali l’impero americano si attivano i meccanismi di propagazione delle pandemie terroristiche future. Ancor oggi stupisce la storica incoscienza di cui avrebbe dato prova, anche retrospettivamente, la dirigenza statunitense. Interrogato anni dopo sulla decisione di dare appoggio e libero corso in Afghanistan all’internazionalismo islamico anti-sovietico, e d’aver così favorito lo sviluppo dell’integralismo islamista, Brzezinski avrebbe risposto: «Cos’è più importante rispetto alla storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietivo? Qualche testa calda islamista o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»[xv].

 

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La cronaca si sarebbe ben presto attivata a presentare il conto di partite destinate a divenire storiche. Mentre in Afghanistan - al centro di una galassia educata dagli stessi americani a piegare l’esercito sovietico e ad organizzarsi stabilmente in rete globale - cominciava a splendere la stella di Osama bin Laden, al confine tra Iran e Iraq a centinaia di migliaia i giovani iraniani poveri, i bassidjis in calzoni corti, si immoleranno per anni in asimmetrica e impari lotta contro l’Iraq di Saddam foraggiato dagli occidentali. La tradizione antica della flagellazione di sé, l’ashura,  si tramutava in una scelta di massa per il martirio finale. Ma ormai senza più la luce dell’utopia rivoluzionaria, senza più le promesse della rivoluzione  khomeinista. A sancirne il fallimento ora rimaneva solo l’aspirazione alla morte, il gesto estremo del sacrificio. In Libano quell’esempio sarebbe stato ripreso dall’Hezbollah e fatto detonare, come gesto esemplare di kamikaze votati al martirio, al cuore d’Occidente, contro i contingenti francese e americano e contro l’esercito di occupazione israeliano. La diana islamista iniziava a far sentire i suoi primi squilli anti-occidentali. Molti altri ne sarebbero seguiti per tutti gli anni 80 e per i luoghi più svariati, dalla Algeria alla Bosnia, dalla Cecenia all’Indonesia, alle Filippine, a Israele, in una ostentazione di violenza e terrore, esibita in forme sempre più spettacolari e diretta a catturare e occupare l’attenzione dei media. A questa unificazione delle forme di lotta nel martirio esemplare, per contro, non terrà dietro l’unificazione politica o un processo di amalgama. L’universo dell’integralismo islamista rimarrà un mare in tempesta agitato da tendenze molteplici, spesso in lotta reciproca. Rispetto ad esso la stessa Al Qaeda man mano si verrà tramutando in timbro politico generale, chiamato o pronto volta a volta ad intercettare i conati e le svolte della congiuntura globale, o magari a proporsi nel ruolo inedito di mediatore e pompiere, quando il terrorismo kamikaze di stampo sunnita proverà esplicitamente a mutarsi nel detonatore di una generale guerra civile islamica.

Ma è all’11 settembre 2001 che bisogna tornare per provare a dipanare appieno i molteplici fili che annodandosi nella figura del kamikaze ne fanno una delle figure più emblematiche e conseguenti della globalizzazione di terzo millennio. Una bibliografia infinita è cresciuta su quel gesto estremo e sulla spasmodica ricercatezza con cui il ripetuto impatto nelle torri ha ricercato, invocato l’occhio della telecamera, per rifrangere quell’immagine per milioni di volte nel cuore e nel cervello del pianeta. Una legge antica, eternata dal nome di Archimede, ha scandito ancora una volta la sua verità: «dammi un punto d’appoggio e ti solleverò il mondo». E un fungo mortale si è ancora una volta sollevato a mostrare, questa volta direttamente al centro dell’impero, tutta la potenza accumulata non più in un ordigno, ma nelle reti della globalizzazione fatte corto-circuitare – voli civili contro grattacieli – dalla volontà di martirio. Gli zeloti del XXI secolo sono creature dei processi di globalizzazione: nel deserto dei loro padri sarebbero nudi ed inermi. Senza grattacieli o ferrovie, metropolitane o vacanzifici, sarebbero disarmati e financo ciechi, incapacitati a prendere persino la mira.

Più conseguenti di tanti loro contemporanei, i nuovi kamikaze hanno avviato la globalizzazione per nuovi sviluppi, oltre i confini che ne hanno storicamente cinto gli sviluppi nei decenni dell’età neoliberale. E’ sotto i loro colpi che trapassa definitivamente l’età della guerra fredda: quella storicamente contrassegnata, ben oltre la caduta del Muro, dal sostare del mondo sull’orlo dell’olocausto finale, lì trattenuto dalla minaccia della deterrenza nucleare. Immolandosi contro le Twin Towers hanno lanciato il guanto di sfida  - vita contro macchina - proprio oltre la soglia mai varcata da alcuna superpotenza: un attacco inevitabilmente seguito dalla rappresaglia altrui, e perciò coronato dal suicidio dell’umanità. Sfida accettata da Bush II con le prospezioni di una guerra infinita che contempla l’uso della ‘Bomba’ nel first strike  preventivo e l’abbassamento della soglia nucleare tramite la messa in campo di mini-nuke atomiche. Oggi più che mai il mondo sosta sull’orlo di un abisso attorno al quale una proliferazione senza più freni  addensa folla e follia di vecchi e nuovi attori. Il Medioriente ne è la rappresentazione più plastica: strattonato brutalmente dagli USA contro la minaccia della futura  bomba iraniana, ma già tutto incatenato da Israele, novello Sansone, al presente delle sue circa 400 testate nucleari[xvi].

 

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A rivelarci però compiutamente come e per quali percorsi il terrorismo kamikaze sia figlio conseguente delle asimmetrie che fanno la globalizzazione  sta l’utile ripasso di un classico del Novecento, di alcune pagine di Carl Schmitt. In uno dei suoi scritti più noti, Il Nomos della Terra, il terrorismo viene indagato nel suo storico radicarsi nei caratteri della guerra moderna, come guerra devastante, di sterminio: «Se le armi sono in modo evidente impari, allora cade il concetto di guerra reciproca, le cui parti si situano sullo stesso piano. È infatti proprio di questo tipo di guerra il fatto che si dia una certa determinata chance, un minimo di possibilità di vittoria. Se questa viene meno, l'avversario diventa soltanto oggetto di coazione. Si acuisce allora in maniera corrispondente il contrasto tra le parti in lotta. Chi è in stato di inferiorità sposterà la distinzione tra potere e diritto negli spazi del bellum intestinum. Chi è superiore vedrà invece nella propria superiorità sul piano delle armi una prova della sua justa causa e dichiarerà il nemico criminale, dal momento che il concetto di justus hostis non è più realizzabile. La discriminazione del nemico come criminale e la contemporanea implicazione della giusta causa vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guerra. Il potenziamento dei mezzi tecnici di annientamento spalanca l'abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distruttiva ... la considerazione della connessione esistente tra protezione e obbedienza, esattamente come quella del rapporto tra tipo di guerra e preda, mostra l'assoluto disorientamento spaziale e il carattere di puro annientamento della guerra moderna»[xvii]. Schmitt ci ammonisce: il terrorismo è creatura legittima e conseguente della guerra asimmetrica, del suo sfondamento d’ogni limite e spazio, dei suoi disumani poteri di annientamento. A mano a mano che cresce una potenza disumana di morte, e ancor più quando essa è monopolio esclusivo di una qualche super o iper-potenza, parallela correrà la tentazione di colpire nelle parti più intime e molli, di praticare terreni sgombri da ogni misura giuridica e morale. Di pari grado correrà la criminalizzazione reciproca più assoluta e stringente. Guerra e terrorismo sono entrambi figli di dismisura, dell’annichilimento d’ogni distanza e differenza.

Non pago di questa illuminante quanto precorritrice disamina, Carl Schmitt affonda il bisturi nelle epocali asimmetrie del mondo contemporaneo, misurandosi con l’impossibile compito di contornare la figura del combattente irregolare, con quel partigiano emerso dalla fine della II guerra mondiale e trasmigrato vittorioso nei molteplici fronti della lotta di liberazione anti-coloniale. Egli rileva che «con la lotta partigiana sorge un nuovo spazio di azione strutturato in maniera complessa, perché il partigiano combatte non in campo aperto e non sullo stesso piano della guerra combattuta al fronte. Egli costringe invece il suo avversario a entrare in uno spazio diverso. In questo modo alla superficie del tradizionale teatro di guerra regolare aggiunge un'altra, oscura dimensione, una dimensione della profondità». Ne ricava un’analogia con la guerra sottomarina, ma soprattutto un ammonimento sulle abissali ed oscure profondità conquistate dalla contrapposizione fondamentalistica di assoluti: «In un mondo nel quale gli interlocutori si spingono a vicenda nel baratro della totale svalutazione, prima che ci si annienti anche fisicamente devono nascere nuovi tipi di inimicizia assoluta. L'inimicizia diventa così terribile che forse non è più nemmeno lecito parlare di nemico e inimicizia; entrambi questi concetti sono addirittura condannati e banditi formalmente prima che possa cominciare l'opera di annientamento. L'annientamento diventa quindi del tutto astratto e assoluto. Non si rivolge più contro un nemico, ma è ormai al servizio solo di una presunta affermazione oggettiva dei valori più alti - per i quali, notoriamente, nessun prezzo è troppo alto»[xviii].

Sono questi i fondali su cui ci sospingono gli autismi contrapposti della jihad e della guerra al terrorismo. Consumano la politica e gli spazi residui della democrazia togliendo spazio e voce all’ Arab Street come all’American Street. V’è bisogno perciò di atti di discontinuità radicale: che le armi tacciano e torni in campo il disarmo. E’ il passo indispensabile per riportare il mondo a misure umanamente e politicamente praticabili.

 

[1] L’immagine suggerita ancora recentemente – The Forever War, in «San Francisco Chronicle» del 9 gennaio 2005 - da John Arquilla, uno dei più fini analisti delle guerre di Terzo Millennio, delle netwar disposte asimmetricamente in rete, ripropone una considerazione su cui ci siamo interrogati più volte all’indomani dell’11 settembre: cfr., per tutte, I. D. Mortellaro, Guerre da globalizzazione, in Guerra  e conflitti, a cura di Antonio Cantaro, fascicolo di «Democrazia e diritto», Franco Angeli, Milano, 2002, pp. 27-40.

[1] I. Buruma - A. Margalit, Occidentalism. The West in the Eyes of its Enemies, London, Penguin Books, 2004, tr. it. Occidentalismo. L'occidente agli occhi dei suoi nemici, Torino, Einaudi. 2004.

[1] S. P. Huntington, Who Are We?, New York, Simon & Schuster, 2004, tr. it. La nuova America. Le sfide della società multiculturale, Milano, Garzanti, 2005.

[1] H. Böhme, Terroristi all’assalto delle città globali, in «Lettera internazionale», 2002, n, 71.

[1] Ci riferiamo allo studio particolarmente lungimirante di G. Kepel sui nodi che venivano ad aggrovigliarsi con la fine dell’assetto bipolare del mondo: La revanche de Dieu. Chrétiens, juifs et musulmans à la reconquête du monde, Paris, Seuil, 1991, tr. it. La rivincita di Dio, Rizzoli, Milano, 1991.

[1] D. Wolton, L’autre mondialisation, Paris, Flammarion, 2003, p. 12.

[1] Op. cit., p. 260.

[1] Les arabes, Paris, Editions Sindbad, 1973, tr. it. Gli Arabi, Torino, Einaudi, 1978.

[1] G. Kepel, Jihad. Expansion et déclin de l’islamisme, Paris, Gallimard, 2000, tr. it. Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Roma, Carocci, 2001 e Fitna. Guerre au coeur de l’Islam, Paris, Gallimard, 2004, tr. it. Fitna. Guerra nel cuore dell’Islam, Roma – Bari, Laterza, 2004; K. Fouad Allam, L’Islam globale, Milano, Rizzoli, 2002; O. Roy, L’Islam mondialisé, Paris, Seuil, 2002, tr. it. Global muslim. Le radici occidentali del nuovo Islam, Milano, Feltrinelli, 2003; A. Meddeb, La maladie de l’Islam, Paris, Seuil, 2002, tr. it. La malattia dell’Islam, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; F. Khosrokhavar, Les nouveaux martyrs d'Allah, Paris, Flammarion, 2002, tr. it. I nuovi martiri di Allah, Milano, Bruno Mondadori editore, 2003.

[1] Khosrokhavar, op. cit., p. 191.

[1] Per una compiuta analisi cfr. Allam, L’Islam globale, cit., in particolare pp. 35-61.

[1] Cfr. ora O: Saghi, Oussama ben Laden, une icône tribunitienne, nell’antologia di testi Al-Qaeda dans le texte, presentata da G. Kepel e appena edita da PUF, Paris, 2005, p. 24 e ss.



[i] L’immagine suggerita ancora recentemente – The Forever War, in «San Francisco Chronicle» del 9 gennaio 2005 - da John Arquilla, uno dei più fini analisti delle guerre di Terzo Millennio, delle netwar disposte asimmetricamente in rete, ripropone una considerazione su cui ci siamo interrogati più volte all’indomani dell’11 settembre: cfr., per tutte, I. D. Mortellaro, Guerre da globalizzazione, in Guerra  e conflitti, a cura di Antonio Cantaro, fascicolo di «Democrazia e diritto», Franco Angeli, Milano, 2002, pp. 27-40.

[ii] I. Buruma - A. Margalit, Occidentalism. The West in the Eyes of its Enemies, London, Penguin Books, 2004, tr. it. Occidentalismo. L'occidente agli occhi dei suoi nemici, Torino, Einaudi. 2004.

[iii] S. P. Huntington, Who Are We?, New York, Simon & Schuster, 2004, tr. it. La nuova America. Le sfide della società multiculturale, Milano, Garzanti, 2005.

[iv] H. Böhme, Terroristi all’assalto delle città globali, in «Lettera internazionale», 2002, n, 71.

[v] Ci riferiamo allo studio particolarmente lungimirante di G. Kepel sui nodi che venivano ad aggrovigliarsi con la fine dell’assetto bipolare del mondo: La revanche de Dieu. Chrétiens, juifs et musulmans à la reconquête du monde, Paris, Seuil, 1991, tr. it. La rivincita di Dio, Rizzoli, Milano, 1991.

[vi] D. Wolton, L’autre mondialisation, Paris, Flammarion, 2003, p. 12.

[vii] Op. cit., p. 260.

[viii] Les arabes, Paris, Editions Sindbad, 1973, tr. it. Gli Arabi, Torino, Einaudi, 1978.

[ix] G. Kepel, Jihad. Expansion et déclin de l’islamisme, Paris, Gallimard, 2000, tr. it. Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Roma, Carocci, 2001 e Fitna. Guerre au coeur de l’Islam, Paris, Gallimard, 2004, tr. it. Fitna. Guerra nel cuore dell’Islam, Roma – Bari, Laterza, 2004; K. Fouad Allam, L’Islam globale, Milano, Rizzoli, 2002; O. Roy, L’Islam mondialisé, Paris, Seuil, 2002, tr. it. Global muslim. Le radici occidentali del nuovo Islam, Milano, Feltrinelli, 2003; A. Meddeb, La maladie de l’Islam, Paris, Seuil, 2002, tr. it. La malattia dell’Islam, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; F. Khosrokhavar, Les nouveaux martyrs d'Allah, Paris, Flammarion, 2002, tr. it. I nuovi martiri di Allah, Milano, Bruno Mondadori editore, 2003.

[x] Khosrokhavar, op. cit., p. 191.

[xi] Per una compiuta analisi cfr. Allam, L’Islam globale, cit., in particolare pp. 35-61.

[xii] Cfr. ora O: Saghi, Oussama ben Laden, une icône tribunitienne, nell’antologia di testi Al-Qaeda dans le texte, presentata da G. Kepel e appena edita da PUF, Paris, 2005, p. 24 e ss.

[xiii] L’ultimo dedicato all’anno 2004, Arab Human Development Report 2004: Towards Freedom in the Arab World, è facilmente consultabile sul sito dell’UNDP: www.undp.org.

[xiv] J. Heilbrunn – M. Lindt, The Third American Empire, in «The New York Times», 4 gennaio 1996, tr. it. Il terzo impero americano, in «Internazionale», 12 gennaio 1996.

[xv] Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes..., intervista a «Le Nouvel Observateur» del 15 gennaio 1998 a cura di Vincent Jauvert.

[xvi] Sui nuovi sviluppi della proliferazione nucleare cfr. M. Dinucci, Il potere nucleare, Roma, Fazi editore, 2003 e A. Baracca, A volte ritornano: il nucleare, Milano, Jaca Book, 2005.

[xvii] C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Berlin, Duncker & Humblot, 1974,  tr. it. Il Nomos della terra, nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Milano, Adelphi, 1991,  pp. 429-30.

[xviii] Id., Theorie des Partisanen. Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen, Berlin, Duncker & Humblot, 1963, 2002, tr. it. Teoria del partigiano. Integrazione al concetto del politico, Milano, Adelphi, 2005, pp. 97 e 130-1.